22 September 2017
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    Alfano, l’inadeguatezza di un Ministro

    Alfano, l’inadeguatezza di un Ministro è stato modificato: 2016-12-12 di Redazione

    Angelino Alfano, due mozioni di sfiducia in poco meno di due anni, sempre salvo. Ecco le ombre che restano sul suo operato.

    Che un Ministro possa godere di poca popolarità è cosa comune, la posizione politica di chi tiene un dicastero non è mai semplice e spesso, con qualunque tipo di provvedimento, si scontenta qualcuno. Ma se gli errori di un Ministro iniziano a essere troppi e, soprattutto, sono in contrasto con la politica del governo di cui fa parte, allora i dubbi che sorgono non sono più di carattere politico, ma lasciano spazio a una domanda: è adatto a fare il Ministro dell’Interno?

    Già su Mare Nostrum, il programma di salvataggio degli immigrati nel Mar Mediterraneo promosso dal Governo italiano, Alfano è stato più volte smentito. Prima ha sostenuto che Mare Nostrum, chiuso il 31 ottobre, sarebbe stato sostituito dal programma europeo Triton, guidato da Frontex, poi è stato contraddetto dal direttore esecutivo dell’agenzia Frontex, Gil Arias Fernandez, il quale ha dichiarato «Triton non può sostituire Mare Nostrum, anche perché avrà un terzo delle sue risorse economiche».

    Abbiamo raccolto quattro esempi di mala gestione da parte del Ministro Alfano.

    L’arresto di Alma Shalabayeva e di sua figlia, di sei anni.
    Il caso Shalabayeva è una delle macchie più grandi sul curriculum dell’Angelino Alfano ministro. Una figura goffa e indecorosa che ha fatto traballare il già instabile governo di Enrico Letta. Il 28 maggio 2013, Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, fu arrestata con la figlioletta di sei anni dagli agenti della Questura di Roma in una villa di Casal Palocco, periferia di Roma. Le forze dell’ordine cercavano Ablyazov su richiesta del governo del Kazakhistan. Il dissidente non era in casa, così si decise di arrestare moglie e figlia con l’accusa di detenere un passaporto falso, emesso dalla Repubblica Centrafricana. Pochi giorni dopo la donna e la bambina furono imbarcate su un aereo diretto in Kazakhistan dove finirono agli arresti domiciliari. Italia e Kazakhistan, però, non hanno un accordo bilaterale per l’estradizione e di norma l’Italia non acconsente all’estradizione di rifugiati politici.

    Quello che successe dopo fu anche peggio. Il 5 luglio una sentenza del Tribunale di Roma condannò l’operato della questura capitolina, evidenziando come il passaporto della Shalabayeva fosse in realtà valido. Gli ingredienti del pasticciaccio c’erano ormai tutti. Il 16 luglio 2013 Alfano, già Ministro dell’Interno, riferì in Parlamento affermando di non essere stato informato della vicenda. Poche ore dopo il capo di gabinetto del Viminale, Giuseppe Procaccini, lo smentì rivelando invece di averlo informato dell’incontro con l’ambasciatore kazako.

    Incalzato dall’opposizione – M5S e Sel proposero la mozione di sfiducia – e dall’opinione pubblica, Alfano aprì un’inchiesta interna che portò alle dimissioni di Procaccini e di altri alti funzionari del Viminale. Il governo, teso in blocco a evitare un tracollo, intervenne in soccorso di Alfano. Prima il premier Letta cercò di spegnere il clamore assicurando che l’ostacolo sarebbe stato superato e poi il ministro della Giustizia Cancellieri garantì che l’operazione di polizia si era svolta senza sbavature e secondo le leggi. I giudici romani però non furono dello stesso parere. Alfano restò al suo posto perché il Pd respinse la mozione di sfiducia e addirittura ottenne la conferma nella carica quando il testimone passò da Letta a Renzi. Nel frattempo, il 18 aprile 2014, l’Italia ha concesso l’asilo politico ad Alma Shalabayeva.

    Alfano e la cronaca nera.
    «Noi non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato. Inseguiremo l’assassino fino a che non l’avremo preso e poi lo faremo stare in carcere sino alla fine dei suoi giorni». Tuonava così Alfano, il 9 marzo 2014, a proposito del triplice omicidio di Lecco nel quale fu tolta la vita a tre giovani sorelline. Nel frattempo, però, la madre delle poverette aveva già confessato di essere colpevole. Un’uscita infelice che Alfano salvò con un tweet nel quale commentava: «Gesto di follia scatenato da separazione dal padre. Enorme tristezza». Un Ministro non dovrebbe lasciarsi andare a commenti o, peggio, ipotesi sul movente, altrimenti può succedere che vada a interferire con le indagini. Se per l’omicidio di Lecco si è trattato di dichiarazioni maldestre (prima di parlare in pubblico, meglio informarsi e in ogni caso non supporre moventi), appena tre mesi dopo Alfano ha dato luogo a un vero e proprio scontro con la Procura di Bergamo.

    Il caso era quello, tristemente noto, dell’omicidio di Yara Gambirasio. Dopo anni di indagini, una pista aveva portato all’identificazione di un sospettato. Non un colpevole, un sospettato. Eppure Alfano, il 16 giugno, twittava «Individuato l’assassino di Yara Gambirasio». Fu proprio Alfano a divulgare, prima che lo facesse la Procura, delle informazioni relative al sospettato, cioè Massimo Giuseppe Bossetti, il cui nome balzò alla ribalta delle cronache dopo qualche ora. Ma più delle informazioni personali relative al sospettato, il Ministro si dimenticò della presunzione di innocenza: finché un indagato non viene condannato, non si può dire che sia colpevole, altrimenti il linciaggio (soprattutto mediatico) è dietro l’angolo. Alfano corresse il tiro in un tweet, ma oramai il danno era fatto. È vero, la fuga di informazioni relativa al caso di Yara Gambirasio è stata enorme e non completamente imputabile ad Alfano, ma da un Ministro, soprattutto su eventi così delicati, si richiedono riserbo ed equilibrio, non sentenze.

    Il no alla trascrizione dei matrimoni gay.
    Risale a un mese fa un’altra uscita infelice del ministro Alfano che, con una circolare diramata ai Prefetti, ha ordinato di annullare le trascrizioni dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero. L’Angelino nazionale questa volta non si è attirato soltanto le ire e le rampogne della comunità Lgbt ma anche di buona parte dell’opinione pubblica e di alcuni sindaci – Marino e Pisapia per esempio – che hanno subito affermato che non avrebbero tenuto in considerazione la circolare. Giuridicamente, la circolare di Alfano non è eccepibile. Nei fatti il matrimonio o l’unione giuridicamente sancita tra due persone dello stesso sesso non è contemplata dalla legge e il matrimonio contratto all’estero non può essere trascritto e produrre effetti giuridici in Italia.

    Che cosa stona nella vicenda? Il fatto che il governo Renzi e il Pd abbiano più volte aperto alla possibilità di riconoscere con una legge le unioni tra persone dello stesso sesso e che la questione fosse un punto del programma di governo del Pd di Letta (e Bersani). Non solo, la Corte Costituzionale e la Cassazione hanno avuto più volte occasione di ribadire, pur negando validità alle trascrizioni, che le coppie omosessuali hanno pieno diritto a una vita relazionale che produca effetti sul piano giuridico. Un implicito invito al Parlamento a legiferare per colmare un vuoto normativo.

    La mossa di Alfano non ha fatto altro che dimostrare l’incompatibilità politica del ministro con il governo di cui è parte. Presidente del Nuovo Centrodestra e portavoce di istanze conservatrici Alfano fa comunque parte di un monocolore Pd che, al netto delle accuse di tendenze destrorse, resta progressista e riformista e occupa un ministero molto importante. Un “organo” trapiantato che il corpo dovrebbe in teoria rigettare ma che invece tollera per non perdere l’apporto, peraltro non così determinante, dei parlamentari Ncd. Un compromesso politico che rischia però di gettare ombre su un governo che sta provando a invertire la rotta.

    La Polizia carica gli operai della Ast di Terni.
    «È lontana anni luce l’idea di manganellare gli operai», diceva il Ministro Alfano la scorsa settimana, alla Camera dei Deputati, all’indomani della manifestazione degli operai della Ast di Terni a Roma. Durante il corteo, la Polizia ha caricato gli operai ferendone alcuni, un’occasione in cui anche il segretario della Fiom, Maurizio Landini, si è opposto ai manganelli. Il Ministro degli Interni ha difeso l’operato della Polizia, sostenendo che i poliziotti fossero intervenuti perché gli operai minacciavano di dirigersi verso la Stazione Termini.

    Una bugia, dato che, pochi giorni dopo, la trasmissione televisiva Gazebo, condotta da Diego Bianchi su Rai Tre, ha trasmesso un video che documentava da vicino l’inizio degli scontri, con un gruppo di operai, guidati da Maurizio Landini, che si stava dirigendo verso via XX Settembre, e non verso la Stazione Termini. Nel video, si vede chiaramente un funzionario della Polizia ordinare «Caricate!» ai poliziotti, non appena il piccolo corteo operaio raggiungeva lo sbocco sulla via. Nessuno minacciava di occupare la stazione.

    Le inesattezze e le scuse poco credibili del Ministro gli hanno fatto guadagnare la seconda mozione di sfiducia in 16 mesi (e due mandati), la prima avvenne al Senato, la seconda (ieri) alla Camera. Mozioni di sfiducia individuali, che non coinvolgono il Governo, anzi pongono in Ministro in netto contrasto con l’Esecutivo. Sebbene Alfano continui a cercare di spostare gli attacchi verso la Polizia, insinuando che la mozione di sfiducia fosse un attacco alle Forze dell’ordine, non ai propri errori.

    Il presidente del Pd, Matteo Orfini, è stato tra i primi a commentare il video di Gazebo chiedendo chiarimenti. Il problema è che le deboli spiegazioni provengono da un esponente del Governo di cui il Pd è il partito principale. A questo punto o il Partito Democratico è schizofrenico, oppure c’è un Ministro che non c’entra niente con il Governo. In entrambi i casi, il premier Matteo Renzi avrebbe un grosso problema. Che Angelino Alfano non sia all’altezza del proprio ruolo? E allora, visti anche gli errori sotto il Governo Letta, perché riconfermarlo nello stesso ruolo?

    Paolo Morelli e Alessandro Porro

    Foto: siciliainformazioni.com

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