28 March 2017
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    Anna Politkovskaja vive ancora

    Anna Politkovskaja vive ancora è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

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    Otto anni fa veniva assassinata Anna Politkovskaja, una delle voci più libere e coraggiose del giornalismo, mossa dall’amore per la verità e per la sua Russia.

    Il 7 ottobre del 2006, il giornalismo perse una delle voci più libere e coraggiose che abbia mai avuto, Anna Politkovskaja, durante un agguato sotto casa sua. Dopo un processo controverso, prima chiuso senza colpevoli e poi riaperto, a giugno di quest’anno cinque uomini sono stati condannati per il suo assassinio, ma quello che manca, e che spicca per la sua assenza, è il mandante.

    Anna lavorava per la Novaja Gazeta, giornale moscovita che dal 2001 ha perso quattro giornalisti, tutti assassinati. Oggi, dopo otto anni dalla sua scomparsa, il lavoro di Anna Politkovskaja è ancora vivo per documentare le violenze della Cecenia, ma soprattutto il governo di Vladimir Putin. A leggere gli scritti di Anna Politkovskaja non si riesce a credere che la violenza cecena, tutto sommato, sia ancora così vicina a noi, sia nel tempo che nello spazio. Non ci si crede, ma è così.

    La giornalista russa criticava fortemente l’operato di Vladimir Putin, in particolare la sua politica nei confronti degli oppositori politici, che venivano obbligati ad allinearsi alla Russia oppure isolati, trasformati in reietti, costretti a perdere amicizie o rapporti di lavoro per le loro idee, come se avessero addosso un marchio di infamia. Durante il viaggio verso Beslan, nel 2004 (la scuola nella quale furono presi in ostaggio centinaia di bambini, di cui molti non sopravvissero), Anna fu avvelenata, ma riuscì a riprendersi. Aveva appena dato alle stampe il libro Putin’s Russia (La Russia di Putin). Sapeva di essere in pericolo di vita e, già nel 2005, lo dichiarava pubblicamente. Riceveva minacce soprattutto a causa dei suoi articoli sulla Cecenia.

    Le connessioni tra la critica di Anna Politkovskaja e gli altri oppositori di Putin erano molteplici, al suo omicidio viene spesso collegato, infatti, a quello del collega Yuri Shchekochikhin, assassinato nel 2003 (anche lui lavorava alla Novaja Gazeta), ma soprattutto alla morte della spia Aleksandr Litvinenko. Due giorni prima di morire – probabilmente consapevole dell’avvelenamento causato dall’esposizione al polonio – scrisse un’accusa a Putin, indicato come mandante del proprio omicidio e di quello di Anna Politkovskaja.

    Non è così semplice. Le denunce di Anna erano mal viste soprattutto dagli ufficiali ceceni, come l’ex presidente Alu Alkhanov, quindi è inutile fare ipotesi sulla base delle antipatie. Anna era schivata e considerata una pazza, costantemente in pericolo soprattutto quando andava in Cecenia, dove talvolta veniva protetta da alcune persone del luogo che invece temevano per lei. In un articolo, pubblicato postumo, la giornalista racconta le difficoltà della sua professione, dell’essere evitata da tutti e cercata solamente di nascosto. Parole commoventi, che mettono i brividi, ma che trasmettono ciò che sta alla base della passione per il giornalismo. Una lettura necessaria.

    Nel 2008, il processo contro i suoi assassini fu finalmente aperto, a distanza di due anni. Ma l’anno successivo i tre imputati furono assolti. Bisognerà attendere l’istruzione del processo di appello per arrivare a dieci indagati, cinque dei quali sono stati condannati lo scorso giugno alla pena detentiva. Tra essi, Dmitry Pavliutchenkov, ex ufficiale di polizia coinvolto nell’agguato e condannato a 11 anni. Sembra quindi che i sicari siano stati assicurati alla giustizia, per quanto abbia senso questo termine, peccato che manchi il mandante, cioè il vero colpevole dell’omicidio.

    Il giornalismo è ancora orfano di una voce libera, ma lo è soprattutto l’opinione pubblica. Esiste, su internet, una lista dei giornalisti assassinati in Russia tra il 1993 e il 2013: sono 184, quasi uno al mese. Per questi omicidi sono stati istruiti solo 50 processi.

    Anna Politkovskaja va ricordata per tenere bene a mente tutto questo, perché finché ci sarà qualcuno a raccontare, allora i fatti saranno più forti della volontà delle persone. È proprio l’oblio, invece, il nemico principale del giornalismo. I libri di Anna vanno letti perché aprono uno squarcio nella cortina di ferro della Cecenia, annegata negli stereotipi e nei luoghi comuni, per capire qual è l’effetto della propaganda sul racconto della realtà. Anna era scomoda perché rifiutava la versione ufficiale, ma era scomoda soprattutto perché voleva raccontare al pubblico una versione differente, anche se il pubblico – come accade ancora oggi – era poco interessato a mettere in discussione le proprie idee, molto più avvezzo a fidarsi delle opinioni che della cronaca.

    «Voglio fare qualcosa per gli altri usando il giornalismo, ecco tutto»
    Anna Politkovskaja

    Foto: tiscali.it

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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