1 May 2017
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    Anonymous: 100 siti israeliani offline

    Anonymous: 100 siti israeliani offline è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    Riparte l’annuale operazione di Anonymous contro Israele per portare l’attenzione sulla situazione della Palestina. Quest’anno c’è un motivo in più.

    Il 7 aprile 2015, Anonymous ha lanciato una nuova offensiva a Israele, nell’ambito dell’operazione #OpIsrael, in aperto sostegno ai diritti della Palestina. Durante il primo giorno di attacchi, sono stati mandati offline 40 siti istituzionali del Paese, tra cui il sito della Corte suprema, quello del Parlamento e diversi siti che appartengono alle forze di difesa. In totale, i siti israeliani irraggiungibili sono però un centinaio. AnonGhost, il gruppo di hacker che fanno capo ad Anonymous e che sta sferrando il cyber attacco, ha comunicato che continuerà a colpire i siti web del Paese fino al 20 aprile.

    Operazione che si ripete.
    Si tratta di un attacco che ogni anno colpisce Israele come forma di sostegno ai diritti dei palestinesi, che gli Anonymous sostengono apertamente e che hanno ribadito in diverse occasioni. Qualche sito governativo si è cautelato in proposito – non tutti, alcuni sono “caduti” lo stesso – e così, vista la resistenza di alcune vetrine istituzionali, il gruppo si è concentrato su siti di personalità pubbliche o organizzazioni private. «Come abbiamo fatto molte volte – recita un video diffuso da Anonymous per annunciare l’operazione – spegneremo i vostri server, i siti governativi, i siti delle autorità militari e delle istituzioni israeliane. Vi cancelleremo dal cyberspazio nel nostro Olocausto Elettronico».

    Obiettivo Palestina.
    Il riferimento all’Olocausto era evitabile perché fa pensare a tutt’altro genere di eventi: quelli che non dovrebbero più ripetersi in nessun modo e verso nessun popolo per nessun motivo. Al di là di questa pessima caduta di stile, la questione dei diritti negati ai palestinesi resta. Quella di Anonymous è un’operazione che ha l’intento, ogni anno, di riportare l’attenzione sulla situazione della Striscia di Gaza e della vita quotidiana dei palestinesi in Israele: poco integrati, con salari inferiori agli israeliani e in molti casi ghettizzati. Quest’anno, però, la rivendicazione assume un tono diverso.

    Yarmouk.
    La scorsa settimana, in Siria, l’Isis è entrato nel campo profughi di Yarmouk, a 8 km da Damasco, prendendone il controllo. L’accampamento è abitato da 18.000 palestinesi, per il quali il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha espresso subito una profonda preoccupazione. I ribelli siriani, che cercano di fermare l’avanzata dell’Isis, non riescono più a proteggere i civili, che sono alla mercé dello Stato islamico, senza cibo né diritti. Nemmeno gli aiuti umanitari riescono a entrare nel campo profughi per via dei combattimenti. Oltre la metà del campo di Yarmouk è nelle mani dello Stato islamico, ma alcune fonti non verificate parlano di un buon 90% oramai sotto il controllo del Califfato. Non c’è pace, per i palestinesi, nemmeno fuori dalla Palestina.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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