23 June 2017
    AungSanSuuKyi

    Aung San Suu Kyi, i primi quattro anni di libertà

    Aung San Suu Kyi, i primi quattro anni di libertà è stato modificato: 2016-01-26 di Alessia Telesca

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    Ricorre oggi, 13 novembre 2014, il quarto anniversario della liberazione del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, costretta agli arresti domiciliari dal regime militare della Birmania.

    «Non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo del potere corrompe chi ne è soggetto». Queste sono alcune delle celeberrime parole di Aung San Suu Kyi, attuale Segretario generale della Lega Nazionale per la Democrazia in Birmania e Premio Nobel per la Pace nel 1991.

    Una frase pregna di significato che parla di timore profondo e, soprattutto, di castigo, termine che Aung San Suu Kyi ha affrontato e vissuto in prima persona: la donna, infatti, proprio a causa della sua grande tenacia e della sua lotta per i diritti umani, fu arrestata dal regime militare della Birmania nel 1989, per poi ritrovare la piena libertà solamente nel 2010; oggi, 13 novembre 2014, ricorre il quarto anniversario della sua liberazione.

    La storia e le cause dell’arresto.
    Donna di grande intelligenza ed estrema delicatezza d’animo, Aung San Suu Kyi si laurea ad Oxford in Economia, Scienze politiche e Filosofia, per poi trasferirsi a New York per lavorare presso le Nazioni Unite. Sempre attenta alla situazione politica del suo paese natio, la donna torna in Birmania nel 1988 per stare accanto alla madre gravemente malata e, una volta arrivata lì, percepisce immediatamente i drammatici cambiamenti politici della sua terra, causati dalla salita al potere del generale Saw Maung.

    Orgogliosa delle sue radici e convinta che il suo paese e la sua popolazione meritino un governo democratico ed egualitario, Aung San Suu Kyi decide, nel settembre dello stesso anno, di agire in prima persona contro il regime dittatoriale: fonda la Lega Nazionale per la Democrazia, movimento politico che basa il suo credo sui principi della non violenza del Mahatma Gandhi.

    Conscio del fermento creato dal movimento della donna, e timoroso di una rivolta corposa e vincente, il regime militare decide, neanche un anno dopo, di condannare Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari, salvo che non decida di andare via dalla Birmania: la donna però, fieramente convinta dei suoi ideali e dal coraggio incommensurabile, decide di restare e combattere per la libertà.

    Il Nobel e una semilibertà fittizia.
    Il suo impegno viene riconosciuto nel 1991 con il Premio Nobel per la Pace, i cui proventi vengono utilizzati dalla stessa per la costruzione di un sistema sanitario e di istruzione per il suo popolo. Dopo cinque anni di arresti domiciliari, con un seguito popolare e un’attenzione mediatica in costante crescita, le viene concessa la semilibertà, con l’obbligo però di non lasciare il Myanmar; ai suoi familiari non è però permesso di visitarla e la donna non può stare al capezzale del marito che, malato di cancro, perde la vita nel 1999.

    Nel 2002, dopo le maggiori pressioni dell’ONU sul regime birmano, le viene concessa una maggiore libertà ma, l’anno successivo, durante un suo spostamento al fianco di molteplici sostenitori, un gruppo di militari apre il fuoco sulla folla, uccidendo numerosi civili. Grazie all’intervento provvidenziale dell’autista Ko Kyaw Soe Lin, Aung San Suu Kyi riusce a salvarsi ma viene nuovamente costretta agli arresti domiciliari.

    Scoppia il “caso” Aung San Suu Kyi.
    Da questo momento in poi il caso Aung San Suu Kyi diventa realmente di forte richiamo internazionale e sempre più insistenti diventano i movimenti internazionali e le pressioni dell’Unione Europea e degli Stati Uniti per ottenere la sua liberazione, i quali, però, rimangono inascoltati per lungo tempo. Nel frattempo la donna viene insignita di numerosi riconoscimenti, tra cui la prestigiosa Medaglia d’Onore da parte del Congresso degli Stati Uniti per l’impegno nella difesa dei diritti umani e diviene, il 14 giugno 2010, cittadina onoraria di Torino.

    La liberazione.
    Dopo ulteriori appelli per la sua liberazione, Aung San Suu Kyi viene dichiarata finalmente libera il 13 novembre 2010; provata dai lunghi anni di prigionia, dalle sofferenze emotive e fisiche subite, la donna decide di continuare la sua lotta e nel mese di aprile 2012 viene eletta in Parlamento. Il 18 giugno 2012 può recarsi ad Oslo per ricevere il premio Nobel che le era meritatamente stato riconosciuto ben ventuno anni prima.

    La Birmania dopo la liberazione di Aung San Suu Kyi.
    È difficile esprimere a parole ciò che è stato, e continua ad essere, l’impegno di Aung San Suu Kyi, una grande donna che ha saputo fronteggiare le più grandi difficoltà della vita e non ha mai ceduto il passo per amore in nome della democrazia. Difficile anche fare un ritratto particolareggiato della situazione attuale della Birmania a seguito della liberazione della donna, poiché ancora vige il regime militare.

    All’inizio dell’anno, in gennaio, si discuteva a proposito della presunta incandidabilità di Aung San Suu Kyi alle elezioni del 2015, osteggiata dal dettato della Costituzione voluta dai militari nel 2008: secondo l’articolo 59 comma F, infatti, sono incandidabili alla presidenza tutti coloro i quali abbiano sposato stranieri o abbiano da essi avuto figli; articolo che sembra esser stato scritto su misura per vietare la candidatura della donna, il cui marito era britannico e dal quale ebbe due figli. Per ovviare a tale problema sarebbe necessaria una riforma della Costituzione, approvata da più di tre quarti dei seggi tra i membri parlamentari, modifica questa che sembra, al momento, di difficile attuazione. Nel frattempo è stata l’opposizione birmana a mobilitarsi, depositando una petizione, con circa cinque milioni di firme, per chiedere la modifica dell’articolo.

    Nonostante i numerosi contrasti e le posizioni nettamente differenti, è notizia di pochi giorni fa (risalente al 31 ottobre 2014) un avvenimento storico che ha coinvolto Aung San Suu Kyi: proprio in vista delle elezioni e a seguito dell’incontro con Barack Obama, che specificava l’importanza di elezioni limpide e trasparenti, il presidente birmano Thein Sein ha avviato dei colloqui con la donna, proprio in vista del voto del prossimo anno.

    Piccoli, piccolissimi passi, che mostrano però un notevole cambiamento nel mondo politico della Birmania, che potrebbe vivere una vera e propria rivoluzione a seguito delle elezioni, che vedono come favorito proprio il partito di Aung San Suu Kyi.

    Foto: moralheroes.org

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    Alessia Telesca

    Educatrice di mestiere e anche un po’ d’animo, è idealisticamente convinta che la cultura sia la chiave per migliorare il mondo. Appassionata di cinema, libri e scrittura, si è avvicinata a quest’ultima nel 2010. Scrive per diverse testate e per The Last Reporter si occupa di cronaca e società.

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