25 June 2017
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    Auschwitz 75 anni dopo, la memoria nei libri

    Auschwitz 75 anni dopo, la memoria nei libri è stato modificato: 2015-05-20 di Cecilia Russo

    A 75 anni dall’apertura del campo di Auschwitz-Birkenau, la memoria è ancora necessaria. Ne abbiamo parlato con Jadwiga Pinderska-Lech, direttrice della Casa Editrice Museo Auschwitz.

    Il 20 maggio 1940 fu aperto il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, simbolo della Shoah e della Seconda guerra mondiale, dentro al quale furono rinchiusi, in quella data, i primi 30 prigionieri. Secondo le stime, vi morirono oltre 70.000 persone, e vi furono internati importanti intellettuali come Primo Levi e Elie Wiesel. Nel 1979, le rovine di Auschwitz diventarono patrimonio UNESCO, per la memoria e per gli errori dell’uomo. Oggi è un museo aperto a tutti, tassello fondamentale per la memoria.

    Abbiamo conversato con  Jadwiga Pinderska-Lech, direttrice della casa editrice e guida del Museo Auschwitz-Birkenau, in merito al ruolo della cultura e dei libri nella memoria della Shoah.

    Quand’è nata la casa editrice e qual è il suo rapporto con il museo?
    «La casa editrice è nata nel 1957, è uno dei  principali reparti del museo ed è nata per pubblicare i “Quaderni di Auschwitz”, pubblicazione annuale, stampata nei primi anni in polacco e tedesco, oggi in polacco e inglese (Auschwitz Studies). La rivista raccogli saggi storico-scientifici sulla storia del campo e dei sottocampi. Sono di solito articoli molto lunghi, scritti dagli storici del museo ma anche da università europee. Alcune copie della rivista vengono distribuite gratuitamente a enti che si occupano di queste tematiche (Museo dell’Olocausto di Washington, Mémorial de la Shoah di Parigi, Centro di documentazione ebraica di Milano e altri), altre copie sono in vendita al museo. La casa editrice ha anche come obiettivo quello di pubblicare le memorie dei sopravvissuti, oltre che documenti, fonti e articoli storici che parlano della storia di Auschwitz e della Shoah, l’obiettivo è divulgare la storia dei campi».

    Qual è il valore dell’editoria legata alla Shoah?
    «Il rapporto è molto stretto, facciamo anche libri di carattere pedagogico e libri per bambini. L’esistenza della casa editrice è importante perché altrimenti molti testi non sarebbero mai stati pubblicati, anche perché le case editrici private pensano soprattutto al guadagno, quindi a pubblicare storie molto commoventi, mentre i testi scritti dagli storici non sarebbero mai stati pubblicati».

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    Jadwiga Pinderska-Lech al Salone del Libro di Torino 2015, dove il Museo di Auschwitz aveva un suo stand.

    I romanzi che hanno una forte componente fantastica danneggiano o aiutano la letteratura della Shoah?
    «I romanzi sono dannosi quando storpiano la verità storica. Ad esempio “Il bambino con il pigiama a righe” dice cose non verosimili, racconta falsi storici. Tuttavia non tutti i romanzi sono così. Vanno bene anche libri ben scritti, che piacciono alla gente, sebbene le storie non siano realmente accadute, ma senza falsi storici. Libri così sono buoni perché permettono di parlare del tema e attirano l’attenzione. La casa editrice, tuttavia, non pubblica cose non vere, del resto i sopravvissuti ancora in vita, spesso si sentono offesi se vengono pubblicate cose completamente inventate. A oggi la casa editrice ha 350 titoli in catalogo, pubblicati in diverse lingue, vendiamo anche libri pubblicati da altre case editrici, tuttavia pochi di questi ricevono il permesso di vendita».

    Quali sono i rischi di banalizzazione legati alla memoria? La cultura può evitarlo?
    «Occorre scegliere i temi molto attentamente e fare attenzione all’accento che si dà. La letteratura è spesso banalizzata, soprattutto quando l’autore vuole per forza commuovere il lettore, quando si dà troppo peso al sentimentalismo, senza dare importanza alla parte storica. Le persone spesso si aspettano l’orrore e c’è il grande rischio di abituarsi al male. Anche le guide del campo cambiano spesso la loro narrazione per non essere ripetitive, tante di loro vedono il loro lavoro come una missione».

    Alla luce dei violenti atti di antisemitismo che dilagano nel mondo cosa può fare la cultura di fronte a tutto questo?
    «Il rischio dell’antisemitismo compare quando c’è la crisi economica e i partiti di destra, nazionalisti, vogliono incolpare qualcuno. Nascono strutture mafiose e le persone che non stanno bene le seguono nella speranza di migliorare la propria vita.
    «La cultura può sensibilizzare le persone anche attraverso i film (Il pianista, Schindler’s List), è necessario capire l’equilibrio, perché parlare troppo di certe tematiche non fa bene. Le ricorrenze come il 27 gennaio sono utili per non dimenticare, altrimenti si parlerebbe di questi argomenti solo nei programmi scolastici. È impressionante pensare che tempo fa in Germania è stato fatto un sondaggio che ha rivelato che moltissimi ragazzi non sapessero cosa fosse la Giornata della Memoria».

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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