19 October 2017
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    La banalizzazione della Shoah

    La banalizzazione della Shoah è stato modificato: 2015-03-04 di Cecilia Russo

    Dopo la manifestazione di sabato 28 febbraio a Roma, si parla di Fascismo, Nazismo, e anche di Shoah. Ma non bisogna banalizzare.

    In questi giorni, soprattutto in ambito politico, si sentono usare, in modo spesso scorretto, termini come “fascisti”, “nazisti”, “genocidio”, “sterminio”, vedi ad esempio i titoli di alcuni giornali (“Maroni e Salvini al convegno con il neo-nazista” […] spunta l’autore di un pamphlet razzista con simpatie per il terzo Reich – L’Espresso, 03/03/15).

    Un passo indietro necessario.
    È necessario quindi fare attenzione a non banalizzare e a non generalizzare concetti ben specifici della Storia mondiale. La Shoah è un evento che appare così enorme che tutto ciò che è successo prima sembra secondario, banalizzarla è un rischio che corrono gli storici stessi. Fino agli anni ’70, quasi tutti gli storici che lavoravano sulla Shoah erano ebrei, poi molti non ebrei hanno sentito il bisogno di occuparsene, creando spesso false credenze e generando informazioni scorrette. Del resto più ci si allontana, nel tempo, dalla Shoah e più se ne parla. Esiste anche una gelosia della memoria, che porta a considerare la Shoah come la tragedia per eccellenza, occorre, invece, sentire il dovere del ricordo e della storia, ascoltando le testimonianze con attenzione, in quanto è la memoria collettiva a generare la Storia.

    Queste riflessioni sono state fatte da Georges Bensoussan, storico e direttore della rivista del Mémorial de la Shoah (museo e centro di documentazione ebraica contemporanea sulla storia della distruzione degli ebrei in Europa, si trova a Parigi), che ha ricevuto il premio Mémoire de la Shoah nel 2008, riconoscimento creato per ricompensare scrittori, artisti o storici per lavori che abbiano come argomento il genocidio del popolo ebraico. Lo storico ha più volte sottolineato il pericolo di banalizzazione della Shoah. Alla luce di questi pericoli non si dovrebbero utilizzare parole o aggettivi inadeguati a descrivere situazioni attuali.

    La banalizzazione dei campi di sterminio.
    Spesso si parla molto di alcuni luoghi o eventi, come il campo di Auschwitz, e molto poco di altri. Ad esempio altri campi di sterminio, come Treblinka o Belzec, sono meno conosciuti al grande pubblico ma sono luoghi simbolo per lo sterminio ebraico. Lì c’era una vera industria di cadaveri, luoghi in cui le persone venivano eliminate in due ore. Campi in cui si uccidevano 10.000 persone al giorno.

    La banalizzazione delle situazioni e dei concetti.
    L’esistenza dei nazisti non può essere considerata un falso storico, ma quando non si comprende qualcosa si rischia di pensare che o questa cosa non esiste o la si considera falsa. Dopo la Shoah non è più possibile essere antisemiti, tuttavia non è sufficiente una lezione o una lettura sulla Seconda guerra mondiale per combattere l’antisemitismo e non è possibile negare che in molte città del mondo, ancora oggi, essere ebrei fa paura.

    La banalizzazione della Storia.
    C’è poi il rischio di banalizzare la Storia, che si fa solo con i documenti d’archivio, non attraverso la fantasia. Un buon esempio di racconto breve della Shoah basato su documenti originali è Notte e nebbia, un documentario cinematografico di carattere storico sull’Olocausto girato, nel 1956, dal regista francese Alain Resnais. L’opera è stata realizzata su un progetto dello storico Henri Michel, con il patrocinio del Comité d’histoire de la seconde guerre mondiale in occasione del decimo anniversario della Shoah.

    La Shoah va letta considerando la storia europea, un genocidio è inseparabile da una guerra. La politica di sterminio nasce con essa. La storia ebraica, poi, non può essere ridotta alla storia della Shoah, esistono una lingua e una cultura ebraica che vanno ben oltre i campi di concentramento. Spesso, però, sono gli ebrei stessi ad allontanare dal popolo ebraico la Shoah, ma, come dice Bensoussan, «non dire che quelle persone sono morti in quanto ebrei significa rubare anche la loro morte».

    Non esiste una colpa collettiva o ereditaria, sentimento provato spesso dai discendenti delle vittime della Shoah, ma è possibile evitare il senso di colpevolezza, tuttavia, come ribadisce ancora Bensoussan, «non si edificano monumenti alla memoria della debolezza».

    Per approfondire: scarica il nostro ebook “La Shoah dopo la Shoah” »

    Foto: nordmilano.net

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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