23 August 2017
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    Bernelli: “Vivere di scrittura è possibile”

    Bernelli: “Vivere di scrittura è possibile” è stato modificato: 2015-04-12 di Cecilia Russo

    Intervista con Silvio Bernelli, ex musicista, scrittore e giornalista, un uomo che vive della parola scritta.

    Personaggio dai mille volti, Silvio Bernelli è l’ex bassista dei Declino e degli Indigesti, storici gruppi punk-hardcore torinesi degli anni ’80. Oggi è un affermato scrittore, il cui successo nacque proprio dalla musica. Con il suo primo libro, I ragazzi del Mucchio, (Sironi, 2003 e 2009), nel quale raccontava la propria lunga esperienza musicale, si aprirono le porte della comunicazione. Da lì, Bernelli è passato attraverso agenzie di comunicazione e marketing, fino ad arrivare a firmare il pay off e alcuni speech dell’Associazione Torino 2006 alla convention di Seoul, che assegnò le Olimpiadi invernali al capoluogo piemontese. Giornalista per l’Unità, Il Mucchio Extra e Il Fatto Quotidiano, oggi insegna scrittura alla Scuola Holden di Torino e dal 2013 insegna anche hatha yoga, grazie al diploma di istruttore conseguito presso l’Istituto Isyco di Torino.

    Lavorare con le idee.
    Difficile condensare un personaggio del genere in poche parole, tuttavia Silvio Bernelli ha risposto alla nostra domanda «qual è il tuo lavoro?» con una sola frase efficace: «Mi occupo delle idee e di come queste idee diventano racconto, dello scrivere nelle sue molteplici forme». È indubbiamente una di quelle persone che “vive di scrittura”, sorge spontaneo chiedergli come abbia costruito la sua carriera.

    Dalle parole alla musica.
    «Ero un ragazzino poeta –
    ha raccontato Bernelli – che a sedici anni scriveva poesie introspettive, tristi, che non erano un granché ma che potevano diventare testi di canzoni. Così ho scritto per il gruppo in cui suonavo, infatti la metà delle canzoni dei Declino sono opera mia». I Declino sono stati un gruppo musicale punk-hardcore italiano nato a Torino nei primi anni Ottanta. Assieme ad altri gruppi, come gli Indigesti, di cui Silvio Bernelli è stato il bassista, ha costituito la base della scena punk-hardcore torinese e piemontese dell’epoca.

    «Ero nato come paroliere – ha spiegato – e imparare a combinare le parole con la musica è stato molto utile perché mi ha insegnato il ritmo dello scrivere e l’economia della parola, ciò mi ha portato alla passione della poesia. Ian Curtis (cantante e paroliere della band Joy Division, ndr) era il mio mito, volevo somigliargli e da lì è nato il mio amore per la poesia-testo-canzone. Molto mi ha influenzato il mio interesse per la letteratura perché ero molto curioso: ho avuto la fortuna di crescere in una casa dove c’erano i libri».

    Le agenzie pubblicitarie.
    Il successo di Silvio Bernelli non è solo legato alla musica ma l’essere stato un musicista di fama ha influenzato la sua carriera. «Infatti – ha spiegato Silvio – ho lavorato 20 anni nelle agenzie di pubblicità. Il mio primo libro, “I ragazzi del Mucchio”, è stato un successo, e ha avuto due edizioni. Tutto è venuto grazie al libro, di cui molti giornali avevano parlato e anche nel mondo della pubblicità il fatto che avessi fatto un lavoro importante nella scrittura era considerato un bene».

    Sembra una strada costellata di successi, ma oggi una carriera come la sua sarebbe ancora possibile? Com’è possibile vivere di scrittura in Italia? «Io sono un signore di 50 anni – ha replicato Silvio – un uomo che si è costruito il suo percorso venticinque anni fa, in un clima diverso. Oggi il mercato editoriale sta vivendo una fase di cambiamento epocale e entro qualche anno penso che i giornali scompariranno. Non so se possa essere un modo di vivere, il mio. Oggi ci sono ancora persone che vivono di questo, il problema è sicuramente l’inizio della carriera: i ragazzi sfruttati scrivono senza essere pagati o per pochissimi soldi e ciò fa sì che non sia facile vivere di scrittura. Inoltre i media italiani sono intossicati dalla politica. Se anziché cominciare venticinque anni fa avessi cominciato oggi non so se sarei quello che sono. Se, invece, avessi cominciato trentacinque anni fa, le cose per me sarebbero state molto più facili, perché l’accesso alle professioni era più semplice».

    Una scelta convinta.
    Certo, vivere di scrittura non è semplice, non dà garanzie, ma Bernelli non ha mai dubitato della sua scelta: «non ho mai pensato di mollare tutto. Non avrei immaginato nessun altro me stesso, per molti anni sono stato come un impiegato nelle diverse agenzie. Anche se nessuna mi ha mai veramente assunto, i soldi che guadagnavo avevano ancora un valore. Oggi non si possono guadagnare 1.200 euro lordi lavorando tutto il giorno, non si può pagare un affitto in questo modo e ciò non va bene. L’impazzimento del mondo del lavoro riguarda centinaia di professionisti che lavorano nella creatività. Questo paese odia i giovani e i creativi. Il pensiero del nostro paese è fermo tra il 1976 e il 1979».

    Lo yoga.
    Oltre al lavoro, Silvio Bernelli ha sempre coltivato i suoi interessi, questo lo ha in qualche modo aiutato. «Non ho mai avuto hobby – ha rivelato –, ma solo grandi passioni. Come il basso elettrico, lo yoga, la mountain bike. Coltivare un se stesso diverso è un modo che può aiutare le persone a uscire dai loro steccati. Credo in un futuro in cui ci saranno lavori di servizio alla persona, per me lo yoga è questo. Possono nascere lavori dalle passioni. Si pensi ai moltissimi corsi di danza del ventre, fotografia, reiki, per ogni passione e interesse c’è una necessità soddisfatta, va sempre bene mettersi alla prova».

    100 libri l’anno.
    Quest’intervista si chiude con una bottiglia lanciata nel mare, alle persone che sognano di lavorare con le parole cui Silvio Bernelli dà un consiglio. Cosa deve fare un giovane che vuole vivere di scrittura? «Deve leggere 100 libri l’anno e poi mentre legge deve cercare di imparare e cercare di scrivere, anche se le prime cose non saranno buone, poi pian piano si impara. Ma bisogna leggere 100 libri buoni. Deve essere curioso e cercare dei libri che non ci strizzano l’occhio, occorre trovare qualcosa che non chiede di piacerci per forza. Un buon libro tra questi cento? “Dublinesque” di Enrique Vila-Matas».

    Il successo di Silvio Bernelli è arrivato con la musica: «non sarò mai famoso come lo ero da ragazzo (con il Declino e gli Indigesti, ndr) ma del successo non mi è mai importato nulla. Ho scritto i libri che volevo leggere, la musica che volevo sentire. C’è sempre uno spazio per le cose un po’ vere. Oggi Scrivo sul www.primoamore.com, sito in cui scrivono scrittori importanti, questa proposta è arrivata da Dario Voltolini che recensì il mio libro e da lì mi chiese di partecipare. Ci sono testi letterari, recensioni, i libri che arrivano lì sopra meritano di esserci».

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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