22 September 2017
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    Black Mirror, prepararsi al peggio

    Black Mirror, prepararsi al peggio è stato modificato: 2015-02-25 di Margherita Ricci

    Riflessione circa le ripercussioni intrapersonali e interpersonali inerenti al consumo tecnologico, a partire dalla miniserie Black Mirror.

    Black Mirror è una serie televisiva inglese prodotta da Charlie Brooker, trasmessa in italia dal 2012 e, sempre nello stesso anno, vincitrice del premio International Emmy Award (uno dei più importanti a livello internazionale) come miglior miniserie.

    Si compone di due stagioni con tre puntate ciascuna e di una parte speciale che è andata in onda nel dicembre 2014. Qui, cast e tematiche si presentano diversi in tutti gli appuntamenti, ma il filo rosso rimane imperterrito e intermittente, uno: la metamorfosi della tecnologia che consumata come pane quotidiano diventa l’unica dieta possibile.

    Persone con vite completamente alienate non si accorgono di essere coinvolte nella più totale assuefazione da spettacolo e crudeltà; è come se una particella robotica si fosse sostituita all’esercizio di umanità, alla pratica del restare umani. La rappresentazione dell’orrore venturo arriva all’estremo, il mezzo è sfuggito di mano al messaggio e l’uomo non è libero, né cosciente, né più abile nel dilettarsi in un ventaglio eterogeneo di altre attività, si limita ai clic e, pur compiacendosene, non è felice. Non così.

    Dibattito e cineforum.
    Il dibattito, che si è svolto nell’aula occupata del CLE di Torino (Campus Luigi Einaudi) durante il cineforum inerente alla miniserie, è risultato ricco di intuizioni provenienti dalle differenti preparazioni sociologiche, politologiche e antropologiche dei presenti. L’interesse per l’analisi di queste dinamiche tecnologiche corre veloce lungo la sensibilità di chi non si arrende alla distopia. Tra i presenti molti avevano già avuto modo di imbattersi nelle due puntate di cui parlerò tra poco. Non eravamo tra questi, e ammettiamo il prolungato sgomento nato dalla sequenza di scene ridondanti di follia e dissociazione.

    Black Mirror, o altri motivi di incontro, è importante per unire gli studenti universitari. Non solo poiché questo è un modo per potersi conoscere da vicino, ma anche perchè solo in questa maniera si rende possibile la comprensione e l’amore nei confronti di quell’atto che è la “socialità” e che ritroviamo continuamente presso le pagine dei nostri libri.

    È importante, quindi, condividere, non solo sui social ma attivamente, con il coraggio di chi si siede ad una “tavola rotonda” e decide di mettersi in gioco, di confermare le proprie idee, di essere disposto a sottolineare i propri dubbi e a mettersi in discussione intellettualmente e personalmente.

    15 millions of merits – Come carne al macello.
    Nella puntata 15 millions of merits assistiamo ad un susseguirsi di scene ritraenti personaggi che pedalano insistentemente le loro cyclette, mentre schermi giganteschi riproducono sul loro naso gag grottesche di individui plastici e finti, atti a tentare di far ridere solo l’ultimo degli annoiati.

    L’episodio mostra come quel tipo di esercizi fisici altro non serve che da retroscena per un talent show, in cui tutto è messo a nudo fuoché l’autenticità. I giudici, al pari di quelli che vediamo passarsi lo scettro nelle trasmissioni odierne, risultano assetati di scoop e di qualunque gesto che serva ad aumentare lo share televisivo. Il pubblico, dal canto suo, è costituito da omini stilizzati che applaudono i concorrenti, li incitano dalla loro seduta e fomentano la carne al macello che andrà ad esibirsi. Inoltre, per aiutare le neonate stelle, dal backstage vengono offerti degli intrugli dal contenuto sconosciuto, il più chimico e “migliore” aiuto per non farsi intimidire dagli spettatori passivi della platea.

    Nella rappresentazione macabra di questo continuo e tragico iter, prendono forma due personaggi che nonostante non si presentino allergici a certi ambienti, avendone accettato le logiche da principio, non si trovano lo stesso a loro agio. I due daranno colore e sfumatura a quell’habitat creato ad hoc, scambiandosi una quantità di dolcezza e intesa e stimolando reazioni di riso e fastidio ad intermittenza.

    White Bear – Il ritorno della caccia alle streghe.
    In questa puntata Victoria, la protagonista, si sveglia legata in una casa deserta e ne esce impaurita e frastornata. Non sa chi sia, dove si trovi, non sa cosa le sia capitato e chiede aiuto. Ben presto scopre che il luogo in cui si trova è caduto sotto il controllo di un circuito elettromagnetico che ha trasformato gli abitanti in pseudo “reporter” impazziti e pronti a filmare qualsiasi situazione appetibile in quanto tragica.

    Qualcuno intanto cerca di mettere ulteriormente in pericolo la ragazza, che si ritroverà a scappare da tre individui mascherati mentre intorno a lei si formerà un pullalare di cellulari a videocamera accesa; il bello è che nessuno sarà disposto a fermare i tre assassini. La scena surreale palesa quanto sia più importante documentare che agire. Sgomenta e afflitta, Victoria troverà finalmente una ragazza, Jem, che in un primo momento sembrerà volerla aiutare ma che ben presto risulterà essere una complice.

    La puntata evidenzia come la sventurata, che aveva perso memoria circa la sua identità, altro non era che la vittima di un pubblico votatosi alla giustizia collettiva, come in una vera e propria caccia alle streghe, atto a volerla punire per le azioni violente che lei stessa aveva commesso pur non avendone più ricordi.

    Sensazioni contrastanti.
    Le sensazioni che si diramano dalla visione della miniserie sono contrastanti. Da una parte l’estrema rappresentazione della realtà ci fa sentire al sicuro di fronte ad una impellente metamorfosi aliena, dall’altra, però, questo clima distopico non ci sembra poi così lontano.

    Camminando per la strada incontriamo persone con il naso incollato allo schermo: riescono ad evitare di venirti addosso per pochissimo, tanto sono concentrati ad esplorare il mondo dai loro schermi. Al mattino, sul Po, notiamo che risulta più urgente fotografare la fauna del fiume, piuttosto che godersela ad occhio nudo.

    I romanzi scritti in vista di un ritorno all’autenticità e in vista di un recupero della serenità sociale “primordiale” non bastano, chi non è un alieno alzi la mano e cerchi di sottrarsi a queste logiche.

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    Margherita Ricci

    Nata a Novafeltria (RN) nel '91. Laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e studentessa di Scienze Politiche a Torino. Esistenzialista e amante de "Le straordinarie avventure di Pentothal". Mentore d'eccellenza: Fausto Rossi.

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