22 September 2017
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    BOB Sharing, come ti riduco il traffico in città

    BOB Sharing, come ti riduco il traffico in città è stato modificato: 2015-06-17 di Paolo Morelli

    La nuova app BOB Sharing, servizio di car pooling “locale”, si propone di ridurre il traffico dei pendolari tra Torino e cintura.

    Le strategie per risolvere i problemi della società attuale finiscono, spesso, a puntare sul concetto di condivisione – che riporta inevitabilmente al centro la comunità. Il traffico, nelle metropoli, è una vera piaga, soprattutto per i pendolari che, magari da fuori città, percorrono tutti i giorni le stesse strade, accumulando ore e ore di coda. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il trasporto consuma il 50% del petrolio mondiale, di cui il 40% è destinato al trasporto urbano. Entro il 2025, poi, il traffico urbano è destinato a raddoppiare. È chiaro che la tendenza va invertita.

    Il progetto.
    A partire da questi dati, è nata l’idea chiamata BOB Sharing, dal nome dell’associazione che l’ha sviluppata, e che coinvolge 12 comuni della cintura di Torino, oltre allo stesso capoluogo. La trovata, in realtà, non è nuova. BOB Sharing è una app per smartphone che offre un servizio di car pooling. La differenza rispetto ad altri servizi più popolari (come Bla Bla Car, ad esempio), è che BOB Sharing si sviluppa in ambito locale, coinvolgendo direttamente le amministrazioni pubbliche e facendosi “vedere” dai cittadini. Rispetto ad altri servizi, infatti, BOB Sharing posiziona delle “fermate” in punti precisi, che vengono utilizzati per la salita e la discesa dei passeggeri. Un car pooling “istituzionalizzato” che, puntando sulla dimensione locale, rinforza la sicurezza degli utenti, che spesso e volentieri si conoscerebbero tra loro già da prima (magari sarebbero dello stesso, piccolo paese).

    Percorsi precisi e sicurezza.
    Come ha spiegato l’ideatrice, Lara Naclerio, durante la presentazione che si è svolta ieri, 16 giugno, al Circolo dei Lettori di Torino, «i punti di fermata convenzionati sono posizionati in luoghi strategici del territorio». Soprattutto su Torino (dove, ancora, non ci sono i cartelli che indicano le fermate, ci vorrà tempo), i punti di salita e discesa sono posizionati nelle zone di interscambio con i mezzi pubblici della città, anche per favorirne l’utilizzo.

    Chi mette a disposizione la propria auto, quindi, segue percorsi prestabiliti – selezionati a priori – tra un punto e l’altro, e nel momento in cui si iscrive accetta che i propri dati vengano utilizzati dall’amministrazione pubblica per compiere verifiche legali (su patente, auto e fedina penale). L’automobile utilizzata, poi, dovrà essere almeno Euro 4. Per ogni chilometro percorso (misurato dalla app tramite GPS), ogni passeggero verserà all’autista 15 centesimi, che coprono una parte delle spese e non costituiscono reddito. È semplicemente una condivisione dell’auto e delle spese. BOB Sharing non trattiene commissoni di nessun tipo, quindi quei 15 centesimi non aumentano. Per ora, in fase di test dalla prossima settimana, il denaro sarà scambiato in contanti con una doppia conferma dei pagamenti (da parte di autista e passeggero) attraverso la app, ma è allo studio una soluzione che permette di trasferire denaro da un “borsellino elettronico” all’altro senza commissioni bancarie o carte di credito. Diverse banche si stanno attrezzando.

    Come ha aggiunto Giuliano Cavaglià, ingegnere che ha seguito dall’inizio la progettazione di BOB Sharing, «è stata la questione sicurezza a farci migrare dalla metropoli ai comuni limitrofi, che possono controllare più facilmente la situazione dei cittadini. Abbiamo poi aggiunto un’assicurazione in secondo rischio per chi si iscrive a BOB Sharing, che alza i massimali a 25 milioni di euro».

    I “certificati bianchi”.
    Se non ci sono contributi pubblici né commissioni, come vive la app? Il meccanismo è complesso ma molto interessante. Ogni passeggero che utilizza BOB Sharing non prende la propria auto, perciò fa consumare meno petrolio e fa emettere meno CO2 nell’aria. Si stima che ogni 15.000 km percorsi da tutti passeggeri (e se la app prendesse piede, si raggiungerebbero molto in fretta), viene risparmiata una tonnellata di petrolio. Questo “risparmio” viene certificato da dei titoli di efficienza energetica, assegnati dal gestore dei servizi energetici (GSE). Si tratta dei cosiddetti “certificati bianchi”, i quali possono essere rivenduti ai gestori che ne hanno bisogno, facendoli pagare 100 euro l’uno, e che li utilizzano per certificare l’efficienza dell’intero sistema energetico. Il gestore, se non può efficientare il sistema con propri mezzi, può acquisire certificazioni di privati che l’hanno fatto al posto suo, dimostrando quindi che il sistema è comunque efficiente. In questo modo, BOB Sharing, che creerebbe una generale efficienza energetica e ambientale per i comuni coinvolti, pensa di mantenersi e creare profitto “pulito”.

    Una grande occasione.
    Secondo la ricerca citata all’inizio, il 94% delle automobili private, che percorre tratti urbani, trasporta una sola persona, l’automobilista. Esistono quindi, per ogni auto, almeno tre posti vuoti (dipende dall’omologazione della vettura) che possono essere occupati da persone che seguono gli stessi percorsi ogni giorni, agli stessi orari. La possibilità, quindi, esiste, e se è vero che la congestione del traffico di Torino è pari al 20% (a Palermo, peggiore in Italia, si toccano punte del 39%), condividere l’auto e il viaggio può essere una risorsa. Se questa app prendesse piede e fosse utilizzata anche solo da un terzo delle persone, ridurrebbe – potenzialmente – il traffico di un terzo, il che sarebbe già di per sé un cambiamento epocale.

    I comuni coinvolti: Aglié, Bairo Cavanese, Baldissero, Castellamonte, Chieri, None, Piossasco, Poirino, Rivarolo Canavese, Salassa, Volvera (si aggiunge Torino, che per ora è più defilata).

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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