23 June 2017
    Boyhood

    Boyhood, 12 anni di riprese

    Boyhood, 12 anni di riprese è stato modificato: 2015-02-22 di Alessia Telesca

    Richard Linklater ha girato “Boyhood” in 12 anni, con gli stessi attori, che sono cresciuti con e dentro il film.

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    Una storia semplice, una famiglia più o meno normale è al centro di Boyhood, il film di Richard Linklater. Mason ha otto anni, vive con sua sorella Samantha e sua mamma Olivia, lontano dal papà, Mason sr, a seguito del divorzio. La mamma, in continua ricerca di un nuovo amore, costringe i figli a traslocare e a cambiare casa costantemente, cosa che, in fin dei conti, non ostacola il rapporto con entrambi i genitori.

    Le riprese.
    La forza e l’originalità di Boyhood non risiedono nella trama ma nella metodologia di sviluppo della pellicola: il film è un period movie lungo 12 anni che, oltre a raccontare la crescita del protagonista Mason, mostra il cambiamento degli Stati Uniti dell’ultimo decennio. L’arco di tempo del film, infatti, non è fittizio ma reale, poiché la pellicola è stata composta attraverso un lavoro di dodici anni, periodo in cui il regista ha osservato la crescita fisica dei suoi protagonisti e del territorio circostante, mescolando così il tipico film di formazione ad un vero e proprio esperimento cinematografico di grande impatto.

    Il film “autentico”.
    Boyhood
    , proprio grazie all’arco temporale di costruzione, che ha conferito al film un’aura di autenticità riscontrabile solo nei docu-film, è così una pellicola generazionale, che racconta il significato dell’essere ragazzo nell’America di oggi, spiegato attraverso l’educazione e lo sviluppo emotivo e culturale messo in atto dalle evoluzioni (o, in alcuni casi, involuzioni) sociali.

    Boyhood comincia la sua narrazione dal concetto di famiglia, fondando proprio all’interno di questa le basi solide per la crescita di Mason; questa diviene così il centro nevralgico del cambiamento personale, in cui si rincorrono elementi positivi e negativi, spinte emozionali o forti illusioni, sensazioni che consentono lo sviluppo e la formazione del giovane ragazzo di otto anni.

    Raccontare la crescita reale.
    Il cambiamento è il vero protagonista di Boyhood ed è ciò che Richard Linklater ha filmato e testimoniato in modo autentico, cosa che il cinema difficilmente riesce a fare a causa dell’arco temporale di lavorazione ben definito. I protagonisti del film non sono cristallizzati, non sono sostituiti (come avviene nelle tradizionali pellicole in cui i protagonisti, una volta cresciuti, vengono interpretati da attori differenti) ma sono sempre gli stessi, con anni diversi ed esperienze di vita diverse.

    Boyhood si struttura come un diario personale lungo dodici anni, in cui gli episodi non sempre sono sensazionali o strabilianti ma testimoniano la vita normale di un bambino, un adolescente, un quasi adulto, in cui l’unica cosa che conta è il trascorrere del tempo. Boyhood è così l’estremizzazione del cinema in assoluto, poiché, rispetto al film tradizionale che racconta il mondo circostante attraverso la finzione, mostra davvero l’evolversi della vita umana, legata e influenzata dalle società incontrate nel corso della crescita e di cui la famiglia rappresenta quella più importante e influente, in positivo e in negativo.

    Un esperimento narrativo già tentato da Linklater.
    Non è la prima volta che Richard Linklater utilizza il cinema per raccontare il tempo: il suo primo esperimento, infatti, avvenne con una trilogia sentimentale, che raccontava la storia d’amore tra Jesse e Celine, attraverso le pellicole Prima dell’alba (1994), Prima del tramonto (2004) e Before midnight (2013) ma, in quel caso, il cambiamento dei protagonisti era strettamente legato alla crescita del pubblico presente in sala, cresciuto e differente grazie alla scansione delle pellicole in uscita. Boyhood, invece, racchiude il cambiamento in un unico film, proposto ad uno spettatore statico che osserva il movimento dei protagonisti ed osserva così una pellicola lunga una vita, ma condensata in 166 minuti.

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    Alessia Telesca

    Educatrice di mestiere e anche un po’ d’animo, è idealisticamente convinta che la cultura sia la chiave per migliorare il mondo. Appassionata di cinema, libri e scrittura, si è avvicinata a quest’ultima nel 2010. Scrive per diverse testate e per The Last Reporter si occupa di cronaca e società.

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