25 November 2017
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    Bruno Contrada: storia di un processo

    Bruno Contrada: storia di un processo è stato modificato: 2015-04-15 di Ludovico Astengo

    La Corte di Strasburgo impone all’Italia di risarcire Bruno Contrada, condannato per associazione mafiosa. Cosa è successo.

    Bruno Contrada non andava condannato, perché la fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa, all’epoca dei fatti (1979-1988), «non era sufficientemente chiara». Così, a prima vista, motiva la Corte europea dei diritti dell’uomo la sentenza con cui impone all’Italia di risarcire Contrada per quella che pare a tutti gli effetti un’ingiusta detenzione.

    Il “caso Contrada” è una vicenda processuale molto complessa, che contiene alcuni degli aspetti più problematici del Diritto penale e processuale penale italiano. Non solo perché ha visto un annullamento dell’assoluzione in Appello da parte della Cassazione (possibilità non prevista in molti ordinamenti stranieri, in cui una volta assolti non si può più essere sottoposti a processo per quel determinato reato) ma anche perché la sentenza di condanna definitiva è relativa a un reato di difficile definizione.

    Chi è Bruno Contrada.
    Bruno Contrada, come dirigente della Polizia di Stato e del SISDE (i servizi segreti italiani), viene accusato nei primi anni Novanta di aver intrattenuto rapporti di collaborazione continuativi con esponenti di “Cosa Nostra”, rendendosi di fatto partecipe, tra gli altri fatti, della strage di Via d’Amelio in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino assieme ai membri della sua scorta. A puntare il dito contro Contrada furono alcuni dei più noti esponenti della mafia siciliana all’epoca arrestati: Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese e Salvatore Cancemi. Essi confermarono con versioni tra loro coerenti la disponibilità dell’imputato a rafforzare, col suo operato, l’associazione mafiosa.

    Condannato in via definitiva.
    La condanna definitiva arriva nel 2007, ma la vicenda è tutt’altro che conclusa. Ben quattro richieste di revisione del processo vengono presentate negli anni successivi, e benché Contrada non chieda la grazia direttamente, il suo avvocato fa di tutto perché gli venga concessa, pur senza riuscire nell’intento. Incorrono poi difficoltà di salute che spingono Contrada a domandare di essere messo ai domiciliari, ma passano molti mesi prima che la richiesta venga accolta. La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene già nel 2014 su questo punto, per segnalare come l’incompatibilità del regime carcerario con le condizioni di salute violi l’articolo 3 della Convenzione, in quanto trattamento inumano e degradante. Nel frattempo l’ex agente di Polizia ha finito di scontare la sua pena, ma all’Italia viene imposto un primo risarcimento.

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    Bruno Contrada negli anni ’70.

    Un reato poco chiaro.
    Con la pronuncia di ieri, 14 aprile, la Corte europea sanziona il nostro Paese su un altro piano, non meno grave: all’epoca dei fatti il reato contestato a Contrada, frutto di successiva e costante elaborazione giurisprudenziale, non era sufficientemente chiaro da permettere al condannato di essere consapevole di stare, con la sua condotta, commettendo un reato. A essere violato è il principio di legalità, pietra angolare di qualsiasi sistema legale garantista, il quale impone che le norme penali siano sufficientemente chiare da poter essere comprese da chiunque ne debba rispondere. Non conta che tale chiarezza sia stata raggiunta in seguito, perché non sarebbe diverso dall’introdurre un nuovo reato e condannare per la condotta in esso descritta chi l’ha tenuta prima della sua entrata in vigore.

    Il concorso esterno in associazione mafiosa.
    L’elaborazione giurisprudenziale del concorso esterno in associazione mafiosa è sempre stata una questione problematica del nostro ordinamento e la sua analisi tuttora non soddisfa tutti i giuristi. Non dimentichiamo le parole taglienti del sostituto procuratore di Cassazione Iacoviello che, in merito alla richiesta di annullamento della condanna a Marcello dell’Utri, nel 2012, affermò che «il concorso esterno in associazione mafiosa è diventato un reato autonomo in cui più nessuno crede».

    Ciò è dovuto all’estrema difficoltà di identificare la differenza tra colui che partecipa all’associazione e colui che invece contribuisce al suo mantenimento e rafforzamento, senza però farne parte. Tale posizione è stata contestata negli ultimi vent’anni a molti imputati, spesso “eccellenti”, ossia magistrati accusati di aggiustare le sentenze a favore di un mafioso, politici impegnati a distribuire appalti e favori all’organizzazione criminale, o imprenditori collusi con finalità di profitto. Nel caso di Bruno Contrada l’impossibilità di raggiungere un verdetto definitivo è dovuta non solo alla difficoltà di definire cosa fosse nel concreto, alla fine degli anni Ottanta, il concorso esterno in associazione mafiosa, ma anche al fatto che la condanna si basò quasi esclusivamente su testimonianze, prove per le quali vi è molta reticenza a riconoscere un’affidabilità assoluta. Il regime di favori cui si può accedere in quanto collaboratori di giustizia è un forte incentivo a raccontare la verità ma anche, forse, qualcosa di più.

    Diritti degli imputati.
    Bruno Contrada è innocente? Difficile dirlo con certezza. La Corte europea ha individuato una grave violazione delle garanzie del processo nell’aver condannato un uomo per un reato poco chiaro e determinato. Non è la prima volta in cui una sentenza sovranazionale è usata, come probabilmente sarà questa, per chiedere l’ennesima istanza di revisione del processo, al fine di farsi riconoscere un risarcimento per ingiusta detenzione. Sono sempre più numerosi i casi in cui le violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo pongono l’Italia sotto la luce dei riflettori a causa di un sistema processuale ricco di falle e aspetti arbitrari (non ultimo, l’assenza di una fattispecie di tortura cui, dopo la pronuncia sui fatti alla scuola Diaz, si troverà presto una soluzione legislativa). L’auspicio è che questa costante analisi da parte di organi sovranazionali sia un incentivo a svolgere un profondo lavoro di autocritica dello stato di salute del nostro sistema penale, e ad avviare un percorso di riforme capace di risolvere i problemi più eclatanti.

    Rimane il fatto che la torrida e drammatica estate del 1992 vide come protagonisti, silenziosi e conniventi, non solo membri di Cosa Nostra ma anche, evidentemente, rappresentanti dello Stato che, in modi ancora tutt’altro che chiari, collaborarono a far prendere alla storia del nostro paese pieghe fino ad allora impensabili. Il “caso Contrada” non è altro che un ennesimo tassello, insoluto, di questa storia.

    In copertina: Bruno Contrada (foto: futuroquotidiano.it)

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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