28 March 2017
    dostoevskij

    Buon compleanno, Dostoevskij

    Buon compleanno, Dostoevskij è stato modificato: 2016-01-26 di Redazione

    L’11 novembre 1821 nasceva Fëdor Michajlovič Dostoevskij, uno dei più grandi scrittori mai esistiti. Lo ricordiamo con un viaggio nella sua immensa opera.

    «Ho provato la mia forza dappertutto; ma a che cosa applicare questa forza, ecco cosa non ho mai veduto». Con queste parole si confessa Nikolàj Vsevolodovič Stavrogin, creatura torbida ed eccentrica, eroe anti-manicheo, massima espressione della penna irrequieta di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Che dal canto suo, per nostra fortuna, vide invece molto bene a che cosa applicare la propria forza: la scrittura.

    Ancora oggi potete andare a San Pietroburgo, prendere il metrò e scendere alla fermata Sennaja. Risalire la scala mobile e uscire sulla piazza, colpiti chissà se prima da una folata di freddo fetido o dallo sguardo claudicante di un senzatetto che vi si fa avanti con un cappotto sgualcito e aperto sul davanti, chiedendovi qualcosa che immaginate possa essere una questua.

    Ancora oggi la piazza Sennaja è un insieme di odori, di colori, di uomini affaccendati nella più triviale quotidianità. Sulla Sennaja ci si incontra, si vende merce, si fuma, si beve, si impreca. Sulla Sennaja Raskol’nikov avrebbe dovuto inginocchiarsi gridando Io ho ucciso! dietro consiglio di Sof’ja Marmeladova, che nel peccato aveva già visto affondare il padre, e sperava dunque nella redenzione per il suo nuovo compagno di vita.

    Ma Raskol’nikov non s’inginocchiò mai, in mezzo alle centinaia di occhi e di orecchie della Sennaja. Il suo era un pentimento destinato a non manifestarsi in pubblico, ma con il quale avrebbe dovuto convivere intimamente durante i lavori forzati, e per tutta la vita.

    Quasi duecento anni fa nasceva l’autore russo più discusso, più amato e rinnegato della Russia intera: Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Figlio di un medico militare e di una ricca commerciante, lo aspettava nonostante ciò una vita di stenti, di contraddizioni, di epilessia; di rincorsa al successo e in certi frangenti addirittura alla sopravvivenza. Una vita in cui si sarebbe schiantato contro i pregiudizi del regime zarista di Nicola I, il quale, atterrito dal virus del socialismo che andava insinuandosi nelle torbide vie di Pietroburgo, ritenne necessario, una notte primaverile, coglierlo in flagrante al circolo di Petraševskij, mentre, insieme ad altri, discorreva dell’incontrovertibile ingiustizia di un individuo che si arricchisce sulle spalle di molti altri individui; e arrestarlo. Condannarlo a morte, pure. Portarlo al patibolo, e proprio sul punto di essere fucilato, comunicargli la sentenza di grazia. E spedirlo ai lavori forzati, a Omsk, nella Siberia occidentale.

    Dalla reclusione uscì Memorie dalla casa dei morti, amara testimonianza di come, in catene, Dostoevskij desiderasse sentirsi uguale a tutti gli altri, perfino al più basso dei criminali, invano; parteggiava per il popolo, mentre questi lo respingeva, perché il suo era un sangue nobile, ed egli non poteva capire veramente la miseria.

    Ciò che impressiona in Dostoevskij è l’altezza drammatica dei dialoghi, certo; ma forse ancor maggiormente gli episodi: istanti appena, che però durano, durano pagine, e sciorinano concetti, e s’avvinghiano al collo del lettore balzando fuori dalla carta stampata, col ringhio e la bava addosso. C’è, in questi momenti, del furore, c’è la smania di dire tutto e dirlo il prima possibile.
    C’è Ivàn Fëdorovič Karamazov che origlia alla porta di camera sua in piena notte, per sentire se di sotto l’omicidio del padre per mano del fratello è finalmente avvenuto; sapere tutto e non fare nulla per fermare il delitto, perché «un rettile scanna l’altro». Ivàn agisce in tale maniera senza nemmeno averne coscienza: lo fa come in preda al delirio, una sorta di rapida ascesa a una vetta da cui si vede tutto ma non si riesce ad afferrare niente. Quegli attimi di sublime bellezza che il principe Myskin ne L’idiota, in preda agli stessi attacchi epilettici di cui soffriva Dostoevskij stesso, vorrebbe cristallizzare e rendere eterni.

    E poi c’è il giudice istruttore Porfirij Petrovič che, nascosto in un grande pastrano, insegue Raskol’nikov per poterglisi d’un colpo avvicinare e, senza farsi riconoscere, gridargli a un orecchio: «Sei stato tu!».

    Stavrogin guida i demoni alla sovversione restando nell’ombra, prendendo schiaffi morali mai accusandone il colpo, anzi sempre porgendo l’altra guancia, spolverata di una sardonica sfida all’ordine precostituito.

    Misurarsi, questo deve fare colui che è riuscito a scavalcare l’ostacolo della legge morale, come appunto Stavrogin; ma anche colui il quale, come invece Raskol’nikov, su quell’ostacolo è pericolosamente, e anche un po’ ridicolmente, inciampato. Forse è vero, potenzialmente siamo tutti dei Napoleone Bonaparte, ma alla prova dei fatti il giusto e lo sbagliato sono concetti troppo a noi cari per essere abbandonati sull’argine di un fiume.

    A Tolstòj Dostoevskij non piaceva. «I suoi sono personaggi di pura fantasia – diceva – depravati e irreali, e perciò non insegnano nulla, anzi mi ripugnano». Tolstòj non vedeva nei Myskin, negli Svidrigajlov, nei giocatori d’azzardo e negli uomini del sottosuolo di Dostoevskij nulla di buono, inteso cioè a migliorare gli uomini e la società russa. Si trattava bensì di un incitamento all’abiezione, al disordine e all’immoralità, basato sulla perversione e sulla falsità.

    Non gli piaceva, e non si incontrarono mai; eppure pianse la sua morte, come quella di un caro amico. Erano lacrime vere?

    Probabilmente sì. Perché, caro Lev, dicci, cosa c’è di più reale che sentire sulla propria pelle l’ustione di una pagina appena letta? Come può una simile sensazione risultare falsa? Perché questo fa Dostoevskij. Brucia chi lo legge. Lo marchia in modo irreversibile, gli disvela verità di se stesso su cui mai questi aveva avuto il coraggio di indugiare; è un grande inquisitore che ci attacca e ci rimprovera per tutti gli errori che abbiamo commesso, e al quale noi dal canto nostro rispondiamo col bacio silente di Cristo.

    Ebbene sì, ti perdoniamo tutto, Fëdor. Anche di averci lasciato troppo presto, nel seminterrato del vicolo Kuznechnyj, quando a malapena l’enfisema ti permetteva di respirare eppure ancora ti dibattevi per capire se l’eroe dei Karamazov dovesse essere Alësa, il buon cristiano, o il suo (e il tuo) alter ego, quell’Ivàn cui il diavolo faceva visita tanto spesso.
    Chissà.

    E buon compleanno, maestro di Pietroburgo.

    Fabio Elia

    Foto: kasparhauser.net

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