23 November 2017
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    Calcio, Isis e gattini

    Calcio, Isis e gattini è stato modificato: 2015-03-20 di Paolo Morelli

    L’attentato di Tunisi riporta in auge le cattive abitudini della stampa italiana quando si parla di Isis. Oramai è un argomento da “colonna destra”.

    Nella prima pagina di Libero, oggi, campeggia una frase, nel sottotitolo, alquanto disonesta: «anche ieri la stampa evitava accuratamente di accostare la parola Islam alla strage». Il riferimento è all’attacco al Museo del Bardo che due giorni fa, a Tunisi, ha causato la morte di oltre 20 persone (tra cui 4 italiani) per mano di due terroristi. In effetti, ieri la stampa evitava accuratamente di accostare la parola Islam alla strage perché l’Islam, con la strage, non c’entra niente. Avrebbe dovuto farlo – sempre ieri fino a metà pomeriggio, ma anche l’altro ieri – anche con la parola Isis, invece non è successo.

    L’Isis che non c’era.
    Tanto per cominciare, la rivendicazione da parte dell’Isis è arrivata ieri pomeriggio intorno alle 16, confermata da due tweet dell’agenzia SITE e della sua direttrice, Rita Katz. Alla luce di questa rivendicazione a oltre 24 ore di distanza, come è possibile che ieri mattina, nelle edicole, tutti i maggiori quotidiani italiani annunciassero in anticipo la rivendicazione da parte dell’Isis? Forse una premonizione o forse tutti i quotidiani hanno fonti molto più affidabili di SITE che, per intenderci, è l’agenzia che si occupa di verificare l’attendibilità dei video dell’Isis. A volte non sono stati proprio trasparenti, certo, ma non sono degli sprovveduti.

    Scrivere Isis nel titolo, però, attira lettori. Quando anche il Ministro degli Esteri europeo, Federica Mogherini, aveva rettificato il comunicato in cui maldestramente nominava il Daesh (altro nome con cui si indica l’Isis) rimuovendo, in un secondo momento, qualunque indicazione diretta, su quali basi i giornali italiani potevano parlare con assoluta certezza di Isis?

    Patriottismo desk.
    Pare quasi, poi, che la nostra stampa provi un particolare piacere nel parlare di “morti italiani” per mano dei terroristi islamici. Esiste una sorta di nostalgia dell’interventismo, già quando si parlava di dichiarare guerra alla Libia e quando si leggono frasi come queste: «Tunisi, con quattro vittime l’Italia ha pagato il tributo più alto» (Leggo, 20 marzo). Insomma, i morti non sono esattamente delle medaglie. E poi tributo a chi? A cosa?

    Poi c’è Il Tempo che titola: «Così muore un italiano». Parla del povero Francesco Caldara, una delle vittime italiane, la cui foto è stata diffusa su Twitter da account legati al jihad con la dicitura «Questo crociato è stato schiacciato dai leoni del monoteismo», ma il riferimento del quotidiano italiano fa pensare a Fabrizio Quattrocchi, il mercenario italiano ucciso in Iraq nel 2004 che, prima di essere ucciso, disse, stando alle ricostruzioni: «Vi faccio vedere come muore un italiano». Ma ci sono molti altri esempi, ben raccolti da Leonardo Bianchi su Vice. Quindi abbiamo un concentrato di patriottismo e di rimandi all’eterna guerra con il Medio Oriente, uno scontro tra civiltà. Sempre, naturalmente, “desk”.

    Confusione inutile e dannosa.
    Il problema di questo approccio sensazionalistico è che non si riesce mai a parlare di questioni importanti nei termini giusti. L’equazione Isis = Islam è falsa e disonesta, fa comodo ai politici che sull’odio verso lo straniero costruiscono il proprio consenso. Se l’Italia fosse stata l’obiettivo dell’attentato di Tunisi – come diversi giornali sostengono – perché non colpire direttamente l’Italia? Quando nel mirino c’è stata la Francia, i terroristi hanno colpito Parigi. Non Chambery o Lione, ma Parigi, e a due passi dal centro, peraltro. Questo non significa che l’Italia sia immune, ma indagare sul terrorismo, e combatterlo, è un lavoro che spetta all’intelligence, non a politici e giornali.

    Agitare le paure (legittime e comprensibili) della popolazione è un’operazione che fa vendere giornali, ma ha l’effetto di creare instabilità sociale e amplificare percezioni completamente sballate della realtà. L’Isis è come il calcio e i gattini, diventa un argomento da “colonna destra” dei siti web, cioè un tema “virale” che macina clic e visite. Scrivi Isis e ti leggono, ti condividono. Se c’è l’Islam c’è l’Isis. La Tunisia è in Africa, vicino alla Libia, quindi c’è l’Isis. Dalla Libia arrivano i barconi con gli immigrati, quindi arriva l’Isis – come se fosse una malattia che si trasmette al contatto. C’è un immigrato di fede islamica che abita sul tuo stesso pianerottolo? Occhio, magari è dell’Isis. E non mangiare kebab, finanzi l’Isis, meglio un piatto di panissa.

    Semplificazione pericolosa.
    Questa continua semplificazione delle cose, se si può comprendere (non giustificare, comprendere) quando proviene da un politico, si può comprendere molto meno quando a compierla è un giornale. L’informazione deve semplificare il linguaggio, non i contenuti. Perché se passano equazioni come Isis = Islam allora succede che tutti i Paesi musulmani vengono considerati affiliati all’Isis, ed è un errore madornale. Altrimenti, per lo stesso ragionamento, tutti gli italiani dovrebbero essere mafiosi. Questo non aiuta a combattere il vero nemico della democrazia, che in questo caso è rappresentato dal Califfato, ma disperde energie e aumenta la confusione. In un momento di tensione a livello internazionale, perdere energie e confondersi risulta addirittura controproducente. I giornali, in queste occasioni, dovrebbero fare da spartiacque tra l’emotività e la realtà. È vero, porta meno visite e fa vendere meno copie, ma i giornali fanno informazione o pubblicità?

    Foto: interris.it

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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