21 September 2017
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    “Il carcere è un luogo di diritto”

    “Il carcere è un luogo di diritto” è stato modificato: 2015-03-29 di Paolo Morelli

    Intervista con Peppe Dell’Acqua, vero motore del viaggio di Marco Cavallo, che lotta per i diritti degli internati negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, “non luoghi” da chiudere.

    «Si racconta che Ignazio Marino e gli altri componenti della commissione parlamentare, che indagava sulla situazione degli OPG, mostrarono a Giorgio Napolitano i filmati che documentavano il dramma degli internati. Il Presidente della Repubblica si commosse, e con lui i Corazzieri, a quel punto si rivolse, idealmente, a Marco Cavallo, il quale scalpitò furioso, dopodiché decise di partire e viaggiare per l’Italia, mostrando a tutti quanto fossero insensati gli ospedali psichiatrici giudiziari».

    Tra la realtà il romanzo, Peppe Dell’Acqua, psichiatra basagliano, docente di psichiatria sociale presso l’Università di Trieste, racconta così l’inizio della nuova avventura di Marco Cavallo.

    Un cavallo blu di cartapesta.
    La scultura che fa da filo conduttore al documentario realizzato da Erika Rossi e Giuseppe Tedeschi, Il viaggio di Marco Cavallo, fu realizzata nel primo reparto vuoto del manicomio di San Giovanni a Trieste, nel 1973 uscì per la prima volta dal cancello dell’ospedale psichiatrico insieme a quelli che erano appena diventati gli ex internati. Cinque anni dopo, la legge 180, meglio nota come Legge Basaglia, fu approvata e chiuse definitivamente i manicomi in Italia, almeno nell’idea che se ne era sempre avuta, quella di luoghi di detenzione anziché luoghi di cura. Ma dopo 40 anni, nonostante leggi e sentenze della Corte Costituzionale, esistono ancora sei ospedali psichiatrici giudiziari, dove i detenuti con problemi psichici vengono internati senza essere curati. Un nuovo decreto, nel 2012, avrebbe dovuto chiuderli definitivamente, soprattutto dopo i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta – guidata dall’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino – che svelò le atrocità dei manicomi criminali, ma il termine è stato più volte prorogato fino ad arrivare al 2015.

    Gli ospedali psichiatrici giudiziari come “non luoghi”.
    «La nuova proroga
    – spiega Peppe Dell’Acqua – ha introdotto alcuni elementi di svolta. Ora il detenuto non potrà più stare nell’opg per un periodo superiore alla durata della sua pena». Fino a poco tempo fa, invece, l’internamento poteva essere prolungato di sei mesi in mesi, a discrezione degli psichiatri, internando potenzialmente a vita i detenuti e dando luogo al cosiddetto “ergastolo bianco”. «Inoltre – aggiunge Dell’Acqua – la Corte Costituzionale ha sancito, grazie a interventi di grandi costituzionalisti come Onida, che non si possono internare i detenuti con problemi psichici se esistono delle alternative. Invece i programmi terapeutici ci sono e possono essere portati avanti anche in carcere, che è un luogo di diritto».

    Gli opg si distinguono per essere dei veri e propri “non luoghi”, dove gli internati non conoscono le ragioni dell’internamento né che li detiene conosce il motivo per cui si utilizzino certe pratiche. «Franco Basaglia diceva sempre: “Non dobbiamo mandare le persone in luoghi nei quali nessuno di noi può darvi un senso” – cita Peppe Dell’Acqua, che con Basaglia ha lavorare negli anni della riforma, poi continua –. Ogni persona deve essere accompagnata da un progetto di assistenza. Oggi abbiamo un progetto quasi per ognuno degli internati ancora presenti, è un grandissimo risultato. Ci sono anche dei fondi pubblici, al momento circa 50 milioni di euro, che serviranno ad affrontare le spese dei progetti terapeutici».

    I risultati della campagna.
    Il viaggio di Marco Cavallo, e la conseguente campagna di sensibilizzazione, ha però portato qualche risultato tangibile. Dalla Commissione Marino, nel 2010, gli internati si sono dimezzati: erano 1400 allora, all’11 novembre 2014 invece ne sono stati censiti 736. «L’internamento – spiega Dell’Acqua – nasce come difesa sociale, secondo un retaggio derivato dal Codice Rocco, tuttora in vigore, approvato nel 1930. Una volta sancita la “pericolosità per la società” scatta la misura di sicurezza. Non potendo però riformare il Codice Penale, dobbiamo muoverci al suo interno. I detenuti rinchiusi negli opg vengono sottratti al giudizio, mentre un cittadino è tale se ha responsabilità». La chiusura dei manicomi criminali renderebbe i detenuti con malattie psichiatriche – concettualmente – uguali agli altri, quindi passibili di giudizio e considerati alla pari di persone normali, perciò con lo stesso diritto alle cure di un cittadino “normale”.

    Ma senza gli opg che ne sarà degli internati? «Le strutture esistenti sul territorio – conclude Dell’Acqua – sono in grado di soddisfare queste cure. C’è stato, in Italia, un cambiamento culturale che non ha eguali. Molto, naturalmente, dipende dalle singole gestioni (come in tutte le cose, ndr) ma abbiamo notato che più le strutture sono funzionanti e meno internati ospitano. E se qualcuno rifiuta le cure esiste il Trattamento Sanitario Obbligatorio che è stato introdotto apposta». Molto è stato fatto, ma il viaggio di Marco Cavallo non è ancora finito. «C’è ancora una psichiatria fatta di lobby ideologiche – commenta Dell’Acqua – che usa ancora vecchi paradigmi per la malattia mentale. Per la Legge 180, invece, i diritti dei cittadini, e quindi l’eticità del rapporto con i malati, è centrale. La psichiatria deve vedere sintomi, malattie e diagnosi». I malati vanno curati, non rimossi.

    Foto: sosanita.it

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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