26 April 2017
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    Charlie Hebdo e la fiera delle ipocrisie

    Charlie Hebdo e la fiera delle ipocrisie è stato modificato: 2015-01-12 di Paolo Morelli

    Quasi quattro milioni di persone hanno manifestato in Francia per la libertà di stampa e per “Charlie Hebdo”. Ma siamo ora chiamati a un importante esercizio di memoria.

    Quella che si è svolta ieri a Parigi – e in tutta la Francia – è stata la manifestazione più grande nella storia della Francia, con un milione e mezzo di persone in piazza nella capitale francese e circa 2 nel resto della nazione. Senza contare, poi, le innumerevoli manifestazioni di solidarietà che si sono svolte in contemporanea in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti d’America. Una grande marcia per la pace, in risposta agli attentati che hanno stravolto la Francia e scosso l’Occidente, alla quale hanno quasi cinquanta leader mondiali, in prima linea insieme al Presidente della Repubblica francese, François Hollande, e al primo ministro, Manuel Valls.

    Charlie Hebdo, la cui redazione superstite è ospitata negli uffici di Libération, uscirà in Italia dopodomani, allegato ad alcuni quotidiani. In quel momento, molte persone lo leggeranno per la prima volta (e forse per l’ultima). Ora che il messaggio di unità è passato ufficialmente come alternativa alla paura del terrorismo – con buona pace dei populisti che cercheranno ancora di cavalcare l’ondata emotiva, quindi non diamoli per sconfitti – è bene non farsi trascinare dall’esatto opposto.

    Il controllo.
    Il clima di paura alimenta naturalmente la tendenza al controllo da parte degli organi di sicurezza. Lo abbiamo già visto in occasione dell’11 settembre 2001, dobbiamo ricordarci, invece, che il Datagate portato alla luce da Edward Snowden diventa più che mai attuale in una situazione del genere. La sicurezza non si ottiene lasciando che la privacy – e quindi la libertà del singolo cittadino – abdichi al controllo di massa. Il rischio non è tanto il fatto che i governi cercheranno di stringere nuovamente sul web – e Fabio Chiusi elenca perfettamente i primi esempi concreti, vicinissimi a noi – ma il fatto che questa cosa ci vada bene. Il Ministro Alfano ha già proposto alcune misure piuttosto discutibili che in una situazione di emergenza, in cui non ci troviamo affatto, potrebbero persino passare.

    Le azioni reali.
    Ricordiamoci anche dei personaggi che si sono presentati ieri a Parigi, tutti in prima fila, per difendere la libertà di stampa. Daniel Wickham, su Twitter, ha elencato i “migliori” di questi. C’erano leader come Re Abdullah di Giordania, che l’anno scorso ha fatto condannare un giornalista a 15 anni di carcere. Poi il Primo ministro della Turchia, Ahmet Davutoglu, Paese che lo scorso mese ha arrestato tre giornalisti che si opponevano a Erdogan, fino ad arrivare al Ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, in rappresentanza di un Paese dove i giornalisti vengono uccisi quando non vengono incarcerati, e la storia di Anna Politkovskaja è solo la più famosa. Nel lungo elenco stilato dal bravissimo Wickham, ci sono leader di paesi agli ultimi posti al mondo, secondo Reporters Sans Frontières, per la libertà di stampa. Allora che ci facevano, ieri, a marciare tutti uniti per difenderla? La marcia è per la libertà di stampa e per la lotta al terrorismo, cose che non si salvaguardano solo un giorno all’anno. Da ultimo ci sono molti politici nostrani che si sono schierati in difesa di Charlie Hebdo ma da noi, in diverse occasioni, si sono scagliati contro la satira.

    Dobbiamo ricordarci dell’ipocrisia di quanti difendono Charlie Hebdo ma sostengono la libertà di stampa a giorni alterni, quando crea consensi. Dobbiamo ricordarcene per non diventare come loro e – così sì – difendere sul serio il giornale parigino e la satira in generale. La grossa operazione di memoria che siamo chiamati a fare serve per difenderci dal terrorismo ma anche dalla retorica.

    Fango sull’Islam.
    Una retorica che colpisce tutti i musulmani e che porta avanti, da parte di organizzazioni come l’Isis o Al Qaeda, operazioni di appropriazione dei simboli religiosi che nulla hanno a che vedere come il terrorismo. Un furto che i musulmani subiscono ogni giorno. Basti pensare che in questi giorni, più che mai, siamo portati a distinguere tra “musulmani buoni” e “musulmani cattivi”, come se ci fosse il dubbio. Come se non bastasse dire che una persona ha Fede musulmana, siamo obbligati a spiegare – a spiegarci – che non cercherà di ucciderci. Sembra quasi che un musulmano sia un potenziale terrorista in quanto musulmano. Invece sono due cose slegate, slegatissime. È un inganno che ci porta inconsciamente a essere razzisti, che è la cosa peggiore. Che ci porta a rabbrividire quando passiamo vicino a una moschea e sentiamo il canto del muezzin, lo stesso canto che sentiamo nei video di Al Qaeda. Ma il canto di un muezzin è un canto religioso, e tale resta. Se un terrorista cristiano uccidesse decine di persone e diffondesse un video in cui recita il Padre nostro, noi proveremmo paura ad ascoltare il Padre nostro?

    Le altre vittime di questa grande guerra tra retorica e terrorismo sono i musulmani (quelli “veri”, se proprio servisse distinguere), perché la loro religione ne esce infangata a tal punto che non basta più professarla come Fede, bisogna anche precisare in quale modo si interpreti il Corano. Non è questa, forse, una gravissima limitazione alla libertà? E non raccontiamoci che nelle altre religioni non accadono cose del genere, accadono eccome, ne sono accadute e ne accadranno ancora. Non è la religione il punto, quando si parla di terrorismo essa diviene un comodo pretesto. Utile, molto, a fare propaganda e a raccogliere nuovi adepti a buon mercato. Un po’ come funziona con le ideologie politiche utilizzate come scusa per i picchiatori. Dobbiamo utilizzare la memoria anche e soprattutto in questo, altrimenti la grande “marche républicaine” di Parigi diventerà l’ennesima fiera delle ipocrisie.

    Foto: scmp.com

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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