30 May 2017
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    Charlie Hebdo, la morte, il voyeurismo

    Charlie Hebdo, la morte, il voyeurismo è stato modificato: 2015-01-08 di Paolo Morelli

    La tragedia di “Charlie Hebdo” riporta in auge l’annosa questione della rappresentazione della morte sui media. Il video del poliziotto ucciso non è cronaca, ma voyeurismo.

    Mango, Pino Daniele, Charlie Hebdo. Tre tragedie di diverso tipo – e portata – che hanno in comune la questione del racconto della morte sui media. In tutti e tre i casi si è assistito a un uso irrispettoso e spettacolarizzato della morte, dai video degli ultimi tragici momenti di vita di una persona (Mango che spira sul palco durante un concerto, il poliziotto freddato sul marciapiede a Parigi) alle immagini della salma di un personaggio famoso (i “selfie” al funerale di Pino Daniele). Ne abbiamo discusso con Mauro Cerni, che studia presso la Facoltà di Antropologia di Torino e si è interessato di Tanatologia, quella branca dell’Antropologia che si occupa della concezione filosofica della morte nella cultura umana.

    La ricerca di visibilità.
    «In questo momento
    – spiega Mauro Cerni – stiamo vivendo una realtà che ricerca il “like”, cioè la visibilità. La persona che ha scattato la foto con il cadavere di Pino Daniele cercava il modo più veloce per essere visibile». La morte è un avvenimento che spaventa tutti, eppure è una cosa naturale, cui tutti siamo destinati, al di là degli eventi violenti che possono anticiparla. «La demonizzazione della morte – continua Cerni – ha portato le persone a combatterla spettacolarizzandola, rendendola quindi più umana possibile. L’essere umano ha il senso del limite, perciò vive con ansia il raggiungimento del limite che ha la vita. La religione ha creato dei dogmi che giustificano e alleviano questo senso di angoscia. L’utilizzo della morte ai fini dello spettacolo, però, non fa che aumentare l’angoscia collettiva».

    Spettacolarizzare la morte.
    Vivere la morte come spettacolo, come qualcosa da vedere, foraggia il voyeurismo che ogni essere umano prova. «Questo è un modo di essere tipico della civiltà occidentale – aggiunge Cerni – perché, ad esempio, in Giappone è vissuta diversamente. Le persone che celebrano il rito funebre si vestono di bianco, che è simbolo di purezza. Sanno che è un passo fondamentale da compiere e che tocca a tutti». Quello che ci ossessiona è sapere “in quale modo è morta” una persona, come se i dettagli possano cambiare l’evento appena accaduto oppure renderlo distante da noi, perché “in quel modo, a me, non può succedere”.

    I media al traino degli istinti.
    «I media sanno perfettamente che la morte è qualcosa di brutto
    – spiega ancora Mauro Cerni – e hanno compreso il dualismo che sta dietro al sentimento della morte. Da un lato le persone si informano sui dettagli, dall’altro non ne vogliono parlare. Questa cosa può essere sfruttata». Ieri sera, durante uno speciale andato in onda su RaiNews24, una giornalista ha avvisato il pubblico che «le immagini che seguono possono turbare, non fatele vedere ai vostri bambini» prima di mandare in onda, nel giro di pochi secondi, il video integrale dell’uccisione del poliziotto a Parigi, di fronte alla redazione di Charlie Hebdo. È il dualismo che si ripresenta, senza nemmeno dare il tempo di cambiare canale. Un video che mostra un dettaglio inutile ai fini della notizia, che non aggiunge niente alla cronaca ma che contribuisce, invece, a spettacolarizzare la morte, aumentando il distacco tra lo spettatore e l’avvenimento, come se la realtà rappresentata sia diversa dalla realtà con cui ogni persona può confrontarsi quotidianamente. Non è cronaca, è voyeurismo. I media non devono correre dietro agli istinti. Su France24, canale all news francese, ad esempio, il video è giustamente tagliato.

    Un giornalismo che educhi.
    «In questi gio
    rni – conclude Cerni – la tragedia di “Charlie Hebdo” sarà raccontata in continuazione, com’è giusto che sia, ma il rischio è che si continui a spettacolarizzare la morte, perché spesso i giornalisti scrivono quello che le persone vogliono leggere. Più riesci a rendere spettacolare una cosa macabra, più attiri lettori». Si incrociano, quindi, due questioni. La prima riguarda la generale crisi di lettori, che i giornali talvolta scelgono di arginare pubblicando notizie “più cliccabili”, come il video di Mango o della morte del poliziotto parigino. La seconda riguarda invece il racconto della morte: per esorcizzarne la paura si cerca di banalizzarla, rendendola uno spettacolo come un altro, ma perdendone il rispetto. Viene meno, ancora una volta, la funzione educativa del giornalismo (come già ne scrivemmo tempo fa), che deve porsi come spartiacque tra la ragione e l’istinto. Un clic in più non può valere l’abbandono dell’etica professionale.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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