20 November 2017
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    Charlie Hebdo, le derive e la libertà

    Charlie Hebdo, le derive e la libertà è stato modificato: 2015-01-07 di Paolo Morelli

    Il giornale satirico parigino “Charlie Hebdo” è stato colpito, oggi, da un attentato nel quale sono morte 12 persone, tra cui il direttore della testata.

    L’attentato che ha colpito il giornale francese Charlie Hebdo ci fa sentire tutti meno sicuri perché è avvenuto “a casa nostra”, cioè in quel mondo occidentale che si considera sempre distante da ogni conflitto, che vive ogni cosa con distacco e che teme il pericolo del terrorismo (di solito di matrice religiosa) più di ogni altra cosa. In questo momento, però, anziché il cordoglio per quelle vite spezzate e per l’attacco alla libertà di stampa, l’emozione rischia di condurre a un altro odio, quello verso il fondamentalismo islamico.

    Il timore occidentale.
    Il Procuratore della Repubblica di Parigi, François Molins, ha tenuto una conferenza stampa per fare il punto su quanto accaduto stamattina presso la redazione del giornale satirico, secondo le prime ricostruzioni. Non ci sono rivendicazioni da parte di nessun gruppo terroristico, ma è pur vero che pensando all’attentato dell’11 settembre 2001 (il primo, per associazione mentale), nemmeno Osama Bin Laden operò una vera rivendicazione, facendo passare diverse settimane prima di “approvare” gli attentati. Quel “Allah Akbar” urlato dagli assassini che hanno aperto il fuoco nella redazione di Charlie Hebdo è però un’indicazione che spinge al fondamentalismo islamico e – sempre per supposizione del nostro inconscio – all’ISIS. Stanno agli ultimi aggiornamenti, i killer sarebbero stati identificati: due di loro sarebbero franco-algerini (di cui uno già processato nel 2008 per legami con la filiera jihadista irachena a Parigi), il terzo sarebbe un complice “senza fissa dimora”.

    Cavalcare le emozioni.
    Il problema è la retorica, cioè tutto quello che suscitano questi fatti. I partiti xenofobi stanno inevitabilmente cavalcando l’ondata emotiva che si porta dietro un evento così tragico, chi in maniera più fine (Marine Le Pen) e chi in maniera decisamente più grossolana (Matteo Salvini). L’occasione è ghiotta anche per fare un po’ di confusione, parlando di immigrazione e invasione, come se tre terroristi fossero espressione di un popolo di migranti (anzi, di diversi popoli). L’equazione musulmano=terrorista è di nuovo alla ribalta, ma combattere per la libertà e per la sicurezza non ha nulla a che vedere con l’ennesima caccia allo straniero, che certo non colpisce – né colpirà mai – nessun terrorista, ma è solo funzionale a motivi ideologici.

    La sicurezza.
    C’è da chiedersi, invece, com’è possibile che tre individui armati e incappucciati scendano in strada nel centro di Parigi (la redazione di Charlie Hebdo si trova nell’XI° arrondissement, a due passi da Place de la Bastille e non molto distante dalla Cattedrale di Nôtre Dame de Paris) e uccidano 12 persone per poi fuggire fuori città, cambiando addirittura auto. Una città che è simbolo di una nazione, tra le più influenti nell’Unione Europea e nel mondo, colpita al cuore in un attimo, con il pretesto di alcune vignette satiriche. Si tratta di un segnale fortissimo, destabilizzante soprattutto per i parigini. Una città dove la Polizia è sempre ben visibile e i controlli sono frequenti è stata colpita in una maniera piuttosto rozza, se vogliamo (pare addirittura che i terroristi, prima di giungere al civico 10, dove ha sede il giornale, si fossero presentati al civico 6, sbagliando indirizzo).

    Non è la prima volta che succede.
    Già nel 2011, Charlie Hebdo aveva subito un attentato incendiaro, che per fortuna non aveva mietuto vittime, a seguito di un numero speciale sulle elezioni tunisine «per l’occasione diretto da Maometto». Ma il giornale era già stato alla ribalta delle cronache per le proprie vignette “critiche” nei confronti del Corano, spingendo addirittura l’ex Ministro degli Esteri francese, Fabius, a chiedere alla testata di fermarsi per non dare adito ad attacchi terroristici (2006).

    In Francia, attentati del genere, si sono già verificati in passato, a partire dagli anni ’60, quindi ben prima che la famosa “invasione degli stranieri” entrasse nel nostro immaginario collettivo. Non è chiudendo le frontiere che si combatte il terrorismo, né colpevolizzando qualunque musulmano e spendendo parole che non offrono nessun tipo di soluzione, ma solo nuovi strumenti per odiare. La risposta migliore, per ora, è rappresentata da quelle migliaia di persone che stanno scendendo in piazza a Parigi e in tutta la Francia (e anche in altri paesi) per esprimere solidarietà alle vittime dell’assalto a Charlie Hebdo, alle loro famiglie e alla libertà di stampa – e di satira. Per adesso possiamo e dobbiamo fare solo questo, il resto spetta alla Polizia e ai servizi segreti.

    Fare giornalismo.
    Una parola, però, va spesa per la redazione di Charlie Hebdo. L’ultima vignetta, disegnata dal direttore, Stephan “Charb” Charbonnier, ucciso durante l’agguato, è stata tristemente profetica: «Anche oggi niente attentati in Francia», recita, «Gennaio non è ancora finito» obietta un uomo dalle fattezze di un fondamentalista islamico. Significa che “Charb” e tutta la redazione sapevano che qualcosa sarebbe successo – e come loro anche le forze dell’ordine, con due poliziotti che piantonavano l’ingresso dell’edificio in cui si trova il giornale – ma sono andati avanti lo stesso, e ci hanno rimesso la pelle. Al netto delle idee, giornalismo è anche questo.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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