28 April 2017
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    Roy Lichtenstein: pop art e Ben-Day

    Roy Lichtenstein: pop art e Ben-Day è stato modificato: 2016-02-19 di Redazione

    Per conoscere Roy Lichtenstein, in mostra alla GAM – Galleria d’Arte Moderna di Torino, attraverso una breve storia della sua arte, i suoi contatti con Andy Warhol e la sua cifra stilistica più nota: i Ben-Day.

    Quando, nei primi anni ’60, la pop art venne alla ribalta, molti intellettuali la bollarono frettolosamente come «inutile spazzatura». La maggior parte delle critiche si concentrarono proprio su Roy Lichtenstein: mentre usciva dalla sua mostra di debutto alla galleria di Leo Castelli, il critico Max Kozloff definì i lavori di Lichtenstein come «indegni».

    Oltre mezzo secolo più tardi, i giudizi su questo particolare movimento artistico sono drasticamente mutati, ma il lavoro di Lichtenstein, pur avendo conquistato un posto d’onore nell’Olimpo della Storia dell’Arte, continua a non convincere pienamente alcuni degli addetti ai lavori. Molti, come la critica d’arte del New York Times Roberta Smith e l’illustratore Dave Gibbons, bollano il newyorkese come un pedissequo imitatore che sfoggia uno stile impersonale o, peggio, come un ladro d’idee.

    La mostra alla GAM di Torino »

    L’infanzia, la guerra, il successo.
    Roy Fox Lichtenstein nacque nell’ottobre del 1923 a New York, figlio di una famiglia ebraica della classe media. Erano i roaring twenties: il giovane Lichtenstein crebbe in una società fatta di jazz, proibizionismo e pubblicità, ben rappresentata in una serie tv come “Mad Men”. Ma non solo; anche i fumetti e i serial radiofonici stimolavano la fantasia del ragazzo, contribuendo a formare le sue influenze future. Circondato dall’arte americana degli anni ’30, Lichtenstein studiò alla Ohio State University. La guerra lo costrinse a recarsi in Europa, dove lavorò come disegnatore tecnico per l’esercito degli Stati Uniti, un passaggio di importanza fondamentale per il suo futuro. Al suo ritorno, completò gli studi d’arte a Ohio State e insegnò per quasi dieci anni nella stessa scuola, prima di rientrare a New York e convertirsi, per un breve periodo, all’espressionismo astratto. Era il 1957.

    Appena quattro anni più tardi, sotto la guida del collezionista Leo Castelli, Lichtenstein si unì a un gruppo di giovani artisti composto da Robert Rauschenberg e Jasper Jones. A questa piccola comitiva presto si sarebbe unito anche Andy Warhol, il quale avrebbe oscurato, da un punto di vista mediatico prima ancora che tecnico, i suoi compagni. Da qual momento, Lichtenstein rimase in prima linea nel mondo dell’arte americana, prima, e mondiale, poi, per oltre quarant’anni.

    Non solo fumetti.
    Il lavoro di Roy Lichtenstein è leggermente più complesso di quello che appare a prima vista. Il newyorkese ha esplorato concetti quali stereotipo e icona, alterazione del significato – semanticamente inteso – e processo manifatturiero. Come una lente di ingrandimento, le sue opere esaminano le nostre certezze a proposito dell’idea di arte: la riproducibilità tecnica ci permette maggiore accessibilità e democratizzazione del “prodotto”; d’altra parte eccola destare preoccupazione a proposito del depauperamento dei valori dell’opera artistica.

    Per esprimere i suoi concetti, Lichtenstein si servì inizialmente degli eroi dei cartoni animati e dei fumetti. Questi erano luoghi perfetti da cui attingere i suoi modelli; nel fumetto, infatti, troviamo molti luoghi comuni tipici della mitologia americana: avventura, amore, scontro. Si tratta, però, di una piccola parte del suo lavoro. Il newyorkese, infatti, presto abbandonò questi mondi fantastici per rivolgersi a modelli più “terreni”. Al contrario, quello che Lichtenstein non lasciò mai fu la sua cifra stilistica principale, rappresentata dai puntini Ben-Day (così chiamati dal nome dell’inventore di questo processo di stampa, Benjamin Day). Una firma riconoscibile, indissolubilmente legata al suo lavoro.

    E non importa se qualche critico contemporaneo storce ancora il naso per il lavoro di Roy Lichtenstein; a lui per primo non sarebbe importato poi molto del giudizio degli addetti ai lavori.

    Foto: Fondazione Torino Musei (Abate)

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