23 June 2017
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    Chi ha paura dell’insegnante?

    Chi ha paura dell’insegnante? è stato modificato: 2015-01-22 di Cecilia Russo

    Un insegnante di Ivrea è stato sospeso e rischia il licenziamento dopo aver sgridato i suoi alunni. Come fa un docente, oggi, a farsi rispettare?

    «Un genitore che va da un professore a dirgli che non capisce nulla, perché se solo capisse qualcosa di suo figlio non avrebbe l’insufficienza, è un genitore che trasforma un professore in un deficiente. La metamorfosi del corpo insegnanti in un’accolita di deficienti è tra i fenomeni antropologicamente più rilevanti degli ultimi anni. È l’Italia istruita dei professionisti e dei laureati, che pensano che il professore ne sappia meno di loro. Che se fa il professore è perché poverino non ha potuto fare altro. Ma che comunque di latino ne sa meno dell’avvocato, di matematica meno dell’ingegnere, di scienze meno del medico, e sull’italiano in fondo ognuno ha il diritto di sindacare perché lo parliamo tutti».

    (Andrea Bajani, Domani niente scuola, Einaudi, 2008, Torino, p. 79)

    Forse avrà pensato a queste frasi Gabriele Guabello, 35 anni, di Ivrea, una laurea in Scienze dell’educazione, insegnante di italiano, che, oltre a una settimana di sospensione, rischia di perdere il posto di lavoro per aver urlato ai suoi alunni: «Non facciamo gli scemi, piantiamola di fare i cretini».

    Qualche esempio.
    Certo, Gabriele non è né il primo né l’ultimo insegnante a rischiare la carriera per una frase detta a cuor leggero, pensiamo al caso di Giuseppina Boranga che in Cara Prof ti denuncio, racconta un episodio realmente accaduto «in una scuola media, dove un ragazzino ha compiuto un atto osceno davanti ad una compagna, e l’insegnante che lo invita a scusarsi viene denunciata e processata per abuso di mezzi correttivi» (Giuseppina Boranga, Cara Prof ti denuncio, Una storia di scuola, Kellerman editore, 2013, p. 1)

    L’autrice spiega che ad essere saltato è anche il ruolo del «dirigente scolastico che, sentendosi assediato dai genitori, rinuncia a far osservare le più elementari regole di disciplina e di rispetto dell’insegnante, lasciando i docenti a sbrigarsela da soli. In tutto questo i ragazzi risultano alla fine essere i meno responsabili dei loro gesti, poiché non fanno che riprodurre i modelli comportamentali negativi loro proposti dagli adulti».

    Nella scuola di oggi è saltato il patto educativo tra genitori ed insegnanti; il genitore è in agguato, pronto ad estorcere ai propri pargoli frasi o comportamenti errati dei maestri; pronti a dichiarare guerra a chi sta dall’altra parte della cattedra. «La nuova alleanza tra genitori e figli disattiva ogni funzione educativa da parte dei genitori che si sentono più impegnati ad abbattere gli ostacoli che mettono alla prova i loro figli per garantire loro un successo nella vita senza traumi, che non a incarnare il senso simbolico della legge» (Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, p. 25).

    La solitudine dell’insegnante e l’impossibilità di farsi valere.
    Per fortuna, oggi sono lontani i tempi delle delle punizioni corporali, ma oggi i professori che strumenti hanno per mantenere la disciplina in classe?

    Massimo Recalcati in L’ora di lezione, ha spiegato che «quando un insegnante entra in aula (o quando un padre prende la parola in famiglia), deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola, non potendosi più appoggiare sulla forza della tradizione – che nel frattempo si è sbriciolata – ma facendo appello alla sola forza dei suoi atti. Ogni volta che un insegnante entra in classe si deve confrontare con la propria solitudine, con un vuoto di senso entro il quale è costretto a misurare la propria parola» (p.4).

    Un peso quotidiano.
    Occorrerà pesare ogni parola, ogni gesto, ogni reazione. Anche quando di fronte all’insegnante solitario ci saranno 30 alunni, ognuno con le sue specifiche esigenze (il dislessico, l’iperattivo, il disgrafico, ecc…) e dietro ogni alunno ci sarà una famiglia pronta a battersi per difendere i diritti del proprio piccolo tiranno e allora l’insegnante, quando la classe esploderà in comportamenti scorretti, dovrà velocemente pensare a cosa gli è permesso fare per riportare l’ordine. Compiti in più? No. Note? Giammai. Verifiche a sorpresa? Non scherziamo. Sospensioni? Improperio. Note sul diario? Un mare di guai.

    La causa di questo cortocircuito sta nel fatto che la scuola di oggi «non respira, non conta più nulla, arranca, è povera, marginalizzata, i suoi edifici crollano, i suoi insegnanti sono umiliati, frustrati, scherniti, i suoi alunni non studiano, sono distratti, violenti, difesi dalle loro famiglie, capricciosi, scurrili, la sua nobile tradizione è decaduta senza tempo. È delusa, afflitta, depressa, non riconosciuta, colpevolizzata, ignorata, violentata dai nostri governanti che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della trasformazione che essa deve difendere e trasmettere. […] Serve ancora a qualcosa oppure è destinata a essere un residuo di un tempo ormai esaurito? È questo il ritratto smarrito della nostra Scuola» (Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, p. 3).

    Insegnare non è una missione.
    Tutti pensano che chi insegna debba sopportare qualunque cosa, perché quello è il suo mestiere, ma come è ben spiegato in L’arte di insegnare di Isabella Milani, «insegnare è un lavoro, non una missione. Ma è anche un compito straordinario, se svolto con passione, e chi ama insegnare vuole sempre trovare una soluzione che sia anche per il bene dell’alunno. Insegnare vuol dire far imparare qualcosa a qualcuno. Educare significa guidare nella crescita intellettuale e morale. […] L’educazione, prima di tutto è compito dei genitori».

    Per insegnare è essenziale essere capaci di interessare gli alunni e mantenere la disciplina, senza la quale nessuno ascolta, occorrerà poi sapersi fare da parte. Per salvare la scuola occorre rinsaldare «lo sfaldamento del patto generazionale tra insegnanti e genitori. Questo patto si è rotto a causa della collusione tra il narcisismo dei figli e quello dei genitori. I genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine, a rappresentare quel che resta della differenza generazionale e del compito educativo, a supplire alla funzione latitante del genitore, cioè a fare il genitore degli allievi» (Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, p. 25).

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    Cecilia Russo

    PhD Student presso l'Università degli Studi di Torino, ha insegnato per alcuni anni francese e materie in lingua francese presso alcuni istituti di istruzione secondaria. Francesista, è appassionata di letteratura e di viaggi.

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