26 May 2017
    stefano_cucchi_appello

    Chi ha ucciso Stefano Cucchi? – Atto secondo

    Chi ha ucciso Stefano Cucchi? – Atto secondo è stato modificato: 2015-01-22 di Ludovico Astengo

    La sentenza di appello del processo Cucchi letta integralmente e spiegata. Una decisione inaspettata che però può aprire nuovi spiragli. Qualche giorno fa il collegio della Corte d’Assise d’Appello di Roma rendeva note le motivazioni della sentenza con cui, il 31 ottobre scorso, assolse tutti gli imputati del processo per la morte del giovane geometra romano; non solo gli agenti della polizia penitenziaria, ma anche i medici e infermieri, che invece in primo grado erano stati in parte condannati per omicidio colposo.

    Le reazioni alle assoluzioni.
    La Corte prende tempo, per provare a spiegare le ragioni della sua decisione e lo fa consapevole dell’enorme eco mediatica di questa sentenza, così incomprensibile nelle poche righe del dispositivo, al punto da spingere il Procuratore della Repubblica Pignatone a incontrare Ilaria Cuchi e rendersi disponibile a nuove indagini, o il Presidente del Senato Grasso a invitare pubblicamente a collaborare per la ricerca della verità.

    In effetti la decisione sconvolge, per il semplice fatto che mette a nudo la contraddizione di un sistema, quello dello Stato di diritto italiano, il quale non riesce, neanche provandoci, a trovare la verità, quando questa va cercata nei meandri del potere che esercita sui suoi cittadini.

    La vicenda non si chiude qui.
    A ben guardare, però, la sentenza di appello non mette la parola fine alla vicenda, o almeno prova a non metterla: solo le future evoluzioni dimostreranno se lo fa per reale convinzione che ancora la verità si possa scoprire, o perché non riesce ad ammettere il contrario.

    Comunque sia, dopo un breve riassunto delle ‘puntate precedenti’ (in appello il giudice deve ripercorrere prima l’iter fattuale e poi quello giuridico del processo di primo grado, per decidere poi se accogliere l’impostazione o discostarvisi), i giudici sembrano continuare a volere tenere distinti i due piani: ciò che è stato l’operato delle forze dell’ordine, da un lato, e quello che hanno fatto medici e infermieri, dall’altro; e in entrambi i casi ci sono delle novità.

    Stefano Cucchi è stato picchiato.
    Nella valutazione dell’operato degli agenti, infatti, la Corte ritiene che l’ipotesi del pestaggio in tribunale, in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto, non sia attendibile; e ciò non solo perché non è attendibile il testimone che l’ha raccontato, ma perché sono numerosi i riscontri di altri testimoni che narrano di aver visto Stefano in brutte condizioni già prima del suo arrivo in tribunale. Ecco che allora, qui, la sentenza dice ciò che non poteva non dire: Stefano è stato pestato, in molti l’hanno visto, ma non dagli agenti di polizia penitenziaria, bensì dai carabinieri.

    Il ragionamento, davvero solo abbozzato, da un lato è fatto per esclusione (tolte le guardie in tribunale, chi altro ha avuto in custodia Stefano?), dall’altro con delle induzioni forse un po’ forzate (quando si afferma che i Carabinieri sono gli unici agenti ad aver dato versioni in parte contraddittorie tra loro, e ciò potrebbe ben dimostrare che avevano interesse a coprire delle responsabilità).

    Una nuova pista.
    La Corte suggerisce, insomma, una nuova pista di indagini alla Procura, in un modo sicuramente poco ortodosso: solo il Giudice delle Indagini Preliminari ha il potere di ordinare un supplemento d’indagine, quando gli viene chiesto di decidere se rinviare a giudizio o archiviare; non certo un giudice d’appello, che infatti chiede addirittura di spostare l’attenzione su altri soggetti, ossia i carabinieri che ebbero in custodia Stefano prima che venisse portato in tribunale, e che non sono imputati in questo procedimento per la morte di Cucchi.

    Da ciò potrà scaturire, se la Procura riterrà di avere sufficienti elementi, un nuovo processo, con nuovi indagati, e nuove prove da analizzare; la strada dunque si allunga, e non è neanche detto che verrà imboccata.

    Cause della morte poco adeguate.
    Quanto alla responsabilità dei medici e infermieri, i giudici d’appello si discostano più vistosamente da quanto deciso dai loro colleghi in primo grado: dopo una breve ma dettagliata ricognizione delle perizie, delle quali non si ritiene sia necessario un supplemento (la Corte sottolinea, anche con l’aiuto sempre rassicurante dei numeri, la cura delle indagini mediche:«…200 rilievi fotografici…un’indagine radiologica complessiva che ha comportato ben 14.000 scansioni»), si sostiene che, a ben vedere, nessuno degli studi portati a processo riesca a dare adeguata spiegazione della morte di Stefano. Un’affermazione difficile da fare, soprattutto in una sentenza, e infatti i giudici provano (in modo allo stesso tempo sottile e maldestro) a mostrare empatia, utilizzando per l’unica volta in 76 pagine il nome di battesimo della vittima, Stefano.

    La sindrome da inanizione, prosegue la Corte, non è una spiegazione adeguata, poiché si fonda su una misurazione di peso sbagliata: Cucchi era magro già prima, non pesava 52 chili quando è entrato in ospedale, come segnalato nelle cartelle cliniche, bensì 44, come raccontano il suo allenatore di boxe e la sua famiglia, e ciò volontariamente, per poter rientrare nella categoria ‘pesi mosca’. Era attento alla linea, si nutriva, ma con l’intenzione di rimanere entro quel limite. Per essere morto di fame e sete, concludono, avrebbe dovuto perdere molti più chili di quelli che, in realtà, ha perso.

    Le responsabilità dei medici.
    Manca, come negli altri casi, anche qui il nesso di causalità tra gli eventi occorsi in ospedale e la morte. Manca dunque la responsabilità dei medici, e degli infermieri; di chi doveva prendersi cura di Stefano, e magari in fondo l’ha anche fatto, seppur negligentemente. Afferma la Corte, infatti, che per le sue attenzioni al peso Cucchi comunque non avrebbe mangiato di più, anche se fosse stato sollecitato a farlo (ma allora non è stato sollecitato?).

    Una sentenza che forse lascia più dubbi di quanti ne scioglie, questa di appello per la morte di Stefano Cucchi; la sua vicenda, si spera, continuerà ad appassionare l’opinione pubblica. Se non per giungere, finalmente, a trovare la verità di quanto accaduto, almeno per far sì che un’altra ‘morte di Stato’ non si verifichi.

    Print Friendly
    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter