28 March 2017
    Isis_Iraq_Siria

    Contestualizzare l’Isis

    Contestualizzare l’Isis è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    “La spada e il Corano”, incontro alla Biennale Democrazia per capire l’Isis. Se si espande è perché manca l’alternativa culturale.

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    Cos’è l’Isis? La risposta sembra semplice, soprattutto dopo che, complici le atroci esecuzioni, gli attentati di Parigi e la situazione in Libia, questa parola è entrata nella nostra quotidiana agenda mediatica. Lo Stato islamico, però, esiste almeno dal 2012 con il suo autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi al-Quraishi, l’uomo che tiene le redini del jihad iracheno e che, secondo alcune indagini piuttosto affidabili, sarebbe un ex agente dei servizi segreti israeliani.

    Inutile dirlo, le cose sono molto più complicate, perché il fenomeno non è comprensibile all’esterno se non si prova, almeno una volta, a comprendere quali sono le dinamiche locali che hanno portato alla formazione dello Stato islamico. Se ne è discusso a Biennale Democrazia, che si è chiusa domenica 29 marzo a Torino, durante l’incontro dal titolo (volutamente provocatorio) “La spada e il Corano”.

    Nemici interni ed esterni.
    «C’è una presenza mitizzata del nemico interno
    – ha spiegato Anna Maria Cossiga, antropologa e collaboratrice di Limesma anche del nemico esterno. I nemici interni sono gli sciiti, considerati eretici, e i sunniti che non aderiscono al Califfato». La persecuzione che l’Isis sta operando al proprio interno non ci è ancora chiara, eppure si tratta dei crimini più efferati che ogni giorno il Califfato compie. «L’Occidente è un nemico perché rappresenta la modernità – ha continuato Anna Maria Cossiga – ma non si intende la tecnologia perché, anzi, l’Isis sa usarla molto bene, soprattutto Internet. La modernità è invece la divisione tra politica e religione. A questo si aggiunge un’interpretazione letterale (il fondamentalismo, ndr) delle Scritture». Il fondamentalismo è particolarmente forte tra i popoli che hanno subito il colonialismo occidentale, è un dato di fatto. Il punto è che l’organizzazione dell’Isis è a rete e si allarga in tutto il mondo, con il punto centrale in Iraq. «Un giorno – ha azzardato Cossiga – dovremo dialogare con questa gente?».

    Degrado sociale: terreno fertile.
    Le aree in cui l’Isis si è radicato profondamente si trovano ai margini sociali ed economici delle nazioni. Un degrado sociale altissimo, accompagnato dalla totale assenza di istituzioni, nel quale le organizzazioni mafiose si instaurano perché danno un’alternativa. Lo ha spiegato Massimiliano Trentin, docente di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università di Bologna. «Iraq e Siria – ha raccontato – sono stati marginalizzati dalla redistribuzione della ricchezza. Erano le persone stesse ad auspicare l’arrivo di qualcuno in grado di mettere ordine. L’Isis è questo: una sola milizia, una sola tassa, una sola figura di riferimento». Il Califfato dà sicurezza e stabilità, in luoghi solitamente caratterizzati da guerre e incertezza, lo Stato islamico è visto addirittura come una speranza. Non sempre però. «In alcune aree – ha aggiunto Trentin – le popolazioni occupate si sono ribellate, non tanto per il fatto di trovarsi sotto il Califfato, ma per le modalità con cui governa».

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    Il pubblico durante l’incontro a Biennale Democrazia.

    Quel regime che dà sicurezza.
    «L’imposizione di un’autorità militare dà servizi e stabilità
    – ha precisato Lorenzo Trombetta, giornalista freelance che vive in Libano – ma c’è una fortissima lotta socio-economica a livello locale. Nel 2011, a Mosul, che oggi è considerata la capitale del Califfato, esisteva una grandissima società civile che si opponeva al regime, guidata dagli studenti. Era una Primavera araba a tutti gli effetti. L’Isis ha bruciato i libri, ma qualcuno glielo ha lasciato fare». Manca, ora, l’alternativa, ma nessuno ha ancora provato a crearla con convinzione. «Nel 2012 – ha aggiunto Trombetta – una persona scriveva che dovevamo dialogare con lo Stato islamico, era Padre Paolo Dall’Oglio, che oggi non sappiamo più dove sia. I quadri locali sono stati esclusi dal dialogo per la transizione politica, questo è stato un errore». L’alternativa culturale va offerta secondo le necessità della vita quotidiana locale, non attraverso le abitudini occidentali, che non sono né giuste né sbagliate, semplicemente diverse.

    Cosa resterebbe dopo l’Isis?
    «La questione
    – ha concluso Lorenzo Declich, ricercatore in “Civiltà islamica” presso l’Università di Napoli, che ha moderato l’incontro – è che cosa succede dopo aver sconfitto l’Isis. Prima dello Stato islamico c’era una sottostruttura mafiosa gestita dalla stessa rete che poi ha dato vita al Califfato. Dopo i bombardamenti rischia di esserci ancora». Isis e mafia, due fenomeni molto simili che si nutrono, manco a dirlo, della mancanza di istituzioni, dell’incertezza, della povertà e della paura.

    In copertina: mappa della penetrazione dell’Isis in Iraq e Siria (Lettera43.it)

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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