28 April 2017
    harper-lee

    Cosa ci ha lasciato Harper Lee

    Cosa ci ha lasciato Harper Lee è stato modificato: 2016-02-26 di Paolo Morelli

    Il secondo libro di Harper Lee, scomparsa il 19 febbraio scorso, ha distrutto il mito di Atticus Finch? Forse siamo stati noi a idealizzare eccessivamente il protagonista de “Il buio oltre la siepe”. L’eredità della scrittrice va oltre questo importante personaggio.

    A Monroeville (Alabama), città di nascita e di morte della scrittrice Harper Lee (scomparsa il 19 febbraio), esiste una targa commemorativa dedicata ad Atticus Finch, personaggio centrale del libro Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird). La targa è lì dal 1997, apposta in onore di Atticus da parte dell’Alabama Bar Association. Pubblicato nel 1960, il libro di Harper Lee vinse il Premio Pulitzer e diventò un film nel 1962, diretto da Robert Mulligan, che vinse tre premi Oscar (con Gregory Peck nei panni di Atticus Finch). Nel 2003, l’avvocato è stato eletto “eroe più grande del cinema americano” dall’American Film Institute. Questo dà la dimensione di quanto sia importante, nella cultura americana, la figura di Atticus.

    Tra diritti e segregazionismo.

    L’opera, tradotta in italiano da Amalia D’Agostino Schanzer, è ambientata negli anni ’30 in una cittadina dell’Alabama, Maycomb (che sarebbe stata modellata dall’autrice sulla propria città natale), stretta dalla forte morsa segregazionista che ha avvelenato gli Stati Uniti d’America fino a periodi piuttosto recenti, i cui strascichi sono ancora visibili. Un uomo rispettato nella propria comunità, l’avvocato Finch, si ritrova a difendere Tom Robinson, bracciante afroamericano accusato di stupro da parte di una donna bianca. La storia si dipana attraverso le vicende dei due figli di Atticus, Jem (Jeremy) e Scout (Jean Louise), e al loro amico Dill (Charles Baker Harris), che sarebbe stato creato dall’autrice seguendo i tratti caratteriali dell’amico d’infanzia Truman Capote. Emerge, poi, la curiosità dei bambini verso il figlio dei vicini di casa, tale Arthur Radley (soprannominato “Boo”), che non esce mai e stimola la fantasia dei piccoli Finch, i quali immaginano le peggiori storie su di lui – ma anche le migliori.

    Le cose sono molto più complicate e appassionanti di così. La storia, tutto sommato molto semplice, rappresenta per il 1960 un fortissimo contributo al dibattito sui diritti degli afroamericani (soprattutto per il voto), questione tutt’altro che accettata dalla comunità bianca. Per comprendere il periodo, basti pensare che nel 1965 si svolse, proprio in Alabama, la prima marcia del Movimento per i diritti di voto, che partì il 7 maggio da Selma per raggiungere Montgomery. Quell’estate, il Congresso approvò il “Voting Rights Act”, fortemente voluto da Martin Kuther King jr., che estese il diritto di voto ai cittadini neri. Tre anni più tardi, l’attivista per i diritti degli afroamericani fu assassinato.

    Leggi anche

    Spiega il razzismo a tua figlia

    Come spiegare il razzismo ai propri figli, ma soprattutto a se stessi. Una riflessione a partire dall’opera di Tahar Ben Jelloun.

    Non uccidere il merlo.

    Harper Lee usa un linguaggio accessibile e costruisce il romanzo (Il buio oltre la siepe, a breve parleremo dell’ultima opera) intorno a un concetto semplicissimo: «to kill a mockingbird». Il “mockingbird” è il tordo americano, specie che noi non conosciamo ma che nella traduzione diventa “merlo”. Non è proprio la stessa cosa, ma è piuttosto simile. “Uccidere un merlo”, come si spiega nel libro, è un peccato, perché il merlo non fa male a nessuno. Su questo concetto si sviluppa la narrazione, perché l’avversione contro ciò che “non fa male a nessuno” si trasforma, di colpo, in qualcosa di insensato, inutile, ridicolo. Tom Robinson non ha fatto del male a nessuno, Tom Robinson è un merlo.

    Senza svelare troppo della trama – che, comunque, oggi è piuttosto nota – possiamo identificare almeno due livelli narrativi uniti dal discorso sui pregiudizi. In ognuno di essi c’è un “mockingbird” e c’è qualcuno che lo vuole uccidere. La forza del romanzo sta nello spiegare che, anche se non si vuole, c’è sempre il rischio di uccidere un povero merlo. Se in un primo livello il nostro “merlo” è Tom Robinson, accusato ingiustamente (emerge in fretta) di un reato e che va velocemente verso la condanna in quanto nero, nel secondo livello troviamo la figura di Arthur “Boo” Radley. In seguito a un gesto eroico compiuto da Arthur, c’è il serio pericolo che l’uomo balzi alla ribalta delle cronache e venga assalito da una insostenibile notorietà. Il suo carattere gli impedirebbe però di sopportarlo. Ecco che, anche un’eventualità obiettivamente positiva, potrebbe essere un evento tragico. Alla base del libro c’è la cultura del rispetto, che si esprime attraverso la comprensione, e quindi la conoscenza, dell’altro individuo. Nel bene e nel male.

    Questo insegnamento, trasmesso con apparente semplicità da Atticus ai suoi figli, si ritrova sin dall’inizio dell’opera, ma si riesce a metterlo a fuoco soltanto dopo essersi confrontati con gli avvenimenti delle ultime pagine. Il lettore pare crescere insieme ai figli di Atticus, ma se ne rende conto soltanto quando si guarda indietro.

    Gregory Peck nei panni di Atticus Finch ("Il buio oltre la siepe", 1962)

    Gregory Peck nei panni di Atticus Finch (“Il buio oltre la siepe”, 1962)

    Ora metti una sentinella.

    Ciò che accade nel romanzo Va’, metti una sentinella, pubblicato l’anno scorso, è traumatico, non tanto per gli avvenimenti in sé, quanto per il rapporto che i lettori, nell’arco di cinquant’anni, hanno costruito con Atticus Finch. Il libro, Go Set a Watchman, fu scritto prima dell’opera più nota, ma fu rifiutato dal publisher della Harper Collins (casa editrice che pubblicò Harper Lee), che suggerì di riscrivere tutto raccontando di Scout bambina. Anche Va’, metti una sentinella, infatti, è raccontato in prima persona da Jean Louise “Scout” Finch. Non è affatto un sequel del primo romanzo, è una storia ambientata nello stesso posto, con gli stessi personaggi, ma circa vent’anni più tardi.

    Si è detto che da questo libro (il secondo romanzo di Harper Lee), emerga la figura di un Atticus Finch in realtà razzista e segregazionista, l’esatto opposto di quanto visto ne Il buio oltre la siepe. È vero solo in parte, perché i piani di interpretazione sono più sfumati e gli avvenimenti, in realtà, non ci sono. Il libro è in gran parte descrittivo ed è colmo di flashback, i quali, per chi ha già letto il primo libro, possono apparire ridondanti o, addirittura, in contrasto con la storia già conosciuta (in almeno un caso, infatti, gli avvenimenti riportati non corrispondono – p.112 di Va’, metti una sentinella). Questo a ulteriore prova del fatto che si tratta di due libri diversi, elaborati in maniera differente. Inoltre, nel secondo libro pubblicato, la figura di Atticus Finch ricalca maggiormente la figura del padre di Harper Lee, inizialmente considerato l’ispiratore del personaggio, che era di idee segregazioniste. Bisogna poi considerare che il racconto è frutto delle ricostruzioni di Scout, è filtrato dalla sua percezione. Il lettore, quindi, ragiona con la mente di Scout senza rendersene conto, vive le sue emozioni e i suoi ricordi – con tutte le loro imprecisioni e forzature – e non si accorge di quanto il racconto di una bambina, anche quando è diventata adulta, possa essere idealizzato.

    Leggi anche

    Ferguson, nuova frontiera del razzismo in Usa

    Il tempo della segregazione razziale è lontano, ma gli strascichi di quel buio periodo non si sono certo esauriti.

    Guarda con gli occhi di un adulto.

    Siamo sicuri che Atticus Finch, nella realtà dei fatti, si comportò davvero da eroe? È come se Harper Lee, con questo secondo libro che in realtà fu scritto per primo, volesse svelare l’incantesimo. Ora siamo adulti, perciò possiamo finalmente farci raccontare come sono andate davvero le cose. Atticus non era un Martin Luther King jr., ma nemmeno un razzista estremo. Era, pare banale ribadirlo, esclusivamente un uomo. È probabile che, con l’età, le sue idee si fossero radicalizzate, ma l’impostazione di base, quella del “i neri hanno bisogno dell’aiuto dei bianchi”, che parte da un concetto di inferiorità degli afroamericani, resta la medesima già conosciuta ne Il buio oltre la siepe. Una impostazione che cambia significato a seconda del periodo storico in cui emerge, il quale va oltre le persone che lo vivono. L’interpretazione data al suo comportamento ci viene fornita da sua figlia, che in entrambi i casi è una ragazza che racconta di quando era bambina.

    La sentinella di cui abbiamo bisogno per capire cosa succede, tuttavia, non è all’infuori di noi. Se all’inizio del secondo libro Scout è ancora una bambina che cerca il padre per capire cosa fare, al termine dell’opera può considerarsi indipendente da lui. Non è Atticus la “sentinella” di Jean Louise, ma è lei stessa. Per arrivare a comprendere questo passaggio, è necessario affrontare una serie di passaggi traumatici che allontanano il mondo dell’infanzia da quello dell’età adulta, senza per questo cancellare il primo. Il lettore è Jean Louise stessa, ed è per questo che le reazioni – anche chi scrive, mentre lo leggeva, ha subito lo stesso – passano attraverso la rabbia, la tristezza e lo sconforto, prima di raggiungere una forma di maturazione. Sono le stesse reazioni di Jean Louise. Del resto, come già si predicava nel primo libro, l’altro va compreso, quindi conosciuto, anche nei suoi difetti.

    Essere un umano eroe.

    La crescita è dolorosa ma necessaria. Quello che Harper Lee ci comunica mettendo insieme questi due libri, è che anche i figli debbono fare la propria parte, partendo dal punto di arrivo dei genitori e andando ancora avanti. Non si può chiedere ad Atticus Finch di superarsi ancora, proprio perché lo ha già fatto. Ora tocca a Jean Louise. La battaglia contro il segregazionismo – ma questo vale per tutto – non si esaurisce in una generazione. Va’, metti una sentinella sembra rafforzare Il buio oltre la siepe, per quanto, il primo libro, non avesse bisogno di alcun rafforzamento, nella misura in cui i personaggi hanno un’importanza secondaria rispetto al concetto trasmesso dal libro. Non fu, peraltro, Harper Lee a voler pubblicare un libro rimasto nel cassetto per cinquant’anni, ma il suo avvocato, Tonja Carter, che è stata anche accusata di aver circuito la scrittrice, già malata. Nel ritratto che di lei ha fatto il New York Times, non emerge, per così dire, una figura carismatica e priva di interessi.

    Chiaramente di livello inferiore alla prima opera, Va’, metti una sentinella ha comunque il merito di umanizzare un eroe che, forse, avevamo eccessivamente idealizzato. Questa operazione, naturalmente, si può comprendere soltanto dopo aver letto Il buio oltre la siepe: il secondo romanzo (per ordine di pubblicazione) dipende in maniera vitale dal primo. Non ha molto senso leggerlo “da solo”. Rendendo Atticus Finch del tutto umano, inoltre, anche noi abbiamo meno scusanti, perché se un avvocato considerato un eroe è in realtà un uomo come noi, per quale motivo non ci siamo ancora distinti? È alla nostra portata, dopotutto. Forse, anche questo, è uno dei motivi che ci hanno fatto arrabbiare mentre leggevamo Va’, metti una sentinella: ora non possiamo più accampare scuse, Atticus Finch è come noi, forse nemmeno migliore di noi, però lui è un eroe. Ciò che dobbiamo a Harper Lee, al di là delle insistenze del suo avvocato, è la comprensione, più che di un’opera, di un ragionamento che sta alla base del processo di scrittura. Il modo, cioé, in cui i libri nascono e si sviluppano.

    In copertina: Harper Lee (fonte: cultora.it)

    Nel 2006, Harper Lee è stata insignita della laurea honoris causa in Lettere umane da parte della University of Notre Dame di South Bend, nell’Indiana. Qui il video.




    Print Friendly

    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter