26 March 2017
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    Cosa ci ha lasciato John Nash

    Cosa ci ha lasciato John Nash è stato modificato: 2016-01-26 di Redazione

    Il 23 maggio, un incidente d’auto si è portato via il grande matematico John Nash e sua moglie. Ecco cosa ci ha lasciato, il punto di equilibrio e il Nobel.

    La tesi di dottorato di John Nash è lunga 32 pagine. Nel 1950, quando da giovane matematico la scrisse, gli bastarono 32 pagine per esporre i suoi studi sulla teoria dei giochi che gli avrebbero fatto ottenere molti anni dopo, nel 1994, il premio Nobel per l’Economia. Spesso le grandi idee sono così: semplici.

    La teoria di Nash.
    La teoria dei giochi è un settore della matematica che si occupa di studiare le dinamiche in un gruppo di individui che, attraverso le loro decisioni, cercano ciascuno di raggiungere un obiettivo, sia esso la vittoria in un gioco, un guadagno o una promozione sul lavoro. Insomma, Nash, così come gli altri matematici del suo settore, si occupava in fondo di studiare con strumenti matematici comportamenti assolutamente umani. La grande idea di Nash fu inventarsi il concetto che poi ha preso il nome da lui: “il punto di equilibrio di Nash”.

    Immaginate che ci sia un gruppo di persone, ciascuna con una sua strategia per realizzare un guadagno, che non collaborano fra loro, ma che allo stesso tempo non abbiano la possibilità di migliorare il proprio guadagno cambiando strategia autonomamente (cioè senza che almeno una delle altre cambi anche la sua). Questa situazione è un punto di equilibrio di Nash. Semplice l’idea, complicatissimo lo studio che Nash portò avanti per capire in quali condizioni questi punti d’equilibrio esistono, enorme l’impatto sulle teorie economiche (e non solo).

    I problemi personali.
    All’apice della sua attività di giovane matematico, la vita di Nash cambiò però in maniera drammatica. Nash cominciò a soffrire di schizofrenia paranoide, una malattia che lo portò prima ad abbandonare la ricerca, poi a essere lasciato da sua moglie Alicia, e infine a essere ricoverato più volte in ospedali psichiatrici. Per una mente così brillante sembrava un destino terribile. Eppure Nash riuscì a sovvertirlo, riconquistando a poco a poco, nonostante la malattia, una vita felice. Lo fece grazie a due fattori che lui stesso in seguito spiegò.

    Primo: la moglie Alicia. Lei lo riprese al suo fianco, e con grandi sacrifici da lì in poi lo sostenne sempre (se ne sono andati insieme nel tragico incidente d’auto di pochi giorni fa). Secondo: la sua mente. Dopo gli ospedali e gli psicofarmaci, una svolta decisiva nella sua lotta alla schizofrenia arrivò quando, a un certo punto, Nash ebbe la forza di decidere razionalmente di ignorare le voci e le visioni frutto della malattia che lo tormentava. Il che, in qualche modo, funzionò: pur rinunciando ad assumere psico-farmaci, costringendosi a rifiutare le visioni riuscì a tenere sotto controllo la schizofrenia.

    L’eredità di John Nash.
    Dunque una mente straordinaria, a tal punto da riuscire sia a produrre risultati scientifici eccezionali, sia a combattere una grave malattia psichica. Forse però John Nash ci lascia qualcosa di più del ricordo di una mente geniale. La storia della sua vita (peraltro ben raccontata nel film A Beautiful Mind) ci mostra un esempio della dimensione più umana della matematica, e della scienza in generale. Non solo perché ci ha raccontato di un uomo la cui genialità non lo mise al riparo dalle difficoltà della vita. Ma anche perché ha mostrato al grande pubblico uno scienziato che non studiava problemi astratti o fantascientifici, come troppe volte si tende a pensare di chi fa il suo mestiere, bensì i comportamenti umani, i nostri comportamenti quotidiani, come quelli di cui in fondo si occupano la teoria dei giochi e tante altre discipline scientifiche. Un magnifico esempio di scienza che non si estranea dalla realtà, ma anzi cerca di comprenderne l’essenza.

    Cesare Bracco

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