28 April 2017
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    Cosa è cambiato dall’inizio della crisi

    Cosa è cambiato dall’inizio della crisi è stato modificato: 2015-03-23 di Valentina Tatti Tonni

    Al Censis, il 19 marzo, è stata presentata la ricerca sulla composizione sociale dei cittadini e dei soggetti economici, in vista di una prossima ripresa dalla crisi.

    La fondazione Censis ha presentato a Roma una ricerca socio-economica sulle ripercussioni che ha avuto la crisi economica dal 2008 ad oggi. L’ha fatto il 19 marzo, giornata non casuale che coincideva con l’anniversario dell’assassinio di Marco Biagi. I punti principali della ricerca si sono focalizzati sul discorso, sempre attuale, dell’unione tra le imprese, il mercato del lavoro e la politica, che dovrebbe se non altro provare a mediare tra i vari soggetti economici e fornire valide soluzioni.

    Hanno partecipato Francesco Maietta, responsabile del settore Politiche Sociali del Censis; Maurizio Sacconi, Presidente della Commissione Lavoro del Senato; Aldo Bonomi, Direttore del Consorzio Aester; Marina Calderone, Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro; Giancarlo Deidda, vicepresidente della Fipe; Cristina Freguja, della direzione centrale statistiche socio-economiche dell’Istat; Roberto Moncalvo, Presidente di Coldiretti; Giuseppe De Rita, Presidente del Censis.

    Cos’è cambiato dall’inizio della crisi in concreto.
    La teoria economica ha percorso un ciclo storico sostenuto negli ultimi dieci anni che per il cittadino, su base annua, ha significato diversi cambiamenti nel rapporto con il lavoro, con i consumi, con l’abitare in città o in casa fino a comprendere i movimenti riaffermatisi in difesa della casa, che non significa accettare l’abusivismo coatto o le occupazioni illegali.

    Cristina Freguja ha spiegato che, come ogni congiuntura, anche questa non ha risparmiato le fasce deboli della società quali le donne, i giovani e gli anziani, presentando un aumento del tasso di disoccupazione così elevato che persino gli uomini hanno risentito dell’ondata negativa, soprattutto nel settore edilizio. Se da una parte le donne riescono a portare a termine più cicli scolastici e universitari, in una società come quella italiana ancora attaccata al valore tradizione della famiglia, è per le donne più difficile rientrare nel mondo del lavoro.

    Aumenta il divario regionale da sempre esistente tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord, aggravato da politiche di mal governo. La deprivazione in cui vivono molti nuclei familiari permane non essendo sostenuta da un reddito, come l’enorme difficoltà che si ha per ottenere l’accesso al credito, e provocando una perdita consistente del poter d’acquisto con il conseguente calo dei consumi, che può portare alla deflazione. I giovani che vogliono entrare nel mondo del lavoro non sono aiutati dai percorsi di studio, ritenuti di durata troppo elevata per poter competere con l’offerta formativa europea, una debolezza che si riscontra soprattutto perché non vi è un incontro tra domanda e offerta di lavoro: si ottengono specializzazioni che alle imprese non servono.

    La metamorfosi del Jobs Act.
    La metamorfosi, di cui ha parlato Aldo Bonomi, cerca di guardare più in avanti, oltre i numeri e le statistiche, per concentrarsi su un più lento mutamento che l’Italia, pur partecipando, mostra di poter raggiungere con fatica. Bisogna capire cioè l’importanza del capitale che dallo Stato porti al lavoro, non solo di classe ma anche come processo di emancipazione.

    Sebbene sembrerebbe che la nuova riforma del lavoro, seguente a quella della Fornero, si avvicini più a un modello tedesco-europeo, dall’interno il Jobs Act pone l’attenzione alle assunzioni ma non alla crescita effettiva dei posti di lavoro, e né, visti i numerosi casi di cessazione dell’attività, sembra in grado di portare fiducia nelle imprese.

    Il risultato del Jobs Act, secondo Bonomi, sarebbe allora quello del «ritorno al sommerso», a un’economia in nero e quindi non rintracciabile fiscalmente. Non potendo prevedere il futuro, naturalmente si dovrà attendere il decorso delle riforme, auspicando che il cittadino, diversamente da oggi, cominci a riconoscere nelle Istituzioni un punto di riferimento, cooperando con uno Stato che cerca soluzioni sfruttando le risorse interne.

    Foto: primocanale.it

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    Valentina Tatti Tonni

    Idealista e vagabonda, tende a bruciare le tappe per non annoiarsi, crede di essere in missione per conto dell'opinione pubblica e per questo rincorre la musica, la letteratura, la politica estera, i diritti umani, l'ambiente.

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