25 March 2017
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    La cultura dell’esclusione

    La cultura dell’esclusione è stato modificato: 2016-01-26 di Davide Gambaretto

    La distruzione dei beni culturali, a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo, mostra disprezzo verso il passato, ma anche una tendenza sociale, comune nell’essere umano: la creazione di gruppi di appartenenza chiusi, in costante guerra verso l’altro.

    La Fontana della Barcaccia – capolavoro di Pietro e Gian Lorenzo Bernini – presa d’assalto dagli hooligans olandesi e la furia distruttrice dell’Isis verso il patrimonio archeologico iracheno (è di pochi giorni fa la notizia che gli jihadisti potrebbero aver raso al suolo con dei bulldozer il sito archeologico di Nimrud e quello di Hatra). Sono episodi molto distanti, slegati tra di loro, che nascono da motivazioni apparentemente differenti per fini differenti. Eppure, a guardar bene, un elemento di fondo che li collega è presente: si tratta del desiderio di distruggere un qualcosa che è percepito come culturalmente altro rispetto a se stessi.

    Qualsiasi gruppo sociale – abbia esso peculiarità religiose, politiche, etniche o di altro tipo – se inizia a considerarsi superiore agli altri tenderà a comportarsi nel medesimo modo. Pur nella parzialità dell’esempio, i tifosi olandesi ci hanno spiegato brillantemente questo assunto. Questo non perché lo sport e le sue tifoserie siano il male, ma per quel processo sociale che, dall’aggregazione, porta alla tribalizzazione del gruppo, fino al considerarsi un’entità compatta in guerra contro tutti quelli che non rientrano nel “branco di appartenenza”. Pensandoci migliori, concentriamo la nostra furia sui simboli che incarnano l’identità dell’altro: la sua cultura. Ecco, allora, che cerchiamo di annientarlo delegittimando il suo passato e, più in generale, la sua stessa natura.

    Uno schema di pensiero in cui è facile cadere.
    Negli ultimi giorni ci siamo sentiti la “parte offesa” di questo scempio, ma non dobbiamo dimenticarci che questo esercizio, creare gruppi di forte appartenenza sociale che eradicano l’altro, è insito nella nostra natura di essere umano e nella nostra storia. Non possiamo trascurare il fatto che, durante il nostro passato espansionistico di conquistatori occidentali, ci siamo comportati più volte nello stesso modo, considerandoci superiori e attaccando la cultura degli “altri”, o finanche saccheggiandola (e il saccheggio è, in tutto e per tutto, equiparabile alla distruzione, in termine di disprezzo per la cultura dell’altro). Gli esempi sono molteplici: dalle Crociate, fino ad arrivare quell’obliterazione della cultura e a quell’annientamento morale, tanto cari alle mafie.

    Equiparare la distruzione dei beni culturali ai crimini di guerra.
    Da più parti si leva una proposta: che la distruzione dei beni culturali sia considerata un crimine di guerra. Purtroppo molte volte siamo stati testimoni dell’inefficacia dalle leggi internazionali, a partire dal secondo protocollo relativo alla Convenzione dell’Aja del 1945, che dovrebbe tutelare il patrimonio culturale in caso di conflitti armati. Ma i beni culturali sono davvero così importanti quando davanti a noi imperversa l’orrore della guerra, che ci porta via così tanto in termini di vite umane? La risposta è sì, perché quei reperti ci definiscono e rappresentano noi stessi. Inoltre, sebbene il singolo essere umano sarà sempre più importante di un oggetto inanimato, non possiamo farci fermare da un’eccessiva pruderie: il problema del preservare e del proteggere i beni culturali deve essere sollevato. Anche in una situazione al limite come questa.

    Una soluzione difficile.
    La via d’uscita da questa situazione di disprezzo verso la cultura dell’altro, che nel piccolo del suo meccanismo sociale accomuna sia gli hooligans, sia l’Isis (sebbene i secondi lo attuano in una maniera più consapevole e sistematica, atta a scioccare un Occidente “evoluto”) è tanto semplice quanto faticosa. Bisogna riuscire a comprendere il valore della diversità. Un valore che ci permette di crescere costantemente e di mettere in discussione noi stessi. Purtroppo la tolleranza è faticosa e si può raggiungere solo attraverso quella stessa cultura che quegli insiemi sociali chiusi in se stessi, di cui abbiamo parlato finora, cercano di distruggere. Inutile, poi, ricordare quanto sia importante per le nuove generazioni avvicinarsi fin dall’età scolare a materie quali la storia: studiare il passato è un antidoto per smettere di considerarsi al centro del mondo. Serve tornare a considerarci piccoli – e umili – di fronte alla totalità del mondo intero, per poter trovare quella voglia di conoscere e di scoprire l’altro.

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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