22 September 2017
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    Da Londra a Charlie Hebdo, in difesa dell’Europa

    Da Londra a Charlie Hebdo, in difesa dell’Europa è stato modificato: 2016-01-27 di Paolo Morelli

    Dieci anni fa gli attentanti di Londra, sei mesi fa quelli di Parigi. Cosa è cambiato nell’Europa, e i noi?

    Sono passati sei mesi dal terribile attentato di Parigi alla redazione di Charlie Hebdo, all’interno di una giornata segnata da altri omicidi in diverse zone della capitale francese. Un’azione operata da terroristi che hanno dichiarato fedeltà, prima di morire, chi all’Isis e chi ad Al Qaeda. Per una strana coincidenza, oggi cade anche il decimo anniversario di un altro terribile momento terroristico per l’Europa, ben peggiore. Era il 7 luglio 2005 quando, a Londra, diversi attacchi esplosivi nella Metropolitana causarono la morte di 56 persone, con oltre 700 feriti. L’attentato fu rivendicato da Al Qaeda.

    Un anno prima (era l’11 marzo 2004), il terrore aveva avvolto Madrid, quando fu attaccato il sistema di treni locali della capitale spagnola: morirono 191 persone e ci furono oltre duemila feriti. L’attribuzione, in quel caso, fu meno immediata, ma dopo diverse ipotesi e accertamenti (oltre a una frettolosa rivendicazione), portò ad Al-Qaeda. Sono circa dieci anni che l’Europa, quindi, si è scoperta vulnerabile al terrorismo. Proprio quando sembrava essersene dimenticata, e probabilmente credeva che la minaccia fosse qualcosa di estraneo, confinato in un telegiornale, è arrivato l’attacco alla Francia.

    Paura e voyeurismo.
    Da quel momento è iniziata – di nuovo – la psicosi. I giornali si sono riempiti di paura e richiami alla guerra, con un linguaggio di tipo bellico alimentato da diverse formazioni politiche, che hanno utilizzato gli attentati per spingere sulla chiusura delle frontiere e sulla criminalizzazione degli immigrati, sollecitando un certo tipo di elettorato (e vaneggiando su improbabili missioni militari). Con gli attacchi a Charlie Hebdo, i media italiani si sono scoperti ancora più pruriginosi, attenti all’immagine macabra o al video morboso: non dimenticheremo mai quel povero poliziotto ucciso sul marciapiede di fronte alla sede del giornale, un filmato mostrato a ripetizione da siti e televisioni al punto da snaturarne l’essenza, trasformando una tragedia in intrattenimento.

    Si è parlato di barconi carichi di terroristi, si è parlato di Isis sulle nostre strade, pronto a invaderci, a farci saltare in aria. Si è parlato di Anonymous che ha dichiarato guerra allo Stato islamico, ottenendo diversi successi in campo informatico, fin quasi a raggiungere la completa identificazione dell’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi al-Quraishi, che molto probabilmente è un ex agente del Mossad, i servizi segreti israeliani. Si è parlato di sicurezza, di leggi restrittive e di «attenzione alta», subito prima di nuovi attentati, che hanno colpito la Tunisia, mietendo nuove vittime. Un altro Paese, un altro simbolo.

    Quindi il nulla.
    Poi, senza che ce ne rendessimo conto, non si è parlato più di niente. La solidarietà a Charlie Hebdo si è esaurita in una manifestazione, l’immigrazione è sparita dalla nostra agenda mediatica per fare spazio alla Grecia. Di Isis e jihad si parla soltanto quando ci sono attentati o quando viene diffuso un nuovo video. Forse il nostro atteggiamento nei confronti degli avvenimenti è cambiato, abbiamo messo le emozioni di fronte al ragionamento e di questo si sono accorti anche i media, che costantemente rincorrono i lettori. Eppure sei mesi fa si scendeva in piazza per esprimere solidarietà a Charlie Hebdo, un giornale del quale molti di noi, prima degli attentati, ignoravano l’esistenza. Un giornale che fa una satira estrema, con vignette di dubbio gusto che in Italia riceverebbero tonnellate di querele dagli stessi politici che ne difendevano la libertà d’espressione. Consumiamo gli avvenimenti come fossero patatine in busta, ci riesce persino difficile ricostruire cosa è successo negli ultimi sei mesi, figuriamoci negli ultimi dieci anni.

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    Trovare un nemico.
    Abbiamo perso sicurezza e ci siamo scoperti deboli nella nostra Europa trainata da Francia e Germania, con tutti gli altri Stati che sembrano eseguire le loro direttive senza opporsi. Quando abbiamo paura, cerchiamo un nemico che, complice la matrice terroristica che ci ha colpiti, ha spesso la pelle scura, magari indossa un turbante ed è devoto ad Allah. Dopo la metropolitana di Londra, ma soprattutto dopo Charlie Hebdo, è salita alla ribalta l’equazione musulmano=terrorista. E di recente anche l’altra equazione: immigrato=potenziale terrorista.

    Se ci siamo ritrovati a domandare ai fedeli musulmani se l’Islam fosse sul serio quella roba lì, fatta di bombe e morti, allora vuol dire che l’Europa dei popoli, dell’integrazione, della comunità, è stata completamente dimenticata. Altrimenti non avremmo mai pensato che una religione potesse propagandare le uccisioni, che sono invece frutto della mente malata di pazzi fondamentalisti (che esistono in tutte le religioni). Se gli attentati hanno avuto un effetto, è stato quello di dividerci, renderci sospettosi, metterci addosso paure senza soluzione apparente. È, del resto, il fine del terrorismo, che in questo momento è raggiunto.

    L’integrazione come risposta.
    L’Europa non ha capito che l’emarginazione del più povero, del disagiato, dell’immigrato di seconda o terza generazione, non può che generare nuovo odio, nuovo disagio, la condizione ideale affinché il terrorismo attecchisca (ciò che l’Isis, ad esempio, ha capito benissimo). Il terrorismo si combatte con l’integrazione, non chiudendo le frontiere, anche perché quasi tutti i terroristi arrivano dall’interno. I tre di Charlie Hebdo, ad esempio, erano cittadini francesi, cresciuti in Francia. Certo, questo non vuol dire che si debbano eliminare i controlli, ma che è sempre sbagliato demonizzare e ghettizzare.

    Non c’è una guerra da combattere, ma una cultura da salvare, e finché ci abbandoneremo al razzismo, alla paura, alle leggi «sulla sicurezza» che invece limitano la nostra stessa libertà (vedi la Spagna), continueremo a mantenere le condizioni necessarie affinché il terrorismo si moltiplichi. Da Londra a Charlie Hebdo, l’Europa ha perso il senso della comunità, ma l’Europa siamo noi, quindi l’abbiamo perso noi per primi. La speranza, adesso, è di riuscire a recuperarlo, ignorando l’odio vomitato dai politici e il terrore spacciato dai media “di massa”.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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