22 September 2017

    Dentro lo Stato islamico con chi era lì

    Dentro lo Stato islamico con chi era lì è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    Intervista con Medyan Dairieh, autore della nota inchiesta “The Islamic State” per Vice News, unico documento libero e indipendente girato dentro lo Stato islamico.

    Medyan Dairieh è l’autore dell’inchiesta The Islamic State, pubblicata da Vice News il 26 dicembre 2014. È l’unico documento giornalistico realizzato all’interno dell’Isis in maniera libera e indipendente. Dairieh è partito con l’esercito dello Stato islamico come giornalista “embedded”, cioè al seguito dell’esercito, ed è pressoché l’unico giornalista occidentale a essere riuscito a compiere un’operazione del genere, naturalmente tornando vivo.

    L’incontro a Torino.
    Il 22 maggio, a Torino, l’associazione L’ambulanza dal cuore Forte ONLUS, composta da giornaliste torinesi che offrono aiuti umanitari al Medio Oriente (Siria in particolare), ha organizzato un incontro al Circolo dei Lettori, dal titolo “Human Rights and Wars”. L’evento ha portato in città tre personalità di spicco nell’ambito dei diritti umani: Lauren Wolfe, giornalista e direttrice di “Women Under Siege”; Peter Bouckaert, direttore delle operazioni di emergenza per Human Rights Watch; e soprattutto Medyan Dairieh, giornalista anglo-palestinese autore dell’inchiesta The Islamic State.

    MEDYAN DAIRIEH is a photojournalist/reporter based in Brighton, England, United Kingdom and is proudly represented by ZUMA. He  has many years experience reporting wars around the world such as in Afghanistan, Palestine, Iraq, Turkey and Libya. He studied journalism and photography in Britain and Turkey and also teaches photojournalism.

    Medyan Dairieh.

    L’informazione e lo Stato islamico.
    Lo sguardo umile, i modi cortesi e l’attitudine a stare in disparte, quasi con il timore di disturbare, Medyan Dairieh ci concede un’intervista prima dell’inizio dell’incontro. «C’è una politica chiara dello Stato islamico – ha spiegato – di fare informazione in maniera controllata. Oggi non sarebbe più possibile realizzare un’inchiesta come quella che ho fatto, e in ogni caso non lo rifarei. In questo momento l’opinione pubblica è concentrata sullo Stato islamico, ma non bisogna assecondarla. Parlare solo di Isis significa dimenticare tutto il resto, per questo sto pensando di andare nello Yemen».

    Lo Stato islamico utilizza i giornalisti e i mezzi di informazione per far parlare di sé nel mondo, ma soprattutto per richiamare nuove leve e crescere. Lo fa in due modi: utilizzando i giornalisti “sul campo” e diffondendo la propria propaganda attraverso i media. Partiamo dal primo. John Cantlie è un giornalista britannico che si trova nelle mani dell’Isis da circa due anni, a inizio 2015 ha fatto scalpore un suo “reportage” dal titolo From Inside Mosul realizzato – naturalmente sotto il controllo dei suoi aguzzini – per diffondere un’immagine positiva dello Stato islamico. «Non conosco precisamente la sua storia – ha detto Medyan – ma so che viveva una situazione di costrizione (il verbo al passato purtroppo è d’obbligo finché non si hanno nuove notizie sulle sue condizioni, ndr), questo si può verificare sia a livello fisico e sia, soprattutto, a livello psicologico. Lo Stato islamico produce video di propaganda che diffondono un’immagine diversa da quella del senso comune».

    Il controllo dei giornalisti.
    Questi video, però, funzionano? Noi sappiamo che l’inchiesta di John Cantlie è avvenuta “sotto dettatura” dei suoi sequestratori, che probabilmente l’avrebbero ucciso se si fosse rifiutato di farlo. È ovvio, quindi, che guardiamo quell’inchiesta con occhio disilluso: non crederemo mai a una sola parola pronunciata da John Cantlie in quei video. «Infatti è così – ha aggiunto Medyan – perché lo Stato islamico sbaglia completamente la propria strategia giornalistica. Nonostante quello che si continua a dire, non sono affatto avanzati dal punto di vista tecnologico e strategico in questo campo. Non hanno nessuna concezione della credibilità dell’informazione giornalistica, per questo i video come quelli realizzati da John Cantlie non sortiscono alcun effetto».

    La propaganda nei media.
    La strategia vincente, però, si verifica (o almeno, si è verificata), nella propagazione di un altro genere di video: le esecuzioni. Monica Maggioni, direttrice di Rainews e Rainews24, ha comunicato a febbraio che non avrebbe più trasmesso video integrali dello Stato islamico. «L’Isis sfrutta la stupidità dei nostri media – ha commentato Medyan Dairieh – e credo che Monica Maggioni sia stata l’unica ad averlo capito. Quei video, che si propagano a macchia d’olio e in versione integrale, hanno l’effetto di corrompere le giovani generazioni che sono state deluse dall’Occidente, e che vedono nello Stato islamico l’opportunità di riscattarsi».

    I video vanno smontati, decostruiti e analizzati, senza abdicare alla propaganda. Anche perché, come ha spiegato ancora Medyan, «la semplificazione del racconto porta a una cattiva comunicazione della realtà islamica. In questo modo, l’opinione pubblica si radicalizza e si creano delle fazioni: ecco che i giovani delusi dall’Occidente cercano risposte nell’Isis». Senza vie di mezzo, senza sfumature, come è invece la realtà.

    Lo Stato islamico come speranza.
    La questione, infatti, è che lo Stato islamico, nei territori che controlla, gode di un ampio consenso. Emerge dall’inchiesta pubblicata da Vice News e dalle parole di Medyan Dairieh. «All’inizio, tra il popolo, c’era molta paura – ha raccontato – ma quando l’Isis si è insediato, molte persone hanno ricominciato a vivere. Le zone più interne, infatti, sono anche le più sicure. Non ci sono rapimenti né attacchi esterni, la vita delle persone è migliorata anche a livello economico».

    La retorica diffusa dallo Stato islamico è, per ora, confermata nei fatti. Il Califfato ha dato una speranza a chi viveva completamente allo sbando. «L’Occidente – ha poi spiegato Medyan durante l’incontro – deve temere lo Stato islamico per come si è infiltrato nei Paesi arabi, a seguito di una instabilità politica scaturita dall’occupazione USA. L’Isis, poi, viene finanziato da diversi Paesi arabi che hanno avuto interesse a far fallire le “primavere”. I giovani, delusi, trovano speranze nel Califfato».

    Serve una soluzione politica, come ha spiegato ancora Medyan Dairieh, che implichi un dialogo con lo Stato islamico. Bisogna poi considerare il «fallimento della comunicazione tra l’Occidente e le comunità islamiche che vivono al suo interno» e, in questo, una grossa responsabilità attiene alla politica e ai media.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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