23 June 2017
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    Diritto alla città: perché la partecipazione diventa aleatoria

    Diritto alla città: perché la partecipazione diventa aleatoria è stato modificato: 2015-03-10 di Margherita Ricci

    Dall’incontro del 26 febbraio a Torino con il giornalista Massimo Pagliassotti, il Professore di sociologia Giovanni Semi e Assemblea Cavallerizza 14:45, un ragionamento sulla partecipazione.

    Questo incontro con gli studenti è nato dall’urgenza posta da una delle domande più cocenti e inerenti alla vita democratica di ogni paesino, cittadina, città e Paese: quanto contano i cittadini all’interno dei processi di urbanizzazione rispetto alle lobby capitaliste che, disponendo di grandi quantità di risorse, muovono il gioco politico e sociale verso direzioni decise in maniera discrezionale ma che, però, arrivano a interessare tutta la vita pubblica.

    Una città come Torino, definitasi fino a poco tempo fa attraverso l’universo lavorativo e sociale del polo industriale, avendo perso, negli ultimi anni, questo presupposto, come si sta reinventando? Il dibattito si inserisce anche all’interno dei festeggiamenti per i nove mesi di occupazione della Cavallerizza Reale, dal giorno 23 maggio scorso ad oggi. L’Assemblea Cavallerizza 14: 45 ha raccontato la sua prima esperienza di gestione delle proposte culturali dal basso.

    Come è stata gestita la trasformazione della città piemontese? «Dalla produzione al cazzeggio», come ha suggerito ironicamente Pagliassotti, o altrimenti? I cittadini-lavoratori hanno cambiato il loro modo di ripensare ai propri luoghi di impiego e a quelli che vivono al di fuori? Che ripercussioni hanno avuto queste dinamiche sull’urbanizzazione e sulla loro partecipazione? La portata della questione è immensa.

    Un passaggio che speriamo non vi siate persi.
    Spesso e volentieri, le Amministrazioni locali finiscono per dimenticare il confine tra ciò che il Pubblico decide di realizzare e ciò che invece è necessario che svolga in sinergia con le richieste del cittadino “nel formicaio”.

    La democrazia sta diventando sinonimo di delega, con tutti i significati connessi a questa operazione di allontanamento e di esclusione. Per quanto alcune di queste dinamiche possano essere colte anche da chi passa tutto il giorno a fotografare cibo, è mostruoso il fatto che appelli ad un ritorno a vivere il nostro diritto alla città possano risultare i soliti moti utopici e radicali. Questo significa che qualcuno ha dimenticato i valori di partecipazione e democrazia sui quali sono sorte tutte le vittorie che hanno portato al progresso intellettuale, tutti questi principi ormai dormono sui manuali, qualcuno ritiene lontano e inarrivabile ciò che, almeno nel senso comune, è stato considerato fino all’altro ieri il punto di partenza messo al sicuro nel fortino di “Stato democratico” – “Ci vivo” – “Vivo in uno Stato democratico e partecipativo” – “Il mio l’hanno fatto”.

    Ad oggi la delusione è tanta e, del modo di vivere la politica e le politiche urbane nelle nostre realtà, percepiamo solo qualche eco dal passato, un augurio per il futuro, o roba da fricchettoni.

    studenti_universita

    Credits: adisufederico2.it

    La morte del conflitto per una pace che è una resa.
    La discussione ha toccato le trasformazioni che Torino ha subito negli ultimi anni dal punto di vista della sua attività produttiva e occupazionale e dal punto di vista del mutamento dei rapporti di lavoro. Il dibattito si è poi concentrato sulla fine dei legami in fabbrica (avvenuti con la morte della stessa e della stessa economia reale), in cui gli stessi operai (più o meno coinvolti nell’attività sindacale) prendevano parte e si qualificavano in quanto cittadini attivi. Questo ha causato la morte della capacità di unirsi dai luoghi di lavoro e al di fuori di tali spazi, alimentando quella disgiunzione tipica del dilagante neoliberismo comportamentale.

    Questo fenomeno che, per la maggior parte, risulta frustrante, viene invece preso e compreso (nel senso di “già assimilato in coscienza”) come dato di fatto e accettato passivamente. Questo tipo di trasformazione non è scaturita l’altro ieri, bensì tra i 30 e i 40 anni fa, quando dopo la partenza del miracolo economico, vedevamo già scritta la sua fine.

    Sviscerare la tematica richiede, quindi, un destinatario pronto a non lasciarsi ingannare dalla retorica fatta sul nostalgismo, un destinatario consapevole del fatto che alcune risposte negative e relative alla trasformazione dei rapporti lavorativi e sociali derivano dalla malagestione di ciò che è accaduto anche, e non solo, dopo la crisi della fabbrica.

    È chiaro, in questo contesto, che la stessa morte della qualità dei legami tra operai è andata ad incidere anche sulla stessa capacità di riflettere in comune circa i propri diritti e le proprie capacità e risorse. Essendo svilito il conflitto, che è il sale di qualunque nuova creazione sociale, politica, giuridica o economica, e arrivati a una pace che è una resa data da fiumi di apatia, il pubblico e lo spazio cittadino finiscono per non avere apparentemente più nulla da dirsi.

    Perché non c’è niente da ridere.
    I rapporti lavorativi, specchio anche dell’atteggiamento con il quale si andranno a gestire gli altri rapporti umani, si disgregano, puntano sul trasformarci in arrivisti che non hanno più una coscienza né pratica, né ahimè teorica, di quella che è l’etica lavorativa e di quello che è il rispetto dei diritti faticosamente conquistati. Non si soffre più la disgregazione, non si soffre più la mancanza di conflitto; non si soffre più e nemmeno si gioisce.

    Se prestiamo orecchie e occhi a ciò che accade attorno a noi, possiamo notare quanto le stesse aspettative di ricchezza alimentate ad intermittenza dal diktat del “Mi sono fatto da solo” finiscano per essere imperanti e altamente nocive; la volontà di riuscire in quello che si vuole fare è un punto di partenza, ma l’imperativo di dovervi riuscire perché “un eroe è un eroe”, no grazie.

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    Margherita Ricci

    Nata a Novafeltria (RN) nel '91. Laureata in Scienze della Comunicazione a Bologna e studentessa di Scienze Politiche a Torino. Esistenzialista e amante de "Le straordinarie avventure di Pentothal". Mentore d'eccellenza: Fausto Rossi.

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