14 December 2017
    divorzio

    Il ‘divorzio breve’, riforma a metà

    Il ‘divorzio breve’, riforma a metà è stato modificato: 2015-03-18 di Ludovico Astengo

    40 anni fa si teneva il referendum sul divorzio, raccontato da “Per tutta la vita”, film di Susanna Nicchiarelli al 32° TFF, adesso lo si vuole riformare. Ma come?

    Non è raro sentir pronunciare tra giudici civilisti considerazioni di questo tipo: «I nostri colleghi penalisti, certo, si occupano di reati, perseguono la violenza, ma lo fanno in modo diretto, consapevole, con strumenti adeguati; gli amministrativisti, dal loro canto, si occupano della violenza umana se vogliamo in modo meno diretto; ma il lavoro davvero rischioso è il nostro! Perché nessuno è più pericoloso di una coppia che vuole divorziare». Al di là delle frasi ‘da corridoio’, è bene considerare come funziona, in Italia, l’istituto della separazione e del divorzio, per poter capire cosa è davvero cambiato (e cosa no) con le ultime riforme.

    Leggi l’articolo sul film di Susanna Nicchiarelli, al 32° TFF, sui 40 anni dal referendum »

    L’introduzione di separazione e divorzio.
    La legge di riferimento è la 898 del 1970; legge a lungo dibattuta, approvata con l’opposizione delle forze conservatrici, attaccata con un referendum nel 1974, ultimo tentativo, fallito, di abbatterla. Ma la materia non si risolve in quelle norme; esse vanno collegate a quelle del nostro codice civile, gli articoli 149 e seguenti, che parlano di separazione.

    A questo punto è bene chiarire come funziona, allo stato attuale, la disciplina di separazione e divorzio, e ciò si può fare partendo da due considerazioni generali.

    Esistono due fasi distinte per arrivare al divorzio: quella di separazione, che precede, e quella di divorzio vero e proprio, che segue. La fase di separazione, che non può in alcun modo essere saltata, può poi essere giudiziale o consensuale: ossia, nella coppia uno dei due può volersi separare, ma l’altro no, e allora si va dal giudice a lasciare che sia lui a decidere cosa succede; oppure, sono entrambi d’accordo, e dal giudice si va soltanto perché ratifichi quel che tra le parti si è deciso.

    Sembra più ragionevole prevedere due diversi procedimenti, a seconda che le decisioni vengano prese pacificamente dai coniugi, oppure no; nel secondo caso, lo Stato si fa garante dei diritti del singolo, perché possa autodeterminarsi, anche in questo tipo di situazioni.

    Due fasi.
    Ma perché due fasi? Qui la questione si fa complessa, e sorgono considerazioni generali e ampie: si può però ritenere, con un goccio di semplificazione, che l’idea che sta dietro a questa scelta è che allungando i tempi delle procedure (ricordiamolo: la separazione deve durare 3 anni continuativi per poter accedere al divorzio), rendendole complesse e soprattutto costose, si vorrebbe garantire che a compiere questo passo siano le coppie davvero decise a compierlo, perché non c’è più alcuna possibilità di ricostruire quella che codice e giurisprudenza chiamano comunione materiale e spirituale.

    I retaggi di questa ideologia sono lontani, vanno indietro nei secoli, risalgono a epoche in cui il rapporto tra Stato e Chiesa era molto diverso dall’attuale. Non stupisce quindi che soprattutto i tempi da impiegare nelle procedure siano oggetto di sempre più forte critica, e che anche su questa materia, tra quelle da troppo tempo ‘da riformare’, il governo abbia messo mano.

    Il “divorzio breve”.
    Veniamo allora ai tentativi di riforma: il decreto legge 132 del 2014, convertito (per ora al Senato) in legge il 23 ottobre 2014. Il governo ha presentato le novità con i nomi evocativi di ‘divorzio breve’ e ‘divorzio facile’: la strategia comunicativa è vincente, si vuole dare l’idea di aver modificato due degli aspetti più criticati della precedente disciplina (la lunghezza e la complessità, per l’appunto). Ma è davvero così?

    La disciplina modifica, in realtà, solo un tipo di separazione, quella consensuale, e lo fa in modi diversi a seconda che siano o no presenti dei figli (in particolare minorenni, maggiorenni non economicamente indipendenti, portatori di handicap).

    Introduce quindi due nuove modalità di separazione consensuale; in entrambi i casi, la volontà è di semplificare le procedure, rendere meno costoso e complesso affrontare la separazione, finanche dare la possibilità ai cittadini di farlo senza avvocato. Così, in un caso, ci si rivolge direttamente al sindaco, gli si comunica la volontà di separazione, quello riconvoca le parti dopo almeno 30 giorni (perché sì, comunque è bene ponderare la scelta), e certifica lo stato di separazione (da quel momento parte il conto alla rovescia per il divorzio).

    Nell’altro caso, invece, l’accordo si fa per mezzo di avvocati, che trasmettono la comunicazione al PM, il quale deve dare il suo nulla osta a meno di errori formali. L’unica differenza notabile tra questi due procedimenti è sottile, e riguarda la possibilità di compiere ‘trasferimenti patrimoniali’ solo davanti al PM. Non saranno pochi i problemi deontologici degli avvocati: far presente ai coniugi che possono procedere alla separazione anche senza la loro assistenza, o no?

    E se ci sono figli? Allora solo questa seconda procedura è utilizzabile, e il PM ha un maggior potere: nel caso gli accordi rispetto ai minori non lo convincano, manda gli atti al Tribunale, e si ricomincia con il procedimento ordinario.

    Alcuni aspetti da considerare.
    Due considerazioni allora si impongono: la presenza di figli, a ben vedere, limita fortemente l’accesso a questa nuova e più semplice forma di separazione. Ciò però non è senza ragione: i diritti dei c.d. ‘soggetti deboli’ in una famiglia sono giustamente tutelati con precedenza rispetto a quelli degli adulti, e lo Stato continua a farsi garante di questa tutela: sarà per forza l’autorità giurisdizionale a garantirlo.

    La seconda considerazione riguarda la portata della riforma: davvero ‘divorzio facile’ e ‘divorzio breve’? Non proprio: da un lato, la semplificazione riguarda dei casi che i giuristi di materia già considerano ‘facili’ perché esenti da complicazioni particolari (in primis quelle che inevitabilmente si creano per la presenza di figli); dall’altro, nulla si modifica quanto al tempo impiegato per arrivare al divorzio (ossia allo scioglimenti del matrimonio civile o degli effetti del matrimonio concordatario, quello in Chiesa per intenderci). Tre anni erano, e tre anni rimangono.

    In attesa di vedere le evoluzioni del disegno di legge (un altro) che vorrebbe incidere proprio su questi termini (portandoli a 1 anno nel caso di separazione giudiziale, e 6 mesi nel caso di separazione consensuale), prendiamo atto che si può ben definire, questa, una riforma a metà.

    Ludovico Astengo

    Foto: luciogiordano.wordpress.com

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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