28 April 2017
    salonedelgusto_ilianamartinez

    La donna che sfida i narcos in Guatemala

    La donna che sfida i narcos in Guatemala è stato modificato: 2014-12-26 di Redazione

    Iliana Martinez, commerciante di caffè in Guatemala, ha raccontato al Salone del Gusto la propria opposizione a narcotrafficanti e multinazionali.

    Dietro lo sguardo fiero e la voce ferma, Iliana Martinez ha una storia durissima da raccontare, che rivela poco per volta, tacendo, probabilmente, gli aspetti più difficili. Intervenuta durante la conferenza di ieri al Salone del Gusto, che ha stilato un bilancio dei primi dieci anni di Terra Madre, Iliana ha raccontato la propria esperienza di produttrice e commerciante di caffè, il prodotto principale del suo paese, il Guatemala.

    Dal presidio Slow Food alla lotta ai narcotrafficanti.
    Primo presidio Slow Food del 2004, la cooperativa “Café de las tierras altas de Huehuetenango”, guidata da Iliana Martinez, ha affrontato diversi problemi all’inizio della propria attività, dopo trent’anni di guerra civile che hanno dilaniato il paese. «Le persone – ha spiegato – avevano un livello di educazione molto basso, con scarse conoscenze tecniche e un sistema legislativo inadatto a sostenere i piccoli produttori». Non essendo consapevoli del reale valore del caffè, gli agricoltori guatemaltechi sottostavano a un prezzo di vendita monopolizzato dalla comunità internazionale, ma soprattutto dai narcotrafficanti.

    Perché la parte più terribile della storia è questa. I narcos del Guatemala hanno a lungo monopolizzato l’acquisto del caffè, pagandolo cifre altissime per convincere i produttori a venderlo esclusivamente a loro, in modo da riciclare le ingenti quantità di denaro sporco provenienti dallo spaccio di droga all’estero, soprattutto verso Usa e Europa. La sfida di Iliana Martinez consiste nel creare una rete di piccoli produttori, educandoli e insegnando loro a commerciare con l’estero per vendere un prodotto di altissima qualità. Una rete che stesse fuori dal monopolio dei narcos. Oggi, infatti, il caffè del Guatemala viene esportato in tutto il mondo.

    Uno Stato colluso con i trafficanti di droga.
    Questa attività non è vista di buon occhio dai politici del suo paese, spesso collusi con i trafficanti di droga, e Iliana ha attirato su di sé le inimicizie dei pochi uomini di potere guatemaltechi che controllano gran parte delle imprese commerciali della nazione. Non sono mancati gli avvertimenti, fino a minacce vere e proprie. «Per adesso, in maniera esplicita, ne è arrivata solo una – ha rivelato Iliana a margine del suo intervento in Sala Gialla –. Si tratta di un’email nel quale mi viene detto di “stare tranquilla”. So chi me l’ha mandata e da dove, ma vado avanti lo stesso. Ho creato una rete che sopravvivrà dopo di me, è questa la cosa importante». Coraggio da vendere, in un paese nel quale essere una donna è un handicap ulteriore.

    «Ma non è così semplice superare gli ostacoli – ha chiarito Iliana – perché spesso succede che i narcotrafficanti convincano gli agricoltori a uscire dalla nostra rete offrendo più soldi di quelli che possono guadagnare stando con noi. Il monopolio, adesso, esiste ancora, ma è espressione di un sistema politico che controlla la situazione». Ma la potenza dei narcos varca i confini del Guatemala, anche grazie a uno stato complice. «Lo Stato? È un negozio – commenta, con un sorriso amaro che si disegna sul suo volto – e dall’estero arrivano aiuti solo a parole, nella realtà delle cose nessuno si sta impegnando».

    Gli affari della Monsanto.
    L’esempio che Iliana porta, a dimostrazione dell’inconsistenza dello Stato guatemalteco, riguarda la Monsanto, nota multinazionale dei prodotti agricoli, tra i centri di potere più potenti del mondo, che ha nel Sudamerica una fetta consistente dei propri interessi economici. «Durante gli ultimi Mondiali di calcio in Brasile – ha raccontato Iliana – il Parlamento del Guatemala ha approvato una legge che favoriva la Monsanto, consentendo all’azienda, di fatto, di privatizzare l’intera produzione di mais del paese». La legge, chiamata dagli oppositori “Monsanto Law”, avrebbe consentito esclusivamente alle multinazionali di mettere le mani sul mais “certificato”, impedendo a tutti gli altri coltivatori di commerciarlo con l’estero. «Finiti i Mondiali – ha continuato Iliana – le persone se ne sono rese conto e hanno protestato moltissimo, fino a obbligare il governo a ritirare la legge. La Monsanto, almeno per un po’, è stata sconfitta, ma la comunità internazionale non ha fatto niente, la legge è ancora lì per essere approvata tra qualche tempo». E i guatemaltechi temono un ritorno alla carica della Monsanto, rabbrividiscono solo a sentirla nominare. «Ma la Monsanto non si preoccupa del popolo – ha aggiunto Iliana – perché parla con i deputati e i membri del governo, quindi quelli che detengono il potere». Dalla privatizzazione del mais al controllo dei narcotrafficanti sulle coltivazioni di caffè, è chiaro come la partita del potere economico mondiale si giochi esclusivamente sulla produzione di cibo.

    La forza della rete di piccoli produttori.
    «Ma i piccoli produttori non riescono a influire sul prezzo del caffè
    – ha spiegato la coraggiosa guatelmateca – perché si tratta di un prodotto che deve subire successive lavorazioni. Spesso passa dagli Usa, dove viene bruciato anziché tostato, in questo modo si perde la qualità originale e può essere mescolato con prodotti di qualità inferiore senza che il consumatore se ne accorga». La sicurezza con cui si esprime la donna fa sembrare tutto facile: coinvolgere piccoli produttori, creare un percorso alternativo ai narcos e alla politica, andare avanti senza l’aiuto di nessuno. «Non c’è nessun sostegno ai produttori – ha precisato – né dal punto di vista educativo, né istituzionale. Ho dovuto imparare a pensare e agire politicamente, solo così mi è stato possibile coinvolgere tante persone per creare una rete». La chiave sta sempre nella collaborazione. «Sono preoccupata – ha ammesso – ma non troppo, perché so che questa rete di persone può espandersi a dismisura in qualunque momento, e in pochissimo tempo. Anche se per avere un permesso di esportazione abbiamo atteso 12 anni, mentre per le multinazionali l’attesa è di 8 giorni».

    La vita in Guatemala è stretta tra monopoli e collusione con i trafficanti di droga. «Il narcotraffico è un cancro che sta nel sangue del paese – ha commentato – e quando andiamo all’estero ci tocca fare attenzione a quello che diciamo». Il coraggio di esporsi così tanto risuonava fortissimo nelle parole di Iliana Martinez, che dopo aver raccontato dei problemi del Guatemala, forse per calmare il sentimento di amarezza che traspariva dalle sue parole, ha provato a riprendersi commentando positivamente l’esperienza vissuta al Salone del Gusto, una grande opportunità per lei e per il suo paese. Ma l’inquietudine è rimasta, e dopo aver concluso l’intervista si è lasciata andare commentando: «Sarà difficile per noi e per voi (giornalisti, ndr) raccontare una storia reale». E in effetti la storia non sarà mai reale finché ciò che accade oltreconfine non sarà raccontato, anche attraverso la voce di chi combatte ogni giorno realtà troppo grandi per un singolo individuo, con coraggio e indignazione.

    Paolo Morelli e Cecilia Russo

    Print Friendly
    Redazione

    La redazione di The Last Reporter. Cultura, cronaca sociale, esteri e notizie di servizio, dagli eventi alle breaking news.

      Seguici su Facebook

      Resta aggiornato su Twitter