26 June 2017
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    Dopo la Shoah: il capolavoro di Maus

    Dopo la Shoah: il capolavoro di Maus è stato modificato: 2015-01-28 di Davide Gambaretto

    Le atrocità della Seconda guerra mondiale hanno prodotto, nei decenni successivi, pietre miliari della letteratura. Ecco “Maus”, la graphic novel di Art Spiegelman.

    Era il dicembre del 1980 quando il primo episodio di Maus comparve sulla rivista Raw. All’epoca non era ancora chiaro a tutti, ma eravamo davanti a una storia che avrebbe nobilitato la percezione del fumetto – sia presso i circoli accademici, sia presso i lettori casuali – come un medium degno di fregiarsi del titolo di letteratura, permettendo al suo creatore, Art Spiegelman, di vincere un meritato premio Pulitzer.

    Il fumetto elevato ad arte.
    Nell’immensa tragedia che rimane della Shoah possiamo notare come, dall’indomito spirito di sopravvivenza delle vittime, siano scaturite grandi opere di letteratura moderna (come ad esempio La notte di Elie Wiesel o Se questo è un uomo di Primo Levi). Maus si inserisce a pieno titolo in questa tradizione, dando al lettore, se possibile, ancora più spunti di riflessione a livello narrativo e personale. Scritta e disegnata da un ebreo di seconda generazione, questa graphic novel – che rappresenta gli ebrei come topi e i tedeschi come gatti – presenta un piano narrativo intrecciato: da una parte, il centro nevralgico della storia è il racconto dell’esperienza di Vladek Spiegelman, polacco sopravvissuto all’Olocausto e padre di Art. Il secondo piano narrativo ci mostra, invece, l’autore intento a recuperare e documentare i racconti di suo padre, raffigurando l’effettivo tentativo di recupero mnemonico. Questo secondo piano narrativo ha, inoltre, il pregio di mostrare al lettore il rapporto tra Vladek e suo figlio; il rapporto tra un sopravvissuto all’Olocausto e un ebreo di seconda generazione. Maus riesce infatti a integrare e ampliare i ricordi di Vladek mostrando al lettore la vita e gli sforzi di questo giovane ebreo, che si confronta con i suoi fantasmi, le sue insicurezze e con il suo sogno di diventare un autore di fumetti “serio”.

    Tramite questa modalità di narrazione il racconto di Vladek si presenta in maniera frammentata, ma acquista allo stesso tempo un impatto psicologico devastante: ci mostra un uomo profondamente segnato dal suo passato e impossibilitato a costruire un rapporto profondo e duraturo con il figlio, un uomo che non riesce ad accettare fino in fondo la sua nuova vita in America. L’ossessione di Art di riuscire a salvare e tramandare la memoria e i racconti del padre e vista con riluttanza da Vladek. Nessuno dei due riesce a capire cosa prova davvero l’altro, per via della loro incapacità a relazionarsi. Molte volte Art resta interdetto dall’esitazione di suo padre nel condividere la sua storia; cerca di utilizzare la logica per provare a capire i sentimenti del padre e la tragedia dell’Olocausto, ogni volta estraniandosi sempre più dalla memoria di Vladek. Finalmente rinuncerà a utilizzare la logica, quando comprenderà che lui semplicemente non può capire.

    Un orrore che nessuno può comprendere.
    «Sì… Auschwitz nessuno può capire», afferma Vladek rivolto a suo figlio. Questo mostra quanto sia difficile, non solo per gli ebrei di seconda generazione, ma soprattutto per i sopravvissuti alla tragedia, comprendere gli eventi che hanno portato all’Olocausto. Eventi inspiegabili, indicibili, ma soprattutto imperdonabili. Maus riesce a raccontare la Shoah meglio di tanti libri di testo. Proprio per questo motivo bisognerebbe far leggere questa graphic novel a quante più persone possibile. Bisognerebbe cercare di far rivivere l’orribile esperienza dell’Olocausto attraverso gli occhi di questi topi in fuga, sporchi, infreddoliti e affamati, braccati da terribili gatti razzisti. Bisognerebbe cercare di immedesimarsi – sebbene, come dice Vladek, comprendere è impossibile – e lasciarsi catturare dai disegni ruvidi ed essenziali di Art Spiegelman e dalla sua narrazione sghemba, ma efficace e carica di commozione.

    Perché i topi.
    Al tempo dell’uscita di Maus l’idea di rappresentare i protagonisti del racconto con la testa di un animale per indicarne la razza fu accolto con sospetto da pubblico e critica. In qualche modo, visto il forte legame dell’espediente grafico di Art Spiegelman con i funny animals dei fumetti per bambini e con gli animali antropomorfi protagonisti di storie per adulti (come Fritz the Cat) si pensava che un argomento delicato come l’Olocausto potesse perdere di solennità e risultarne in qualche modo mortificato. Le motivazioni che avevano spinto Spiegelman, al contrario, erano differenti e il fumettista le ha esposte a più riprese durante molte delle sue interviste successive. «Ho utilizzato degli animali perché il fumetto è una forma che usa degli stereotipi per farsi capire. Colpisce l’area del cervello che è più pigra, che identifica le cose al primo sguardo. Quindi ho pescato dalle mie esperienze passate come illustratore satirico: inizialmente applicai la metafora gatto-topo per rappresentare l’oppressione dei bianchi verso i neri. Successivamente ho fatto riferimento a quella sottocultura nazista che vedeva gli ebrei come esseri infimi, assimilabili ai topi e l’ho riutilizzata in “Maus”».

    Raccontare il passato per prepararsi al futuro.
    «”Maus” è stata l’opera più lunga che abbia realizzato. Sono un perfezionista, rifaccio una pagina anche 40 volte. Avevo trent’anni quando iniziai a disegnarlo e a quell’epoca la gente diceva che non avevo combinato nulla. Mi sono detto che avrei dovuto fare qualcosa di grande, per diventare credibile. Ho iniziato a lavorarci nel 1978 e credevo che ci avrei messo pochi mesi per finirlo. Invece mi ci sono voluti ben 13 anni». Nel suo ultimo passaggio in Italia, a Barolo, Art Spiegelman ha raccontato al pubblico frammenti della propria vita, indissolubilmente legata alla sua opera più famosa. «Solo adesso mi rendo conto di quanto sia stato importante per me realizzare quest’opera che parla dell’esperienza drammatica dei miei genitori. I fantasmi del passato restano appesi lì, sono presenti in ogni famiglia e lo avverti molto di più quando a tua volta diventi padre. Nel mio lavoro, per fortuna, il legame fra passato, presente e futuro è tutto concentrato lì, in una stessa pagina».

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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