28 March 2017
    emergency_ebola_goderich

    “Ebola? Controllare gli aeroporti non serve”

    “Ebola? Controllare gli aeroporti non serve” è stato modificato: 2016-01-26 di Alessandro Porro

    Intervista con Luca Calissano, infermiere di Emergency ora a Goderich, in Sierra Leone, per fronteggiare l’epidemia di Ebola che sta devastando il paese.

    luca_calissano_emergency

    Luca Calissano

    Luca Calissano, torinese, è un infermiere di sala operatoria e da un anno e mezzo lavora per Emergency. Dopo aver prestato servizio a Khartoum in Sudan e a Kabul in Afghanistan, a settembre è partito alla volta della Sierra Leone colpita dall’epidemia di Ebola ed è attualmente impegnato nell’ospedale di Goderich, un distretto della capitale Freetown.

    Il centro chirurgico e pediatrico di Goderich è una delle due strutture gestite da Emergency nel paese e ogni giorno accoglie, oltre alle persone colpite da Ebola, feriti e pazienti colpiti da diverse patologie. Il secondo centro, quello di Lakka, è stato inaugurato il 18 settembre ed è destinato principalmente all’accoglienza e alla cura delle persone affette da Ebola. L’ospedale di Goderich fu costruito nel 2001 come centro chirurgico destinato ad accogliere i feriti della guerra civile conosciuta come “Guerra dei diamanti”, un sanguinoso conflitto che ha dilaniato la Sierra Leone dal 1991 al 2002. Insieme al personale di Médecins Sans Frontières e all’Oms i presidi di Emergency offrono un aiuto fondamentale e cure adeguate alla popolazione soprattutto dopo che gli ospedali sierraleonesi lavorano a scartamento ridotto per la fuga di medici e infermieri, spaventati dall’espandersi del virus Ebola.

    Luca, qual è attualmente la situazione Ebola in Sierra Leone?
    «Nel Sud del paese, dove il virus è comparso per la prima volta attorno a marzo, si è registrata una diminuzione nel numero di nuovi casi di contagio. Per dichiarare però un’area “Ebola free” è richiesto che non si verifichino nuovi casi per un periodo di 42 giorni. L’epidemia è scoppiata a febbraio in Liberia e a marzo era già arrivata nel sud della Sierra Leone, il “paziente zero” è stato una guaritrice liberiana colpita dal virus e morta in Sierra Leone. I primi ad infettarsi sono stati coloro che hanno svolto le operazioni di sepoltura.

    «Ora il contagio è giunto nella capitale e nelle zone limitrofe dove stiamo assistendo ad un vero e proprio boom; tanto per dare un’idea, nell’ultima settimana di ottobre si sono registrati 400 nuovi casi e nella prima settimana di novembre si è avuto un incremento del 20%. Il problema vero è dato dalle proporzioni totali dell’epidemia, si parla di 5.000 casi ufficiali ma, secondo Medici Senza Frontiere, l’entità del contagio si potrebbe quantificare in un numero da 5 a 10 volte superiore a quello che conosciamo. La Sierra Leone aveva un servizio sanitario pubblico già carente, l’Ebola l’ha messo in ginocchio».

    Emergency_ebolaFacciamo chiarezza sul virus, come agisce Ebola e perché c’è stata una diffusione così dirompente?
    È necessario premettere che l’Ebola si è manifestato per la prima volta in Congo nel 1976 e anche in quel caso proveniva dai pipistrelli della frutta. L’ultima epidemia di una certa entità si è verificata nel 2005 in Congo, poi non si è più manifestato fino al febbraio scorso. Rispetto al ceppo originario del 1976 l’Ebola è leggermente mutato a livello cellulare. Al momento non si può diffondere per via aerea ma non possiamo sapere se muterà ancora in futuro e se la mutazione andrà in questa direzione, a quel punto l’epidemia avrebbe effetti ancora più devastanti. Tuttavia si tratta di un comune virus e come tutti i virus resiste al di fuori del corpo umano per pochissimo tempo, inoltre ha una capacità infettante cinque volte inferiore a quella del morbillo, ecco perché ritengo ingiustificato l’allarmismo che si è scatenato in Occidente.

    Il contagio avviene per contatto con fluidi corporei (sudore, saliva, sangue, sperma) della persona infettata. Anche se qui in Sierra Leone è stato consigliato di non stringersi la mano e di non abbracciarsi – tanto che quando sono arrivato non ho potuto nemmeno abbracciare amici e colleghi che non vedevo da tempo – è molto difficile che possa trasmettersi semplicemente dandosi la mano, per infettarsi così occorrerebbe che entrambe le persone avessero la cute lesionata. Al di là di questo dobbiamo pensare che il virus viene inattivato dalla semplice candeggina e che la mancanza di norme igienico-sanitarie adeguate gioca un ruolo fondamentale.

    Qual è la percentuale di guarigione o decesso per Ebola?
    «Circa il 60-70% delle persone colpite da Ebola muore. La differenza la fa la condizione fisica della persona. Dobbiamo tenere conto del fatto che la Sierra Leone è uno dei paesi più poveri del mondo, ci sono problemi di accesso al cibo, molti non mangiano o fanno un solo pasto al giorno, moltissimi sono malnutriti o presentano gravi carenze vitaminiche. Il caso dell’infermiera spagnola dimostra che una persona in buona salute e che ha la possibilità di nutrirsi adeguatamente ha molte più possibilità di sopravvivere. È anche per questo motivo che Ebola nei paesi industrializzati non potrebbe avere la stessa diffusione».

    Ecco, affrontiamo il problema di un’ipotetica epidemia in Occidente, che cosa dobbiamo davvero aspettarci?
    «Come dicevo, una diffusione simile a quella africana è impensabile altrove. Il problema più grave dell’Occidente è l’assoluta impreparazione ad affrontare il virus. I casi che si sono registrati in Usa dipendono da una non corretta preparazione e dall’assenza di linee guida chiare, lo stesso probabilmente è accaduto in Spagna. Per darvi una proporzione, noi qui siamo in 30 a lavorare e abbiamo avuto un solo infettato, il nostro pediatra ugandese che ora è in osservazione a Francoforte e sta molto meglio. Una persona su 30, posso solo pensare che si tratti di una svista o di un errore umano. Se si rispettano le procedure e i protocolli, non dico sia impossibile contrarre il virus ma è molto difficile.

    «A me non spaventa che il virus possa arrivare in Italia, mi spaventa il modo in cui potrebbe essere gestita la situazione. Per fare un esempio, solo pochi giorni fa una collega che lavora in un noto ospedale torinese mi ha chiesto informazioni e delucidazioni rendendomi chiaro come il personale sia totalmente impreparato sul virus Ebola. Il Ministero si è limitato a inviare una circolare alle regioni che hanno fatto un copia-incolla e l’hanno diramata alle direzioni sanitarie ma le linee guida in essa contenute sono incomplete, mancano ad esempio indicazioni sulla vestizione/svestizione del personale, una delle fasi più delicate nella procedura di assistenza di un malato di Ebola».

    ebola-protective-gear

    Due infermieri indossano la tuta Dpi per proteggersi dall’Ebola (foto di reporternuovo.it).

    Quali sono le procedure per la protezione dal virus?
    «Noi indossiamo una comune divisa di cotone. Sopra alla divisa indossiamo la tuta Dpi, si tratta di una tuta completa realizzata con materiali che ne assicurano l’impermeabilità in conformità alla normativa europea sulla protezione da agenti infettivi. La tuta ha delle giunture termosaldate per impedire che possa scucirsi nei movimenti. Sotto la tuta calziamo stivali in gomma e dei soprascarpe monouso in plastica. Utilizziamo poi due paia di guanti ostetrici che arrivano fino al gomito e una maschera che copre l’intero volto e un casco con visiera di protezione sopra il cappuccio della tuta. Quando trattiamo il paziente lavoriamo sempre in due e nelle fasi di vestizione e svestizione c’è una terza persona che controlla le altre due per il semplice fatto che quattro occhi controllano meglio di due».

    Qual è il protocollo quando arriva una persona potenzialmente infettata da Ebola?
    «Ebola presenta inizialmente sintomi comuni ad altre malattie come la malaria e il tifo, quindi quando arriva una persona che riferisce diarrea, vomito e febbre alta da qualche giorno viene sottoposta a un’intervista e viene compilato un foglio con i sintomi riferiti. A questo punto un medico deve valutare se procedere all’isolamento del paziente. Nel caso in cui il medico propenda per l’isolamento, il paziente viene sottoposto a una doccia, gli si dà un pigiama pulito e lo si mette a letto all’interno di una tenda di isolamento. Vengono predisposti cateteri venosi e vescicali per tenere sotto controllo i fluidi perché generalmente i pazienti giungono in ospedale fortemente disidratati. Vengono poi tenuti sotto controllo alcuni parametri come la frequenza cardiaca, la pressione e l’ossigenazione del sangue. Viene effettuato un prelievo di sangue per un esame biologico i cui risultati solitamente si hanno dopo 12/24 ore circa. Il paziente viene sottoposto a uno screening completo per verificare la presenza di altre patologie. Se il campione di sangue è positivo, il paziente viene trasferito in una tenda di isolamento con altri pazienti affetti da Ebola, viene reidratato mediante flebo e viene trattato con un farmaco che blocca la riproduzione del virus a livello cellulare. Nel caso in cui il paziente risultasse negativo vengono effettuati altri esami e viene curato per la patologia riscontrata. Se il paziente è Ebola positivo resta in isolamento fino alla guarigione o al decesso».

    Come è organizzato l’ospedale?
    «A Lakka abbiamo 22 posti letto, gli infermieri fanno turni dalle 8 alle 19 e dalle 19 alle 8. Nelle nostre strutture sono sempre presenti un medico internista e un medico rianimatore con turni fissi dal lunedì al venerdì, ma hanno comunque la reperibilità continua in caso di necessità. A Goderich abbiamo invece un turno dalle 8 alle 18 salvo le emergenze e anche in questo caso la reperibilità continua».

    Goderich-Emergency

    L’interno dell’ospedale di Goderich.

    Il governo sierraleonese ha adottato delle misure per combattere Ebola?
    «Il governo ha minimizzato il problema all’inizio. I primi casi si sono verificati verso marzo nelle aree del Sud e ad agosto, quindi dopo 5 mesi veniva dichiarata l’emergenza sanitaria. Gli ospedali della Sierra Leone lavorano a ranghi ridotti per la fuga di molti medici e infermieri terrorizzati da Ebola e noi siamo intervenuti per dare una mano a gestire questa emergenza. Oltre a noi, come dicevo prima, operano Msf nel Sud e anche l’Oms. Le uniche sale operatorie aperte nel paese sono quelle di Emergency. L’errore è stato non isolare subito le zone in cui si è verificato il contagio. Mi rendo conto che sia un discorso drastico perché si parla di esseri umani ma sarebbe stato meglio sacrificare pochi subito per non arrivare a questo punto. Secondo alcuni grandi centri di ricerca europei e mondiali, il contagio si potrebbe frenare se circa il 70% dei pazienti infetti venisse messo in quarantena».

    E il governo italiano cosa sta facendo?
    «Qualche giorno fa seguivo in streaming un noto talk show televisivo in cui si parlava proprio di Ebola e ho sentito dire da qualcuno degli ospiti che l’Italia avrebbe stanziato circa 50 milioni di Euro per intensificare i controlli agli aeroporti. Si stanno sprecando energie e risorse laddove non sono necessarie. Qui occorre fare in fretta ed è in Africa che bisogna agire. Tra novembre e dicembre verrà finalmente inaugurato un nuovo presidio ospedaliero con 100 posti letto qui a Goderich, che il governo inglese ha deciso di realizzare e affidare a Emergency. Lo stesso governo britannico sta pensando di costruirne altri otto nel paese per fronteggiare l’epidemia. Il governo italiano invece non ha ancora fatto nulla e pensa a spendere 50 milioni per controlli inutili quando sarebbe molto più utile consentire a quegli infermieri e medici che chiedono di partire per le zone colpite da Ebola e vengono bloccati dalla burocrazia. Il personale medico e infermieristico può chiedere l’aspettativa dal lavoro per motivi umanitari ma le Asl non lo concedono.

    «Trovo assurdo che ci si preoccupi più di mettere in isolamento il personale che rientra dall’Africa anziché sostenere l’attività di chi sta combattendo attivamente il virus laddove deve essere contrastato. Noi non siamo degli eroi o dei martiri ma certamente non siamo degli untori, non è giusto che ci considerino come tali una volta rientrati in Italia. Nella circolare del 2006 emanata dal Ministero della Salute, con riguardo alle modalità di trattamento e trasporto di pazienti infetti dalle febbri emorragiche virali (Fev) come Ebola, è previsto che vengano posti in isolamento soltanto i pazienti per cui sia stato effettivamente accertato il contagio, ma non vi è alcuna necessità che si metta in isolamento il personale medico-infermieristico che adotta rigide procedure di sicurezza. Io ho due figlie, se non fossi sicuro non le riabbraccerei nemmeno una volta tornato a casa».

    Foto in copertina: l’ingresso dell’ospedale di Goderich in Sierra Leone.

    Print Friendly
    Alessandro Porro

    Giornalista dal 2007, laureato in giurisprudenza, ha collaborato per anni con un giornale torinese e con diverse testate online. Appassionato di Francia e questioni francesi in generale.

      Seguici su Facebook

      Resta aggiornato su Twitter