17 December 2017
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    Egitto: la Primavera araba sotto attacco

    Egitto: la Primavera araba sotto attacco è stato modificato: 2016-01-26 di Christopher Rovetti

    Dopo l’attentato al consolato italiano del Cairo, una nave da guerra egiziana è stata colpita da un missile dell’Isis. L’Egitto, sotto attacco, vede sgretolarsi i suoi sogni di democrazia.

    È un luglio davvero molto caldo quello egiziano. Non tanto per il clima torrido e irrespirabile al quale lì di certo sono abbastanza abituati, quanto piuttosto per la crescente pressione alla quale il Paese è sottoposto da parte del Califfato dell’Isis. La scorsa settimana, 450 chili di tritolo sono esplosi di fronte al consolato italiano del Cairo provocando un morto e diversi feriti fra i civili e danneggiando gravemente l’edificio. L’attentato, rivendicato dall’Isis, non ha avuto conseguenze peggiori in quanto la bomba è esplosa alle 6.30 del mattino, quando gli uffici consolari erano ancora chiusi. Unanime è stata la condanna dell’attacco sia da parte delle istituzioni locali, sia da parte delle autorità italiane e straniere. Il ministro degli esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha dichiarato che l’Italia è stata attaccata in quanto Paese vicino all’Egitto nel suo cammino verso un futuro democratico.

    Breve storia dell’instabilità politica egiziana.
    Dop l’attentato del Cairo, l’Egitto è stato nuovamente colpito dal fondamentalismo islamico, che stavolta ha diretto il suo attacco nei confronti della marina egiziana, lanciando un missile contro una fregata sulla quale si è poi sviluppato un terribile incendio. Non c’è pace per questo Paese arabo che dal 2011, anno della caduta del presidente Hosni Mubarak, non è riuscito a ritrovare un equilibrio politico che lo traghettasse in modo pacifico verso la tanta agognata democrazia. E in fin dei conti è stato proprio per questa voglia di democrazia, per questo irrefrenabile bisogno di libertà, che il popolo egiziano ha scelto di tagliare i ponti con il passato e di farsi contagiare da quella Primavera araba che, dal 2011, ha stravolto il panorama istituzionale dei Paesi dell’area meridionale e orientale del bacino del Mediterraneo.

    Dopo la caduta di Mubarak, ci aveva provato Mohamed Morsi a far uscire l’Egitto da un’impasse istitituzionale e politica che rischiava seriamente di comprometterne la transizione democratica. Tuttavia, la sua esperienza politica come presidente della Repubblica Egiziana terminò nel luglio del 2013, a causa di un colpo di stato militare. Da quel momento, la fragile democrazia egiziana non è mai riuscita a trasformarsi in un regime con solide basi democratiche.

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    Il Consolato italiano al Cairo, dopo l’attentato (fonte: agi.it)

    Una primavera che sa di autunno.
    Sembrano ormai lontani i giorni in cui il mondo arabo festeggiava la fine del giogo politico al quale era stato assoggettato per lungo tempo. Un giogo strano quello al quale erano sottoposti gran parte dei Paesi arabi dell’area mediterranea; non vere e proprie dittature, non regimi autoritari basati sul sangue e sulla povertà popolare, quanto piuttosto finte democrazie guidate da arabi educati e formati perlopiù nelle migliori università occidentali, che hanno fatto del loro legame con l’esercito e della lotta al fondamentalismo islamico le loro carte vincenti per tenere in pugno Paesi assai occidentalizzati, pesanti dal punto di vista politico e demografico e talvolta ricchi di risorse naturali, quali petrolio e gas naturale.

    L’Egitto, tuttavia, non è stato l’unico Paese che ha visto fallire, o quantomeno ridimensionare, i suoi sogni democratici. Anche la Tunisia, dove nel 2011 iniziò la Rivoluzione dei gelsomini che poi è diventata la Primavera araba, è oggi costretta a fare i conti con dei rigurgiti religiosi tendenti al fondamentalismo, che rischiano di far crollare il castello democratico per il quale i tunisini hanno lottato tanto. Il fondamentalismo islamico colpisce non soltanto il Paese dal punto di vista politico, ma ne danneggia gravemente anche gli interessi economici, basati soprattutto sul turismo e sul settore terziario. Dal 2010, le presenze turistiche in Tunisia sono diminuite del 74,8%. Questo problema affligge anche la terra dei faraoni, la cui bilancia turistica ha subito un vero e proprio tracollo negli ultimi anni, danneggiando oltremodo l’economia egiziana.

    Siria e Libia.
    A fronte di Paesi in cui la democrazia stenta a trovare solide basi, vi sono altri stati nei quali il percorso democratico non è mai seriamente iniziato. È questo il caso della Siria dove il presidente Bashar al-Assad rimane disperatamente ancorato al potere, nonostante i 4 lunghissimi anni di guerra civile che hanno distrutto il Paese, causato centinia di migliaia di morti e quattro milioni di rifugiati. Come se tutto questo non bastasse, come se una guerra civile non fosse sufficiente a fiaccare la resistenza del popolo siriano, il movimento fondamentalista dell’Isis ha deciso di utilizzare la Siria come punto di partenza per la creazione di un califfato islamico che comprenda larga parte del mondo arabo.

    Non meglio è andata alla Libia, Paese un tempo guidato dalla famiglia Gheddafi e ora nel più completo caos politico e militare. Anche nella Repubblica Libica sono tre le forze che si fronteggiano per il potere: il Governo di Tobruk, riconosciuto a livello internazionale, il Governo di Tripoli, appoggiato dal Nuovo Congresso Nazionale Generale e l’Isis, che ormai controlla saldamente l’area del Golfo della Sirte.

    Un bilancio pesante.
    Quanto è costata dunque la voglia di democrazia a questi popoli? Molto verrebbe da dire, aggiungendo che talvolta, come nel caso della Libia, tali velleità democratiche sono state partorite fuori dai confini nazionali, per poi essere introdotte in questi Paesi attraverso campagne mediatiche e operazioni belliche, che hanno sfiorato il concetto dell’intervento preventivo tanto caro all’amministrazione di George W. Bush. Tuttavia, ormai sembra impossibile tornare indietro e l’inutilità del piangere sul latte versato dovrebbe far capire a molti la necessità di trovare soluzioni concrete per questi Paesi, soluzioni che possano finalmente far raggiungere loro quella democrazia tanto agognata, di cui le nazioni del primo mondo sembrano essere gelose depositarie.

    *Ha collaborato Giovanni Migone.

    Foto in copertina: le proteste in piazza Tahrir al Cairo (tribunodelpopolo.it).

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    Christopher Rovetti

    Christopher Rovetti, toscano, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali all'università di Pisa. Apprendista scrittore e aspirante giornalista con una passione smisurata per il cibo, la lettura e i viaggi. Al momento collabora come blogger con la rivista Switch Magazine.

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