19 October 2017
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    Erasmo: allegoria e pazzia al servizio del libero arbitrio

    Erasmo: allegoria e pazzia al servizio del libero arbitrio è stato modificato: 2015-07-12 di Francesca Perna

    L’elogio della follia è il capolavoro di Erasmo tra satira e goliardia, tra umanesimo e riforma protestante, è il successo della verità sui dogmi.

    Umanesimo e riforma protestante, temi storici che ritroviamo nei programmi scolastici del liceo, in quel frangente temporale tra XIV e XV secolo dove crebbe la cultura umanistica e si diffuse la riforma di Martin Lutero. Nomi che si accostano alla teologia e alla filologia, da un lato gli intellettuali dell’epoca ritornano a elogiare il sapere classico antico, si adoperano per la rivalutazione del Vangelo, la sua trascrizione originale e la conseguente eliminazione di aggiunte e successive manomissioni storiche per ritornare alla lettura sacra e pulita dei testi biblici. Dall’altro la riforma religiosa, dottrina e teologia contro il prevalere di una Chiesa cristiana così ben organizzata ma nella pratica non così caritatevole come lo fu il Messia.

    Comportamenti che non corrispondevano al vero vivere cristiano. Su questa scia Umanesimo e Martin Lutero, libero pensiero e riforma religiosa insieme si pongono in antitesi alla concezione dogmatica della Chiesa, da intendersi non come una gerarchia di illustri personaggi del clero ma come intermediazione diretta tra l’individuo e Dio. Tra l’intellettualismo dotto delle corti medievali e il Cristianesimo protestante di Lutero si pone la figura di Erasmo da Rotterdam.

    Erasmo da Rotterdam.
    Geer Geertsz nasce a Rotterdam in Olanda, nel 1496, da una relazione illegittima tra un prete e la figlia di un medico. Desiderio Erasmo, traduce così il proprio nome secondo i costumi umanistici, spogliato dai tutori di tutti i suoi averi, dopo il collegio venne spinto da quest’ultimi a prendere i voti. La sua formazione fu ricca di testi classici e umanistici. “Sfuggì” alla vita conventuale grazie all’arcivescovo di Cambrai che attirato dall’ottima erudizione latina che Erasmo porta con se, lo assunse come suo segretario personale.

    Il suo bagaglio culturale fu arricchito, oltre che dalla laurea in teologia conseguita a Torino, anche dai viaggi e dalle conoscenze cha da essi nacquero. Alla ricerca di nuovi spunti intellettuali e didattici partì alla volta di Parigi; da qui a Londra dove conobbe Tommaso Moro e dove nel 1509 diede alla luce L’elogio della follia, concepito durante il soggiorno in Italia. A Basilea, in Svizzera, dove morì il 12 luglio del 1536, compose l’altra sua opera più famosa, il De libero arbitrio, l’attacco alla dottrina di Lutero.

    Felicità, pazzia e vanità: l’elogio della Follia.
    Dedicata all’amico Tommaso Moro, Erasmo stese “per gioco” durante l’ultimo viaggio dall’Italia all’Inghilterra L’elogio della follia. Lei, l’unica che può portare gli uomini alla felicità e alla pace interiore, follia che sfugge la realtà concreta. Solo vivendola a pieno ritmo, la vita, può essere colta nella sua vera essenza. La follia di Erasmo è donna, tra gioie e dolori è lei che parla e si diletta a prender in giro filosofi, poeti, scrittori, uomini di Chiesa. Erasmo, attraverso l’allegoria, passa in rassegna i vizi e le virtù umane: quelle virtù care ai folli, non di certo ai saggi che con i loro moralismi non fanno altro che rinchiudere l’uomo nei suoi doveri morali e sociali, impedendo così di vivere la vita nella sua pienezza. Follia è libertà.

    «Ho voglia di intrattenervi con i miei sofismi ma, badate, non i sofismi insulsi e molesti che si insegnano oggi ai giovani e che servono solo ad aizzare polemiche. Mi ispirerò allo stile degli antichi sofisti, che si chiamavano così onde evitare, con mio grande piacere, di farsi definire saggi. Essi tessevano gli elogi degli dei e degli eroi. Apprestatevi dunque ad ascoltare un encomio, indirizzato non certo a Ercole né a Solone, ma a me stessa, la Follia».

    Erasmo con la sua follia pone al centro del suo pensiero quei valori umanisti che vollero riprendere i grandi classici latini, spogliare i testi biblici dalle successive dottrine e manipolazioni storico religiose e riportare la vera natura dell’essere cristiano, quello di Gesù, spogliato dalle ricchezze e dalle prediche che sottraggono all’ideale cristiano il vero scopo al quale è prefissato: l’amore disinteressato e caritatevole nei confronti del prossimo.

    È l’elogio della libertà, della verità che troppo spesso si maschera sotto vesti sbagliate. Si perde di vista il vero valore che l’uomo ha, ossia il dovere e il diritto di divulgare l’onestà dei comportamenti, nelle dottrine che ammaestrano l’uomo non lasciandolo libero di vivere la propria personalità, condannando il piacere e le passioni come immorali. Morìa e filautìa: pazzia e vanità, intesa come amore per se stessi e la follia come purezza d’anima, senza alcun limite a ciò che si è e ciò che si fa.

    «E ora veniamo ai Papi, vicari di Cristo. Se davvero volessero imitare la sua vita, la sua povertà, il suo operato, il suo insegnamento, la sua passione, il suo distacco dalla vita terrena…chi sulla terra potrebbe essere più triste di loro? […] Basterebbe solo un granello di quei sale di cui parla Gesù Cristo! E tutto andrebbe perduto: ricchezze, onori, sovranità, vittorie, tributi, uffici, lasciti, cavalli, muli, cortigiani, divertimenti, passatempi».

    La felicità sta in quel che si crede.
    Una satira pungente che non risparmia nessuno: divinità, saggi, architetti, alchimisti, superstiziosi, poeti e oratori, giuristi e sofisti, filosofi e teologi, monaci e religiosi, principi e sovrani. È un crescendo pungente di affermazioni trasparenti e mordaci, ma la sua folle satira non vuol porsi come un attacco superbo agli illustri pensatori e ai potenti personaggi, ma come un invito a seguire la propria indole, a vivere senza schemi, ricordando che “la felicità sta in quel che si crede”. La beatitudine è portarsi al di fuori di quei comportamenti normali; espressioni nuove e diverse dell’io, volti ambigui, a tratti tristi a tratti allegri, sono solo un assaggio di colui il quale ha pregustato in vita terrena un assaggio di felicità eterna.

    Foto: biografieonline.it

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    Francesca Perna

    Una laurea in archeologia. Una forte fede per la musica e un grande amore per la storia romana. E il Vesuvio, la mia terra.

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