19 February 2017
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    Erdoğan contro tutti, ancora

    Erdoğan contro tutti, ancora è stato modificato: 2016-01-26 di Christopher Rovetti

    Dopo le commemorazioni per il centenario del genocidio armeno è scontro fra Erdoğan e Santa Sede a causa delle dichiarazioni del Pontefice sul primo olocausto del Novecento.

    Coerentemente con la posizione negazionista sostenuta finora, continua la crociata turca contro ogni forma di riconoscimento del genocidio armeno. Dopo i rifiuti turchi di riconoscere quello che è stato il primo esempio di massacro nazionale del secolo breve, questa volta nel mirino di Ankara è finito niente meno che Papa Francesco, colpevole di aver definito pubblicamente “genocidio”, quello che per l’amministrazione turca fu solo una serie di sfortunati eventi che portarono alla morte centinaia di migliaia di armeni.

    In breve.
    Tra il 1915 e il 1916, i Giovani Turchi, preoccupati di una possibile alleanza fra gli armeni e russi, deportarono oltre un milione e duecentomila armeni verso l’interno dell’Anatolia. Durante le cosiddette “marce della morte”, centinaia di migliaia armeni morirono di stenti o furono uccisi dalle truppe turche. Nonostante le numerose testimonianze storiche che sostengono il reale intento dei Giovani Turchi: massacrare la minoranza armena in Turchia, Ankara continua a negare ostinatamente l’olocausto degli armeni, considerandolo il risultato di decisioni politiche e militari necessarie e volte a difendere le frontiere del Paese durante la Prima guerra mondiale. In quest’ottica, per Ankara l’olocausto armeno sarebbe nient’altro che una serie di eventi indipendente dalla volontà del governo dei Giovani Turchi.

    Le parole del Papa.
    Il 12 aprile scorso, pochi giorni prima delle commemorazioni per l’anniversario del massacro, nel corso di una messa in suffragio delle vittime dell’olocausto armeno, Papa Francesco ha definito “genocidio” le azioni perpetrate dal governo turco ai danni della minoranza armena all’inizio del Novecento. Il Pontefice, riprendendo le parole già pronunciate da Giovanni Paolo II nel 2001, si è chiaramente schierato a favore del riconoscimento dell’olocausto armeno, inserendolo fra le terribili persecuzioni patite nel corso dall’ultimo secolo dalla comunità cattolica. Le dichiarazioni di Papa Francesco sono apparse sicuramente come un cambio di rotta rispetto alle caute posizioni mantenute finora dalla Santa Sede in merito alla questione armena. Una svolta decisa quella imposta dal Pontefice, una vera rottura col passato e uno strappo all’ars diplomatica che, nei giorni a seguire, ha determinato una dura reazione da parte del governo turco.

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    Un’immagine della commemorazione del genocidio armeno a Istanbul (foto: istanbulavrupa.wordpress.com).

    La “scomunica” di Erdoğan.
    E la replica del governo di Ankara non si è fatta attendere troppo ed è suonata come l’incrocio fra un monito e una vera e propria scomunica ai danni di Papa Francesco. Il presidente della repubblica turca Erdoğan, che più volte si è espresso in modo critico nei confronti di quei Paesi e di quelle istituzioni internazionali colpevoli di sostenere la posizione armena, ha questa volta preso di mira la Santa Sede definendo le parole del Papa come un terribile errore e condannando pubblicamente il Pontefice. Erdoğan ha affermato che quando politici e religiosi si arrogano il diritto di parlare di storia tendono a dire molte stupidaggini. Tutto un altro clima, dunque, rispetto a quello fatto registrare a novembre durante la visita ufficiale di Papa Francesco in Turchia. Nonostante le miti temperature primaverili, sembra che le relazioni fra la Santa Sede e il governo di Ankara stiano andando sempre più verso un lunghissimo inverno.

    Un negazionismo sempre meno di moda.
    Certo è che, nell’ultimo periodo, il Pontefice non è stato il solo a pronunciarsi per un pieno riconoscimento dell’olocausto armeno. Fra gli ultimi a schierarsi per la lotta contro il negazionismo turco ci sono stati anche il presidente statunitense Barack Obama e l’Unione Europea. Da Washington, Obama, pur utilizzando una serie infinita di parafrasi linguistiche per evitare di pronunciare la parola genocidio, si è espresso a favore di un pieno e chiaro riconoscimento dei fatti, che abbia come fine ultimo quello della normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Ankara e Jerevan.

    Per quanto riguarda l’Unione Europea, nei giorni scorsi, il Parlamento di Strasburgo ha approvato una risoluzione che riconosce l’olocausto armeno, mettendo fine a un’indecisione di lunga durata, che aveva permesso di evitare lo scontro diretto con il governo turco. Non solo. Anche la Germania, attraverso le parole del presidente federale Gauck, ha affermato che riconoscerà le proprie responsabilità nel genocidio armeno in quanto alleato dell’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale.

    Ankara verso la deriva.
    Nonostante Erdoğan si sia detto assolutamente disinteressato alle decisioni prese a Strasburgo e si sia compiaciuto della scelta di Obama di non pronunciare la parola genocidio, sembra che Ankara sia sempre più sola nel sostenere le tesi negazioniste circa l’olocausto armeno. Negli ultimi anni, il governo turco, forse a causa del maggiore consenso internazionale intorno al riconoscimento dell’eccidio, si è fatto sempre più ostile nei confronti di quanti non sostengano le tesi negazioniste. L’ultima uscita di Erdoğan sull’argomento si è tradotta nella minaccia di espellere i centomila armeni senza cittadinanza turca che lavorano in Turchia.

    Questo, sommato ad altre questioni politiche, quali ad esempio gli scontri di piazza durante le manifestazioni delle sentinelle in piedi contro le riforme o la questione curda, sembra determinare una vera e propria deriva antidemocratica del Paese. Quello che si chiedono molti analisti internazionali è che fine farà la candidatura della Turchia per diventare membro dell’UE, ora che le istituzioni europee hanno formalmente riconosciuto il genocidio armeno, la cui negazione da parte del governo turco era già considerata uno dei motivi che determinavano la lentezza dei negoziati fra Bruxelles e Ankara.

    In copertina: Papa Francesco e il presidente turco Erdoğan (foto: Washington Times).

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    Christopher Rovetti

    Christopher Rovetti, toscano, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali all'università di Pisa. Apprendista scrittore e aspirante giornalista con una passione smisurata per il cibo, la lettura e i viaggi. Al momento collabora come blogger con la rivista Switch Magazine.

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