23 August 2017
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    Erdoğan, la caduta del “sultano”

    Erdoğan, la caduta del “sultano” è stato modificato: 2016-01-26 di Christopher Rovetti

    La Turchia dice no alle velleità assolutiste di Erdoğan e non gli concede la maggioranza assoluta in Parlamento. Si apre la strada del governo di coalizione.

    «Volere è potere!» diceva Francis Bacon. Ed è questo che deve essersi ripetuto fino allo sfinimento Recep Tayyip Erdoğan alla vigilia delle elezioni turche che, a detta di molti osservatori, avrebbero dovuto consegnargli nuovamente la maggioranza assoluta in Parlamento. Tuttavia si sa, non sempre le cose vanno come dovrebbero andare e spesso quelle che sembrano mere formalità, delle autostrade a quattro corsie senza l’ombra di una curva, si trasformano in veri e propri percorsi a ostacoli che di solito si concludono con un finale del tutto inaspettato. È ciò che è avvenuto in Turchia, dove il presidente in carica, Erdoğan, ha scoperto quanto poco conti la volontà personale quando a decidere sono cinquantaquattro milioni di elettori.

    Una vittoria che sa di sconfitta.
    Niente è più brutto di un successo annunciato per settimane e poi disatteso. Nei piani di Erdoğan, le elezioni appena passate avrebbero dovuto garantire al suo partito la riconferma della maggioranza assoluta all’interno del Parlamento turco, consentendo così al presidente di avere una piena libertà di manovra nel momento in cui si fosse concretizzata la tanto ventilata riforma presidenzialista. Erdoğan, che non ha mai fatto mistero della sua intenzione di traghettare il Paese verso un presidenzialismo pieno, che conferisca al Presidente della Repubblica poteri più ampi liberandolo dal gioco parlamentare, ha incentrato la sua campagna elettorale sulla necessità di dare alla Turchia un nuovo assetto istituzionale al fine di renderla un Paese più moderno e meno ingessato.

    Tuttavia, nonostante l’elevata esposizione mediatica del Presidente e nonostante lo spettro di una deriva islamica e di un rafforzamento del partito curdo, l’AKP, il partito islamico-conservatore di Erdoğan, non è andato oltre il 40,9% dei voti che corrispondono a 258 seggi parlamentari su un totale di 550. Il tentativo plebiscitario del “sultano” di Ankara, che sperava di fare il pieno di voti riconfermando la supremazia del suo partito in Parlamento, è stato nettamente respinto dalla maggioranza assoluta del popolo turco.

    Gli altri partiti.
    Tuttavia se Atene piange, Sparta certo non ride. A conti fatti, nemmeno i principali partiti di opposizione possono dire di aver trionfato. Senza dubbio, sia il partito repubblicano (CHP) sia quello del movimento nazionalista (MHP) hanno migliorato i propri risultati rispetto alle elezioni del 2007, ma non hanno potuto impedire che l’AKP conquistasse la maggioranza relativa. Anche sommando le forze parlamentari dei due principali partiti di opposizione, il partito di Erdoğan continuerebbe a essere la prima forza politica del Paese. Inoltre, nonostante il leader del partito repubblicano, Kemal Kiliçdaroğlu, abbia dichiarato che le elezioni turche hanno visto trionfare la democrazia, sono in molti a chiedersi cosa cambierà nel Paese dopo questa tornata elettorale.

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    Il leader del partito filo curdo, Selahattin Demirtas (fonte: Ispionline)

    Se in Turchia la democrazia ha vinto bocciando la richiesta di Erdoğan di pieni poteri, il discorso vale anche per gli altri verdetti usciti dall’urna elettorale, primo fra tutti l’affermazione del partito filo curdo del HDP, che ha conquistato ben 80 seggi. Per la prima volta i curdi e le loro istanze verranno rappresentati da un partito all’interno del Parlamento di Ankara e ciò comporterà di sicuro qualche cambiamento. Se non altro, da questo momento i curdi potranno dar battaglia anche nell’aula parlamentare facendo valere per vie più ortodosse le loro aspirazioni autonomiste e indipendentiste.

    Riforme: ipotesi di coalizione.
    Ora Erdoğan sarà costretto a trattare per ottenere la maggioranza necessaria per votare quelle riforme costituzionali che in campagna elettorale ha definito imprescindibili e assolutamente non rinviabili. Lo scenario che potrebbe aprirsi adesso è alquanto variegato. Il presidente potrebbe cercare di stringere un’alleanza con il partito nazionalista i cui 80 seggi gli garantirebbero una maggioranza assoluta senza troppi sforzi. Un’altra possibilità potrebbe esser quella di costituire una grande coalizione alla tedesca con il partito repubblicano, ma questo probabilmente costerebbe al presidente una serie di compromessi che alla lunga rischierebbero di paralizzare politicamene il Paese.

    Poi c’è l’ipotesi curda; Erdoğan potrebbe allargare la propria maggioranza al partito curdo mettendo sul tavolo come contropartita una maggiore autonomia per il Kurdistan turco. In realtà quest’ultima possibilità appare alquanto inverosimile, visti i trascorsi fra Erdoğan e la minoranza curda. A meno di un anno dall’assedio di Kobane da parte dell’ISIS, che vide le truppe turche rimanere inerti di fronte alla carneficina compiuta dai fondamentalisti, i curdi potrebbero non essere troppo felici di appoggiare le ambizioni assolutiste di Erdoğan. Tuttavia il leader del partito filo curdo, Selahattin Demirtas, si è detto pronto a discutere.

    Curdi, ISIS, riforme e Europa.
    Il “sultano” è dunque all’angolo, tentato da aspirazioni e progetti politici di cui difficilmente riuscirà a tirare le fila imponendo la sua volontà. Sono tanti i problemi che già si prospettano all’orizzonte per il riconfermato presidente turco; l’ISIS ai confini orientali, il rapporto con l’Europa, la pressione internazionale per il riconoscimento delle responsabilità turche nel genocidio armeno, la questione curda e la riforma presidenzialista sono solo alcuni dei temi scottanti che dovrà affrontare il Paese. Per la prima volta dal 2002, Erdoğan si trova a dover fare i conti con un Paese non intenzionato a firmare una delega in bianco, ma piuttosto desideroso di vedere un serio dibattito politico all’interno del Parlamento che conduca la Turchia verso una riforma costituzionale meditata e quanto più condivisa possibile.

    In copertina: un’immagine della campagna elettorale di Erdoğan (fonte: eastjournal.net)

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    Christopher Rovetti

    Christopher Rovetti, toscano, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali all'università di Pisa. Apprendista scrittore e aspirante giornalista con una passione smisurata per il cibo, la lettura e i viaggi. Al momento collabora come blogger con la rivista Switch Magazine.

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