21 July 2017
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    L’eutanasia non è la pena di morte

    L’eutanasia non è la pena di morte è stato modificato: 2015-01-04 di Redazione

    In prigione da quasi 30 anni, Frank Van Den Bleeken chiede e ottiene l’eutanasia in Belgio. Soffre di gravi disturbi psichiatrici e denuncia da anni pessime condizioni carcerarie.

    Frank Van Den Bleeken chiede di morire da 4 anni e sarà accontentato domenica prossima, 11 gennaio, nel carcere di Bruges, in Belgio. L’uomo è in prigione da quasi 30 anni, nel carcere di Turnhout, condannato all’ergastolo per ripetuta violenza sessuale e per un omicidio, e da anni denuncia le pessime condizioni di vita all’interno del carcere. Ha chiesto ripetutatamente di accedere all’eutanasia (in Belgio è legale dal 2002) e dopo diverso tempo e pareri medici favorevoli, ha ottenuto l’ok dal Ministero della Giustizia belga: riceverà l’iniziezione letale la prossima settimana. È la prima volta che un detenuto ottiene l’eutanasia.

    Come stanno le cose.
    La storia è molto complessa e sta accendendo un dibattito molto caotico, nel quale è necessario fare chiarezza. Il quotidiano cattolico Avvenire ha parlato di «pena di morte legalizzata» ma, se a prima vista può apparire esattamente così, la realtà è molto distante da questa interpretazione. Per ottenere l’eutanasia in Belgio si devono rispettare tre requisiti fondamentali: la richiesta dev’essere volontaria, ragionata e ripetuta. Inoltre sono necessari dei pareri medici che attestino uno stato di sofferenza – anche psicologica – che non è possibile alleviare in nessun modo.

    «Sono un pericolo per la società – ha dichiarato più volte Van Den Bleeken ai media belgi – e sento che non potrò mai essere riabilitato. Nonostante quello che ho fatto, resto comunque un essere umano, quindi ho diritto all’eutanasia». Anni fa, Van Den Bleeken ha rifiutato la scarcerazione e ha chiesto invece di essere trasferito in una struttura olandese, attrezzata per la cura dei detenuti con problemi psichiatrici. Trasferimento rifiutato, da quel momento ha iniziato a chiedere l’eutanasia.

    Le condizioni di vita dei detenuti psichiatrici.
    La questione importante, invece, riguarda le condizioni dei detenuti con problemi psichiatrici in Belgio, che sono pessime. Il Paese è già stato più volte al centro delle critiche per le loro condizioni di vita. Esattamente un anno fa, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha condannato il Belgio per aver violato l’articolo 5 della Convenzione Europea, in merito al trattamento di otto malati psichiatrici detenuti in prigione. Ad aprile 2014, una legge nazionale ha equiparato i detenuti psichiatrici allo status di pazienti, dando loro diritto alle cure per i “liberi” malati psichiatrici. Ma questa legge non trova ancora adeguata applicazione.

    I detenuti con problemi psichiatrici però sono pazienti, quindi rientra nei loro diritti chiedere l’eutanasia. È per questo che altri 15 detenuti, dopo l’accoglimento della domanda di Van Den Bleeken, hanno chiesto l’eutanasia. Una sorta di “pena di morte al contrario” dove, in questo caso, è il detenuto che chiede di morire, non è lo Stato a deciderlo – come insinua erroneamente Avvenire – anzi, ottenerla non è nemmeno così semplice come sostiene il quotidiano cattolico, chiamandola addirittura «morte a richiesta». La condizione di sofferenza dev’essere confermata dai medici, per la quale devono constatare che non esiste cura; a meno di non sostenere che impedire ai detenuti psichiatrici l’accesso all’eutanasia sia una pena accessoria. Piuttosto, il problema vero riguarda la condizione dei detenuti con problemi psichici in Belgio: se arrivano a chiedere l’eutanasia significa che esiste un problema a monte.

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    Pessime condizioni carcerarie.
    «Questo avvenimento è scioccante e non dovrebbe accadere
    ha commentato Juliette Moreau, presidente dell’Osservatorio Internazionale delle Prigioni – ma non ci sorprende, in quanto denunciamo da anni la mancanza di cure per i detenuti, in particolare per le malattie psichiatriche. Vengono parcheggiati in carcere per anni, in attesa di essere trasferiti in strutture adeguate, ma a volte non succede mai perché non ci sono ospedali che accettino di accogliere questo genere di detenuti».

    Se rispettano i ristretti requisiti di legge, anche per i detenuti con malattie psichiatriche è possibile accedere all’eutanasia. Ma il problema principale riguarda le loro condizioni di vita e la mancanza di strutture adeguate a curarli, sempre all’interno della loro pena detentiva.

    Il dibattito sull’eutanasia.
    Il caso ha riacceso il dibattito in Europa sull’eutanasia. Il giornale francese Le Parisien riporta – di corredo all’articolo su Van Den Bleeken – un’interessante mappa che raffigura quasi tutti i paesi europei mostrando la loro politica nei confronti del fine vita. L’Italia, insieme a Irlanda, Grecia, Croazia, Bosnia, Bulgaria, Romania e Polonia, è tra i pochi paesi che non hanno nemmeno aperto una discussione legislativa sul tema, almeno per ora.

    Due discorsi distinti.
    È necessario discutere del tema del fine vita, argomento che in Italia è ancora tabù (più tra le istituzioni che tra i cittadini) e che spesso subisce distorsioni. Dall’altro, invece, bisogna parlare della cura dei detenuti con malattie psichiatriche: tema che in Italia invece è decisamente meglio affrontato. Bollare l’eutanasia di un detenuto con problemi psichiatrici come “reintroduzione” della pena di morte è davvero troppo semplicistico, quindi distante dalla realtà.

    Paolo Morelli e Cecilia Russo

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    Redazione

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