23 June 2017
    fa_bene_torino_1

    Fa bene: Torino risponde alla crisi con la comunità

    Fa bene: Torino risponde alla crisi con la comunità è stato modificato: 2015-03-20 di Paolo Morelli

    Il progetto Fa bene, che recupera cibo e sostiene le famiglie in difficoltà, si allarga e cresce. Ecco il racconto di alcuni dei soggetti coinvolti.

    Coinvolgere i mercati di Torino, i commercianti e le associazioni in un progetto che riesca a recuperare il cibo invenduto e, allo stesso tempo, sostenere le famiglie in difficoltà senza la logica assistenzialista. Questo è Fa bene, iniziativa che si sviluppa tra le Circoscrizioni 4, 6 e 7 della città e che nasce da un’idea dell’associazione culturale Plug, della cooperativa Liberitutti, con l’apporto di Caritas attraverso il Comitato promotore S-Nodi e con il contributo di Compagnia di San Paolo. Con un accordo fra tre mercati (corso Chieti, piazza Foroni e corso Svizzera, che si è aggiunto a novembre 2014), alcuni operatori recuperano il cibo invenduto e le donazioni per consegnarlo a famiglie in difficoltà, segnalate dai servizi sociali, che in cambio restituiscono alla comunità delle ore di volontariato sociale.

    Come funziona Fa bene.
    Come ha spiegato Claudio Cerrato, presidente della Circoscrizione 4: «Cinque giorni a settimana, due operatori – uno scelto tra le fasce deboli, e uno tra i senza fissa dimora – raccolgono l’invenduto dai negozianti che aderiscono a Fa bene. Sono pagati con i voucher e sono due “piccoli” posti di lavoro. Oltre alla raccolta, si occupano di informare i cittadini che vanno al mercato». L’obiettivo principale è raccogliere cibo fresco, ma si recupera anche del vestiario, in base all’attività del commerciante che aderisce. Poi cosa succede? «L’invenduto – ha raccontato Cerrato – viene suddiviso in sporte alimentari e consegnato o recuperato dalle famiglie. Noi, nella 4, ne abbiamo 20. Ciascuna di loro firma un “contratto di restituzione” che la impegna a restituire alla comunità, in cambio del cibo, 20 ore di volontariato al mese. Chi non lo fa, esce dal programma».

    Non è assistenzialismo.
    La logica è quindi basata sul concetto di cooperazione e collaborazione, ma non è sempre facile far comprendere alle famiglie che non lavoriamo nel puro assistenzialismo. «Il cambiamento di mentalità è lunghissimo – ha spiegato Deana Panzarino, che cura il progetto Fa bene per la cooperativa Liberituttiperché si tratta di applicare un paradigma completamente diverso. Abbiamo purtroppo dovuto escludere delle famiglie da questo percorso perché erano abituate alla logica assistenziale, qui invece si restituisce. Diamo più valore alla persona». Come sono fatte queste famiglie? Per circa l’80% si tratta di famiglie monogenitoriali, la percentuale di stranieri e italiani, invece, rispecchia la percentuale della popolazione. Quindi non ci sono differenze.

    fa_bene_torino_2

    Un primo bilancio.
    Il progetto è nato nel 2013 nella Circoscrizione 6, si è poi esteso alla 7 e di recente alla 4. In programma c’è un possibile allargamento anche al di fuori dei confini di Torino. «L’idea è nata durante un corso che abbiamo fatto con i commercianti – racconta Deana Panzarino – i quali avevano paura che il loro mercato morisse. L’associazione culturale Plug ha proposto di recuperare l’invenduto, grazie un contributo che aveva ricevuto dalla Compagnia di San Paolo, noi abbiamo aggiunto la reciprocità. L’apporto di Caritas è stato poi fondamentale per avvalorare il progetto».

    A due anni di distanza dall’avvio di Fa bene si possono tracciare già i primi bilanci. Alcune famiglie, dopo l’adesione al progetto, sono riuscite a sollevarsi economicamente e a non aver più bisogno del cibo invenduto. Due persone che si occupavano della raccolta, invece, hanno trovato lavoro nell’ambito del progetto e sono state assunte nel circuito di Fa bene. Non è molto, in termini di numeri, ma rappresenta una speranza per la vita quotidiana, che parte dal recupero del concetto di comunità e – attraverso la lotta agli sprechi alimentari – un argine alla crisi economica.

    Ricostruire la comunità.
    «Viviamo un periodo di difficoltà
    – ha commentato Claudio Cerrato – e per questo ci si aiuta, senza fare la carità. Si fa volontariato in base alle proprie possibilità e, soprattutto, si socializza». I rapporti tra le persone vanno conservati e, come sta accadendo anche in altre piccole realtà sociali, sono il fulcro dello sviluppo. Molte famiglie in difficoltà tendono a chiudere i rapporti con l’esterno, aggiungendo ai problemi economici anche quelli relazionali. Chi è coinvolto nel progetto Fa bene partecipa a pranzi e incontri con le altre famiglie, preparati con il cibo raccolto ai mercati. È un’occasione per costruire una comunità e affrontare insieme le difficoltà economiche e sociali.

    Le attività commerciali coinvolte.
    E i negozianti? Spesso, per diversi motivi, sono proprio i negozianti a mostrarsi scettici di fronte a iniziative di questo genere. «All’inizio c’era un po’ di scetticismo – ha confermato Deana Panzarino – ma dopo aver discusso con le Circoscrizioni, sono stati i primi a essere coinvolti in Fa bene. Abbiamo fatto diverse riunioni, che facciamo ancora, e poi siamo partiti a lavorare sui mercati. Un po’ di scetticismo permane, ma è calato parecchio». E a conferma di questo calo c’è la possibilità che, oltre ai mercatali, si aggiungano dei centri commerciali. È proprio grazie alla disponibilità dei commercianti che, ad esempio, nel mercato di corso Chieti si riesce a fare una raccolta altissima nonostante il ridotto numero di banchi rispetto ad altri mercati molto più grandi.

    Dove si vuole arrivare.
    L’obiettivo finale di Fa bene è creare un modello che, come spiega Claudio Cerrato «possa raggiungere l’autonomia economica e diventare autosufficiente». I presupposti ci sono ma ci vuole tempo, sia per la creazione di un tessuto di comunicazione tra i mercatali – già attivo, peraltro – e sia per il coinvolgimento di realtà sempre più ampie. Sono però le Circoscrizioni a mantenersi al centro di questo progetto, perché, come ha precisato Deana Panzarino, «hanno una dimensione sufficientemente piccola da avere il polso della cittadinanza».

    Foto: fabene.org

    Print Friendly

    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter