28 April 2017
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    Falcone, parabola dell’antimafia

    Falcone, parabola dell’antimafia è stato modificato: 2016-01-26 di Ludovico Astengo

    Il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci, persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Oggi è un eroe, ma c’era chi lo considerava soltanto un arrivista.

    Una delle tante modalità in cui il dibattito pubblico sulla mafia sembra continuare a dividersi è quella relativa alla cosiddetta “costruzione dell’eroe”. Da un lato vi sarebbe chi ritiene doveroso riconoscere a chi muore lottando conto la mafia uno status sovraumano in quanto solo così si riuscirebbe davvero a rendere onore alla persona e agli ideali per cui ha trovato la morte. Dall’altro chi al contrario rigetta questa impostazione, ché l’unico suo risultato sarebbe quello di allontanare la pratica dell’antimafia dalle persone e dalla loro vita di tutti i giorni.

    Assuefazione nelle ricorrenze.
    Ogni volta che ricorre uno dei tanti – troppi – anniversari per la morte di un giudice ucciso dalla mafia è sempre difficile trovare il modo di scrivere qualcosa che non risulti dannatamente banale, frutto più di una ricorrenza che non di un pensiero sincero e originale sul tema. Il fatto di parlare con insistenza di mafia a volte produce il paradossale risultato di riconoscere in questo tragico tema qualcosa di connaturato alla nostra cultura, alla stregua di un leitmotiv che incessante ci segue e a cadenze regolari ricompare, e del quale alla fine ci si abitua quasi per assuefazione.

    Per fortuna l’assuefazione al parlar di mafia non è endemica, e sono molti di più coloro che riescono a trovare in ogni parola spesa sul tema una forza di rinnovamento, quasi di autopoiesi, per evitare che i discorsi diventino patine opache di epoche ormai passate. Per evitare anche che la mafia ritorni a essere quanto era fino a poco più di 30 anni fa, meccanismo oscuro e inconoscibile – o meglio che, come una malattia incurabile, non ci si voleva risolvere ad accettare, per poterla finalmente combattere.

    Eroe e antieroe.
    Giovanni Falcone era un eroe? Lo erano Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro? Per alcuni lo sono sicuramente diventati quel 23 maggio del 1992 sull’autostrada che corre di fronte a Capaci. Per molti lo erano anche prima di perdere la vita, ed è cosa nota. Ciò che dopo la strage passò invece in secondo piano è che per tanti altri, invero, Falcone non era nulla di più che un magistrato pieno di sé e incapace di stare al proprio posto, guidato da manie di protagonismo a scavalcare l’ordine costituito entro le istituzioni.

    Negli ultimi anni di vita egli si ritrovò bersaglio di attacchi personali e palesi ingiustizie di carriera, quando più volte dovette scontrarsi con una magistratura ancora troppo preoccupata a difendere lo status quo e utilizzare come unico criterio per l’assegnazione dei ruoli l’anzianità di servizio piuttosto che la professionalità personale. Così, quando si accese il dibattito sul successore di Antonino Caponnetto a capo del Pool Antimafia a Palermo e il CSM scelse Antonino Meli al posto di Falcone, solo ed esclusivamente sulla base dell’anzianità, non pochi usarono parole di spregio per il magistrato che aveva osato mettere in dubbio la ragionevolezza delle decisioni prese a Roma.

    Memoria di un dibattito.
    Di fronte all’ennesima ricorrenza per la strage di Capaci, dunque, viene richiesto di fare esercizio di memoria. Ricordare Giovanni Falcone non può però significare soltanto ridurre a sintesi qualsiasi dibattito sul suo ruolo e operato, ammutoliti di fronte alla tragedia, imbarazzati per le partigianerie fino al giorno prima cavalcate e rassicurati dalla possibilità di unirsi, tutti insieme, nella costruzione dell’eroe. Significa qualcosa in più, ossia non dimenticare quanto prima della sua morte tale dibattito fosse acceso, e come non pochi misero seriamente in discussione la bontà dei suoi obiettivi tacciandolo di cieco protagonismo, finanche per avere l’ardire di mettere in discussione le modalità in cui la magistratura ragiona e decide.

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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