20 September 2017
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    Ferguson: nuova frontiera del razzismo in Usa

    Ferguson: nuova frontiera del razzismo in Usa è stato modificato: 2016-01-26 di Christopher Rovetti

    A mesi di distanza dall’omicidio di Michael Brown, la protesta continua a infiammare la città di Ferguson (Missouri) e gli Stati Uniti sono costretti nuovamente a fare i conti con il razzismo.

    Era l’11 aprile del 1968, quando il presidente americano Lyndon Johnson firmò il Civil Rights Act che sancì simbolicamente la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti. Con quella legge, l’amministrazione federale proibiva qualsiasi tipo di discriminazione basata su motivi razziali a danno delle minoranze, nelle questioni di tipo finanziario o di diritto privato. Era la fine di una lunga battaglia, portata avanti soprattutto dalla comunità afroamericana, per il riconoscimento dell’uguaglianza e dei diritti civili per tutti quei cittadini americani nati con la pelle di un colore diverso dal bianco.

    Washington e Ferguson, due volti dello stesso Paese.
    Ci sono voluti quarant’anni, ma nel 2008, gli Stati Uniti hanno celebrato il loro primo presidente di colore, Barack Obama, la cui elezione alla Casa Bianca sembrava aver suggellato in modo definitivo la fine delle ostilità fra la comunità bianca e le corpose minoranze che compongono la popolazione americana. Tuttavia l’idillio è durato ben poco. Nell’agosto scorso, un ragazzo di colore di diciotto anni, Michael Brown, è stato ucciso da un poliziotto a Ferguson, una piccola cittadina del Missouri vicino a Saint Louis, e immediatamente gli Stati Uniti si sono scoperti ancora malati di razzismo.

    Cronaca di un razzismo dilagante.
    Dopo quel terribile 9 agosto, Ferguson è salita agli onori della cronaca come simbolo del razzismo che impera nei sobborghi delle città statunitensi, in quella che il mondo aveva imparato a conoscere come la tranquilla provincia americana. Ferguson come le banlieue parigine, emblema di una America che, nonostante un presidente di colore, talvolta mostra il suo lato razzista. Perché di questo si è trattato, di razzismo, o perlomeno così lo considerano quei cittadini di Ferguson che, dal 9 agosto del 2014, continuano a manifestare affinché venga fatta giustizia. E se la morte di un ragazzo di colore disarmato a opera di un poliziotto bianco, Darren Wilson, non fosse bastata per far parlare di razzismo, a gettare ulteriore benzina sul fuoco ci hanno pensato i fatti che sono avvenuti in seguito.

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    Il presidente Lyndon Johnson firma il Civil Rights Act nel 1968 (foto: Wikimedia).

     

    L’ombra del Ku Klux Klan e la decisione del Gran Giurì.
    Nel caos mediatico, politico e sociale che ha fatto seguito alla sparatoria di Ferguson, c’è stato pure chi ha definito Wilson un eroe. Addirittura uno sparuto gruppo di membri del Ku Klux Klan si è detto pronto a sostenere economicamente la difesa dell’agente di fronte alla giustizia americana, colpevole di voler incriminare un tutore della legge, per difendere la memoria di un giovane sospettato di rapina a mano armata. Senza voler in alcun modo associare le parole di questi sostenitori della superiorità della razza bianca alle decisioni della giustizia americana, va detto che alcuni mesi dopo l’omicidio di Mike Brown, il Gran Giurì, chiamato a esprimersi sul delitto, ha sentenziato che le prove a carico dell’agente Wilson non erano sufficienti per procedere alla sua incriminazione. Riassumendo: nei sobborghi di Saint Louis, un ragazzo di colore, disarmato e con le braccia alzate, muore ucciso da sei proiettili sparati da un agente e nessuno è colpevole.

    Da Ferguson a Twitter infiamma la protesta.
    Com’era prevedibile, il risentimento della comunità nera di Ferguson è sfociato in protesta e in una lunghissima serie di manifestazioni che ormai si protraggono da oltre sei mesi. A niente è valso il coprifuoco dichiarato dal governatore del Missouri Jay Nixon e a nulla sono serviti gli appelli alla calma della famiglia Brown. A metà marzo, durante l’ennesima manifestazione, due agenti di polizia sono stati feriti in modo grave dai dimostranti. La protesta è esplosa anche sui social network, in particolare su Twitter, dove l’hashtag #Ferguson è divenuto uno dei più utilizzati. Non è più solo la popolazione di questa piccola cittadina di provincia a chiedere giustizia per il giovane Mike Brown, ma è l’America tutta a farlo, è il “popolo del web”, capeggiato da star e opinion leader, a volere che venga fatta chiarezza su questo caso di cronaca, che rischia veramente di degenerare in una nuova lotta razziale. Da Ferguson a New York, da Washington a Seattle, la nazione del sogno americano e di Oprah Winfrey, il Paese che ha osannato Carl Lewis e Michael Jordan, ora chiede giustizia per un altro Michael, per un ragazzo diciottenne del Missouri morto, forse, perché di colore.

    L’appello di Obama e le prime teste a cadere.
    Da Washington si è levato anche il monito del presidente Obama che se da un lato ha chiesto che vengano puniti i responsabili degli incidenti degli ultimi giorni, dall’altro ha sottolineato la necessità di riflettere sul perché la comunità afroamericana si senta discriminata nel suo stesso Paese. A queste parole, Obama ha aggiunto che le questioni sollevate a Ferguson non sono più circoscrivibili alla sola contea di Saint Louis o al solo stato del Missouri, ma sono da intendersi come problemi nazionali, riguardanti l’intera popolazione statunitense. Per dovere di cronaca, va aggiunto che, attualmente, le proteste hanno raggiunto un qualche risultato: a seguito di un’inchiesta del Dipartimento di Giustizia, che ha appurato una sistematica e ripetuta condotta razzista ad opera delle autorità di Ferguson, il capo della polizia Thomas Jackson è stato costretto a dimettersi. Che sia questo il primo segnale di cambiamento? Purtroppo è troppo presto per dirlo, anche se ciò fa ben sperare. Sette anni fa gli Stati Uniti festeggiavano il loro primo presidente di colore, oggi si trovano a dover combattere con il seme di un razzismo che credevano debellato, ma che purtroppo sembra essere ancora molto radicato nella tranquilla provincia americana.

    In copertina: manifestanti a Ferguson (AP)

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    Christopher Rovetti

    Christopher Rovetti, toscano, classe 1984, laureato in Relazioni Internazionali all'università di Pisa. Apprendista scrittore e aspirante giornalista con una passione smisurata per il cibo, la lettura e i viaggi. Al momento collabora come blogger con la rivista Switch Magazine.

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