17 October 2017
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    Forza Maggiore, la valanga dell’incomunicabilità

    Forza Maggiore, la valanga dell’incomunicabilità è stato modificato: 2015-05-23 di Federico Sanna

    Ruben Östlund, regista svedese di Forza Maggiore, film vincitore alla 67^ edizione del Festival di Cannes nella sezione Un certain regard, ci mostra la travolgente fragilità dell’essere umano.

    Sotto la lente d’ingrandimento c’è una famiglia svedese appartenente alla media borghesia. Tomas, grande lavoratore, porta la moglie Ebba e i figli Harry e Vera sulle Alpi francesi in occasione delle vacanze invernali. La ripetitività dei giorni consumata sulle piste da sci è, però, interrotta improvvisamente. Una valanga si infrange sulla terrazza del ristorante in cui la famiglia sta mangiando e il risultato è inaspettato: la slavina si rivela innocua, un fumo nevoso, ma riesce a portare in superficie gli istinti più nascosti di Tomas, che, incurante di ciò che lo circonda, prende lo smartphone e cerca la salvezza nella fuga, mentre Ebba tenta di proteggere i figli. Il terrore della tragedia naturale lascia il campo al dramma interiore e al conflitto delle relazioni fino alle estreme conseguenze, in cui lo stesso vincolo matrimoniale è minacciato.

    Un leggero fastidio.
    L’evento rovinoso non ha la capacità di imporre un cambiamento, riceve soltanto il compito di illuminare ciò che c’è e non è ancora evidente. La famiglia già soffre dell’assenza di comunicazione e di una condivisione del tempo scontata più che desiderata, ma non è preparata al confronto con la verità della sua essenza. La valanga diventa un panno che pulisce le lenti dell’interpretazione della realtà e mette tutti a nudo, lasciando Tomas scoperto e debole, intrappolato in un sentimento di repulsione rivolto allo strato della sua personalità che ancora non conosceva, ed Ebba sola e ferita, oppressa dalla necessità di rivalutare l’uomo che ha sposato, alla luce del suo vile comportamento.

    Quando la famiglia si risiede a tavola, qualcosa è cambiato. Tutto. La mancanza di comunicazione, che prima era implicita e dimenticata, ora definisce i rapporti all’interno della famiglia. I due coniugi si affrontano evitando l’esposizione autentica ed empatica dei propri sentimenti, piuttosto si nascondono dietro ai silenzi, alla reticenza e alla fuga. E forse la vera tragedia non è la distesa di neve minacciosa, che appartiene a un mondo naturale infinito e imperturbabile, come rappresentato nel film. La sensazione di oblio è suscitata dalla visione dell’uomo e del suo individualismo, dalla consapevolezza dell’impossibilità di stringere una relazione sociale sincera e totale che superi la dimensione autoreferenziale dell’io.

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    Il peso della responsabilità.
    L’incomunicabilità è contagiosa, è un tratto distintivo di ogni legame umano più o meno superficiale. I dialoghi tra i personaggi, riducibili a uno scambio di suoni insignificanti, contribuiscono a creare l’immagine di un mondo di apolidi: l’Altro è impenetrabile e il tessuto connettivo che intreccia tutti noi è fragile, prossimo alla lacerazione. Gli unici superstiti, ancora impermeabili alle costruzioni dell’età adulta, sono i due figli piccoli, Harry e Vera, che mantengono la spontaneità tipica dei bambini.

    La privazione della comunicazione è forse la colpa più grande degli adulti, che hanno la responsabilità dell’educazione dei figli. Il distacco progressivo che si crea tra Tomas ed Ebba è la distanza che assimilano Harry e Vera e che percepiscono come unica modalità di comunicazione. Vani sono i tentativi dei figli di riunire i coniugi, la frattura è troppo grave, o almeno così è dato, per ricomporsi. L’eco dell’atteggiamento dei due genitori, arroccati sul proprio egocentrismo, non può che produrre risultati negativi: gli ingenui bambini di oggi saranno gli adulti annoiati e irresponsabili di domani?

    La Forza Maggiore.
    I movimenti della macchina da presa, l’elaborazione degli spazi e le imboscate della colonna sonora agiscono in una direzione formale che mira alla rappresentazione di un mondo sociale angosciante. I personaggi sono disposti sulla scena secondo un ordine di contrapposizione: il binomio in opposizione maschio-femmina prevale, ma nella conclusione vengono associati personaggi dello stesso sesso, come a indicare che ognuno fatalmente è succube della propria natura e non c’è collegamento fra polarità opposte, se non in situazioni favorevoli allo scambio. L’orizzonte è angusto, dal profilo delle montagne innevate alle geometrie dell’hotel di lusso in cui alloggiano i personaggi, in ragione di un’idea di Natura assente e indipendente rispetto ai problemi umani.

    Le inquadrature insistono sui dettagli, sulle emozioni non esplicitate e sui volti degli interlocutori indefiniti, esasperandone l’inconciliabilità. Non si raggiunge mai una vera catarsi, alle note che assaltano la scena non corrisponde lo sviluppo di un dialogo chiarificatore o risolutivo, anzi cresce una situazione laterale ancora più problematica. Forza Maggiore è la concezione pessimistica della vita dell’uomo, giunto nella modernità con passo incerto e stanco. Non c’è nessuna redenzione perché, forse, l’uomo non può fuggire da se stesso.

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    Federico Sanna

    Studente di Filosofia presso l'università di Torino. Appassionato di cinema, letteratura e arte. Impegnato da 5 anni nel volontariato nell'ambito del primo soccorso.

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