27 July 2017
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    Foxcatcher, la complessità psicologica degli sconfitti

    Foxcatcher, la complessità psicologica degli sconfitti è stato modificato: 2015-03-14 di Federico Sanna

    L’eterna caccia alla volpe dell’insoddisfatto. Bennett Miller propone un adattamento cinematografico dell’autobiografia di Mark Schultz, “Foxcatcher”, che ha guadagnato 5 nomination agli Oscar.

    Nel 1984 i fratelli Schultz, Mark (Channing Tatum) e David (Mark Ruffalo), avevano già vinto l’oro olimpico nella disciplina della lotta libera. Nel periodo di preparazione atletica per il mondiale e per le Olimpiadi imminenti, al fratello minore Mark viene offerta dal milionario John du Pont (Steve Carell) l’occasione di unirsi al suo team di lottatori, un gruppo che avrebbe dovuto esaltare i valori patriottici e riportare prestigio all’America.

    La proposta  rappresenta l’opportunità di svincolarsi dalla presenza protettiva, ma adombrante, di David, personalità forte e trainante. L’entusiasmo iniziale viene, però, deluso: il rapporto fraterno è minacciato dall’invidia, il legame tra John du Pont e la madre Jean è sfibrato dalla disapprovazione, l’abbandono di sé e il fallimento nella lotta portano Mark ad isolarsi e a mettere in discussione l’amicizia instaurata con John.

    Una storia americana.
    La residenza nobiliare dei du Pont emerge dalla nebbia come l’elemento lucido di un sogno: l’architettura palladiana della struttura è l’abito consumato di un luogo in cui la storia ha perso significato; i corridoi, fittamente occupati dai ritratti dei padri fondatori, conducono alla sala dei trofei di famiglia, dove trovano custodia l’anima del ricco John e l’intimo segreto del conflitto insanabile con sua madre.

    Il patriottismo romantico è la figura pallida di un titanismo arido e cieco. L’ambizione individuale diventa totale, i valori della Nazione rappresentano un guscio vuoto, estetico e pretestuoso, l’esigenza di realizzarsi è un’oppressione che coinvolge tutti e riferisce un tormento interiore che si rifugia nella soluzione della vanità. Jean disprezza la lotta, considerato sport barbaro, ed è in severo contrasto con il figlio. Nel tentativo di conquistare la stima materna e una posizione privilegiata nel mondo, John smarrisce se stesso.

    Essere fratelli.
    Se la fame della “Golden Eagle”, come si proclama John du Pont, è nervosa e inappagabile, le aspirazioni dei due fratelli sembrano più concrete: l’oro olimpico è l’unica dimostrazione di valore, un risultato tangibile che indica le eccezionali capacità dell’atleta. La lotta stessa è un linguaggio che rivela lo stato d’animo e l’essenza dei combattenti. La vittoria è assegnata a chi prevale sull’avversario in modo onorevole.

    Mark vive all’ombra del fratello David, padre e marito esemplare, atleta di successo, e vede in lui un ostacolo alla propria affermazione. La scelta di affidarsi all’arrogante milionario causa una rottura nell’anima: la tensione alla perfezione e alla vittoria incondizionata si scontra con la realtà dei limiti personali e produce un immobilismo decostruttivo. Se la lotta è interpretata come il mezzo espressivo finale, la rovina è intesa come il rifiuto di sé. Il decadimento fisico e l’abuso di stupefacenti sono l’altra faccia dell’orgoglio.

    Foxcatcher, la caccia alla volpe.
    I sogni crollano. Mark perde un incontro decisivo alle Olimpiadi; John, nella confusione dei desideri, perde un amico, la madre, la libertà e il controllo stesso della sua mania; David perde la vita, ucciso da du Pont. Nella caccia alla volpe, i cani devono inseguire e stanare lo sventurato animale. La caccia si riduce ad un’annoiata gara tra nobili cavalieri che rincorrono i veri cacciatori del gioco.

    La relazione tra John e Mark è il riflesso del vincolo che stringe il cavaliere al proprio cane, l’illusione di una caccia che abbia una dimensione universale e straordinaria, che sia una corsa che porti alla gloria. Ma quando l’inganno si dissolve, non rimane che un tremendo nichilismo: Mark decide, nella conclusione, di gettarsi nel mondo dell’MMA, uno sport di lotta violento e sanguinario. E una gabbia sostituisce il tatami olimpico. Sono tutti sconfitti.

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    Federico Sanna

    Studente di Filosofia presso l'università di Torino. Appassionato di cinema, letteratura e arte. Impegnato da 5 anni nel volontariato nell'ambito del primo soccorso.

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