26 March 2017
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    Gas: l’Europa tra orso e dragone

    Gas: l’Europa tra orso e dragone è stato modificato: 2016-01-26 di Giovanni Migone

    Cina e Russia si vengono incontro per alleviare le difficoltà economiche ed energetiche, modificando la posizione dell’Europa nel mercato del gas naturale.

    Gli accordi preliminari sulle risorse energetiche siglati da Putin e Xi Jinping nei giorni scorsi pongono la Russia nella posizione di ago della bilancia. La Cina sta investendo, soprattutto negli ultimi mesi, una pioggia di miliardi in giro per l’Asia (ma non solo, si pensi al Gran Canal de Nicaragua), nel tentativo di aprire una valvola di sfogo per un mercato interno sempre più congestionato e incapace di assorbire una produzione in costante aumento. Dal canto suo, Mosca è alla ricerca di un supporto esterno, che difficilmente sarebbe giunto da Occidente dopo l’escalation ucraina, per uscire da una crisi economica di cui il crollo del rublo (passato da 35$ a 70$ nel giro di poche settimane e ora stabilizzatosi intorno ai 50$) è solo il sintomo più visibile.

    cina_russia_gas_map2La crisi russa: le cifre.
    Le previsioni della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers) sul futuro economico della Russia sono tutt’altro che rosee: un -4.5% per il 2015 che pesa come un macigno sulla struttura finanziaria di Mosca cui dovrebbe seguire un miglioramento netto, anche se pur sempre negativo, nel 2016 (-1.8%). Un trend negativo che sarebbe in parte dovuto al crollo del prezzo del greggio nell’ultimo anno, passato da quasi 110$ al barile agli attuali 60/65$. La conferma arriva dalle stessi numeri del resoconto della Bers, che vede i paesi esportatori di materie prime imbattersi in un calo medio del 3.3% (con picchi di oltre il 7%), contro una crescita indicativamente generale nei paesi importatori (tasso medio del 2.3%).

    Il rimbalzo dell’economia russa, nel biennio 2015-16, dovrebbe infatti essere una conseguenza diretta del progressivo stabilizzarsi del prezzo del greggio sul valore attuale, oltre che del Quantitative Easing messo in moto dalla Bce, che dovrebbe permettere agli stati Ue di riaprire i rubinetti degli investimenti in direzione di Mosca, seppur in forma drasticamente ridotta per le sanzioni post-Ucraina. Tutta un’altra storia sono invece i rubinetti del gas naturale, principale voce al capitolo “esportazioni” e elemento imprescindibile degli scambi tra Mosca e i paesi dell’Ue.

    cina_russia_gas_map1Paracadute.
    In attesa che gli investimenti occidentali ricomincino a riempire le casse del Cremlino, Putin si è cautelato sul fronte del gas naturale (il cui prezzo viene calcolato in base a quello petrolifero): le riserve russe, stando ai dati forniti dalla Statistical Review of World Energy rilasciata dalla BP nel 2014, sono le seconde al mondo, dietro a quelle iraniane e sono ampiamente sfruttate per una produzione che è seconda solo a quella Usa (la Repubblica Islamica iraniana non attinge dai propri bacini quanto effettivamente potrebbe). Risulta dunque facile intuire come la crisi ucraina e le conseguenti sanzioni occidentali abbiano fatto girare la testa del presidente russo verso est: negli ultimi sei anni il volume delle transazioni commerciali è più che raddoppiato (da 40 a 90 miliardi di dollari, si punta a quota 200 per il 2023).

    Gli accordi siglati nei giorni scorsi sono la conclusione di un percorso che ha trovato una delle sue tappe fondamentali esattamente un anno fa, il 20 maggio 2014, quando Mosca e Pechino conclusero positivamente i negoziati per la fornitura trentennale di 38 miliardi di metri cubi di gas l’anno, per un valore commerciale di oltre 400 miliardi di dollari. Ora, con la conferma del memorandum d’intesa già vagliato dalle controparti nel novembre scorso, il legame tra orso e dragone si fa ancora più stretto, sebbene resti da risolvere un nodo fondamentale, quello del prezzo che Pechino dovrà pagare per assicurarsi le forniture.

    Concorrenza artificiale.
    La mossa “orientalista” di Putin si ripercuote drasticamente anche sul mercato energetico europeo. Nel vecchio continente più della metà delle importazioni di gas arrivano da oltre gli Urali, ma il deteriorarsi dei rapporti con la Russia (crisi ucraina e conseguenti sanzioni economiche) rischia di costare molto caro. Solo alcuni mesi fa l’Europa era il principale (e pressoché unico) partner per gli scambi energetici di gas naturale: nel 2013, sempre secondo i dati BP, la Russia ha esportato 211 miliardi di metri cubi di gas naturale, il 65% dei quali in Europa.

    Ora la “One belt, one road” di Pechino offre nuove opportunità per Mosca, che non si è lasciata sfuggire l’occasione di mettere in competizione per le proprie risorse Europa e Cina. Putin e Xi Jinping hanno infatti stabilito che i giacimenti di partenza dei rifornimenti cinesi verranno estratti dagli stessi giacimenti siberiani di Gazprom, che sono il principale bacino di approvvigionamento per l’Europa. L’intesa sino-russa è peraltro la naturale risposta alle difficili prospettive energetiche di Pechino: la Cina rimane il maggior produttore (47% del totale mondiale) e il maggior consumatore (50% del totale mondiale) di carbone, ma le sue riserve sarebbero in esaurimento. Stando alle stime delle ricerche, ai ritmi attuali Pechino potrebbe estrarre minerale solo per i prossimi trent’anni. Per Xi Jinping risultava quindi di fondamentale importanza accelerare le tempistiche per trovare nuove soluzioni in tema di energia. E il gas siberiano era ciò che più era a portata di mano.

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    Giovanni Migone

    Milanese, classe 1987. Aspirante giornalista, si é laureato in Storia con una tesi sui conflitti religiosi in Iran, sbocco naturale del suo interesse per la geopolitica del Medioriente. Da diversi anni dà sfogo alla sua passione per il calcio collaborando con una testata sportiva.

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