19 August 2017
    MIRAFIORI-LUNA-PARK_02

    La generazione Fiat, una storia di tutti

    La generazione Fiat, una storia di tutti è stato modificato: 2014-11-28 di Paolo Morelli

    MIRAFIORI-LUNA-PARK_02

    Il film di Stefano Di Polito, “Mirafiori Lunapark”, racconta l’operaio Fiat, Mirafiori e la città di Torino. Una generazione intera, anzi due, verso il “sogno torinese”.

    Mirafiori Lunapark è un film che può essere compreso appieno solo da chi, direttamente o indirettamente, è cresciuto sotto l’egida di “mamma Fiat”. La pellicola diretta da Stefano Di Polito e prodottada Mimmo Calopresti, con Giorgio Colangeli, Alessandro Haber e Antonio Catania, mette in scena un futuro ipotetico nel quale lo stabilimento Fiat di Mirafiori, il più grande d’Italia, è stato completamente dismesso e destinato a essere abbattuto. Da segnalare la partecipazione, nei panni del “dirigente” Anniverdi, di Lorenzo Ventavoli. L’opera è stata presentata al 32° Torino Film Festival.

    Un futuro possibile.
    Non è, peraltro, una realtà completamente lontana, viste anche le manovre dell’ad di FCA (Fiat Chrysler Automobiles), Sergio Marchionne, che sta portando avanti un’operazione di delocalizzazione delle attività del Gruppo. In Mirafiori Lunapark, i tre personaggi principali, ex operai Fiat, si arrabattano per sopravvivere e passano dalla coltivazione di orti abusivi nei pressi di un grande campo da golf (a poche centinaia di metri dallo stabilimento di Mirafiori) all’occupazione della fabbrica dismessa, come ultimo tentativo di ricucire un passato oramai dimenticato.

    L’ideale positivo del lavoro.
    Quello che emerge dalla storia raccontata da Di Polito è una corsa continua e affannosa alla salvaguardia del passato, di un concetto di lavoro inteso come passione e impegno non tanto verso l’azienda, quanto verso la famiglia. Perché la storia della Fiat si intreccia con la storia di tantissimi torinesi, soprattutto adottivi, che nel corso dei decenni hanno costruito il tessuto sociale della città. Le vite sono simili, e così è impossibile non commuoversi di fronte alle immagini dei matrimoni, dei battesimi e delle scene di vita famigliare che intervallano Mirafiori Lunapark. Filmati amatoriali inseriti dal regista che provocano un brivido di malinconica nostalgia in chi, quelle scene, le ha vissute ogni giorno per tutta la propria vita. Gli stessi vestiti, lo stesso tipo di arredamento nelle case, gli stessi volti, gli stessi sorrisi. La Fiat è stata fondamentale per Torino perché ne ha costruito l’identità.

    L’operaio Fiat senza la Fiat.
    E ora, senza la Fiat, che rimane? La dismissione dello stabilimento, nella realtà, si sta già verificando. Certo, non siamo ancora giunti all’estremo panorama rappresentato da Stefano Di Polito, sebbene alcune avvisaglie già esistano, ma lo scenario è reale perché moltissimi operai Fiat si trovano, in questo momento, in cassa integrazione. Privati non tanto dello stipendio, quanto del lavoro, vivono oggi una crisi d’identità perché la società in cui vivono – in cui viviamo – definisce l’essere umano in base al lavoro che svolge.

    L’operaio Fiat è il modello del lavoratore medio italiano: dedito alla famiglia, con un lavoro sfiancante che gli consente di mantenere una casa, che guida una macchina utilitaria (meravigliosa, nel film, la 131 “Mirafiori” rossa che si trova al centro di diverse vicende), ma che soprattutto suda ogni giorno per permettere ai propri figli di avere, da grandi, una condizione economica e culturale migliore della propria. La fine di questo concetto di società, messo bene in evidenza nella pellicola, è un passaggio inevitabile ma traumatico, che va affrontato come si affronta la crescita: con fatica, rabbia, depressione e tanta voglia di riscatto.

    La famiglia.
    La conflittualità dei rapporti famigliari che conseguono a una situazione lavorativa precaria – dopo il crollo di un riferimento forte – viene ben rappresentata attraverso alcuni cliché che, se a prima vista possono apparire troppo stereotipati, sono invece emblematici. Importante, ad esempio, lo scambio di battute tra Franco (Alessandro Haber) e suo figlio Antonello (Carlo Marrapodi). «Sai che significa stare nove ore davanti a un computer?» dice Antonello, «E sai che significa stare nove ore in piedi a montare pezzi piccoli così?» risponde Franco.

    La prima generazione, quella dei figli, cresciuta fuori dalle catene di montaggio, sembra non comprendere la fatica e l’impegno quotidiano dei padri. Ma così non è, perché nel momento più toccante tutti i fili si riannodano, e anche i figli mostrano di portare dentro di sé l’eredità di padri, di “mamma Fiat”.

    Esiste un sogno torinese?
    Girato interamente nel quartiere di Mirafiori Sud, il film apre un varco nella realtà urbana della città, sebbene filtrata attraverso una realtà onirica, che comunque rivela il “sogno torinese” dell’automobile come strumento di riscatto sociale. E se un quartiere costruito interamente a ridosso della Fiat perde la fabbrica, che ne resta? La questione è proprio qui. Fiat o non Fiat, le persone sono sempre le stesse. I sogni, i desideri, la forza, le idee ci sono ancora.

    Passi pure Marchionne, si porti via il logo Fiat e la sede fiscale, ma quello che l’azienda ha rappresentato è insito nella società, e costituisce il punto di forza da cui ripartire. Perché se la fabbrica non sforna più macchine, può essere comunque un punto di riferimento per il quartiere, e magari trasformarsi in un bellissimo luna park.

    Print Friendly

    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

    Seguici su Facebook

    Resta aggiornato su Twitter