25 February 2017
    jihad

    Geografia del jihad

    Geografia del jihad è stato modificato: 2016-01-26 di Paolo Morelli

    Un elenco geografico delle principali aree del globo coinvolte dirttamente nel jihad, dall’Isis ad Al Qaeda, fino a Boko Haram.

    L’estremismo islamico legato al jihad è sviluppato in zone del mondo ben precise. C’è un aspetto che va considerato e che aiuta a comprendere meglio, sebbene a distanza, certi fenomeni. Esiste una differenza tra l’Isis (lo Stato islamico) e le organizzazioni come Al Qaeda, due realtà mediaticamente molto note che però spesso vengono confuse. Entrambe hanno l’intento di creare una situazione politica nuova con un nuovo stato nazionale, basato sulla legge islamica. La differenza è che l’Isis ha un territorio preciso, Al Qaeda no.

    L’Isis.
    Il Medio Oriente è sicuramente il nucleo centrale del jihad islamica. Qui è nato l’Isis che è in continua espansione, i confini non sono definiti proprio a causa delle continue avanzate o ritirate, ma è certo che il Califfatto abbia un territorio sul quale governa con istituzioni e forze dell’ordine, dotato anche di un esercito regolare. Nato in Iraq e guidato da islamici sunniti, ha conquistato quasi l’intero Paese, a maggioranza sciita.

    L’Isis, in questo momento, occupa gran parte dell’Iraq nord-occidentale e l’intera Siria orientale, si estende a Nord fino al confine con la Turchia dove, per ora, la sua avanzata si interrompe a Kobane grazie alla valorosa resistenza della popolazione locale. Lo stato occupa quasi completamente il vecchio Kurdistan, una nazione smembrata in quattro che nemmeno nell’attuale instabilità politica riesce a trovare pace, ed estende la propria influenza sul Khorasan, ampia regione dell’Asia centrale divisa tra Iran e Pakistan. Qui, l’Isis, potrebbe avere stretti legami con i talebani. Ma l’espansione dello Stato islamico prosegue anche nel Sud ovest, dove è giunta al confine con la Giordania – con alcuni scontri militari – e minaccia di sconfinare in Arabia Saudita. Nelle mani dell’Isis potrebbe trovarsi ancora Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano rapito in Siria il 29 luglio 2013.

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    La mappa delle conquiste pianificate dall’Isis.

    Boko Haram.
    Situazione simile si vive in Nigeria, dove i feroci estremisti Boko Haram controllano quasi totalmente il Nord del Paese, il cui esercito non riesce a fronteggiare le loro incursioni, sempre più sanguinarie e impressionanti (l’eccidio di Baga, con oltre 2000 morti, resterà purtroppo nella Storia). L’organizzazione sta sfruttando la debolezza interna della Nigeria, spingendo anche sui confini settentrionali. Giusto due giorni fa si è verificato uno scontro a Nord, tra i Boko Haram e l’esercito del Camerun. Ben tredici paesi africani si sono coalizzati per fermare l’avanzata degli estremisti islamici, che non mancano di esprimere grandi simpatie per l’Isis, dichiarando di ispirarsi allo Stato islamico.

    Al Qaeda yemenita.
    Nel frattempo, anche lo Yemen sta vivendo una situazione critica con un colpo di stato in corso ad opera dei ribelli sciiti houti. Ieri sono iniziati scontri feroci a San’a, la capitale, che sono culminati nell’occupazione del palazzo presidenziale. L’instabilità politica dello Yemen è dovuta anche alla forte presenza di Al Qaeda, il cui ramo yemenita ha rivendicato gli attentati di Parigi (sebbene sulle rivendicazioni ci sia molta confusione). L’organizzazione jihadista, però, è fortemente radicata nelle regioni sunnite che combattono proprio gli sciiti houti.

    Con l’imminente caduta del Governo (non si hanno notizie del presidente Hadi), è probabile che il Paese si spacchi in due: una parte controllata dagli sciiti houti, una parte sunnita controllata da Al Qaeda. La propaggine yemenita di Al Qaeda, al momento, sembra l’unica parte dell’organizzazione in grado di pensare in maniera globale, senza restare nei propri confini regionali come accade in altre zone dell’Asia, dall’Afghanistan al Pakistan.

    Al Qaeda in Asia centrale.
    Le vignette satiriche di Charlie Hebdo, portate tristemente alla ribalta delle cronache mondiali, hanno irritato i musulmani più radicali che sono scesi nelle strade, con proteste violente in Pakistan, Niger e Cecenia. In Pakistan, circa 10mila oppositori del giornale francese hanno occupato le strade di Lahore bruciando due pupazzi che raffiguravano ‘Charb’ e Nicolas Sarkozy, dando alle fiamme anche un Tricolore italiano al contrario, scambiato per la bandiera francese.

    Nel Paese asiatico si cerca ancora un’italiana, Dorita Giordano, scomparsa da sette mesi e sposata con un pachistano, ma soprattutto Giovanni Lo Porto, rapito esattamente tre anni fa (19 gennaio 2012) mentre lavorava per una ong tedesca. Il Pakistan ospita una consistente presenza di cellule jihadiste riconducibili ad Al Qaeda. Proprio qui, infatti, si nascondeva Osama Bin Laden prima della sua cattura. L’esercito pachistano, a dicembre, aveva annunciato di aver ucciso Adnan el Shukrijumah, uno dei capi operativi di Al Qaeda, al confine con l’Afghanistan.

    Proprio in Afghanistan, è ancora forte la presenza dei talebani guidati dal Mullah Omar e del ramo di Al Qaeda guidato da Al Zawahiri, ritenuto il capo dell’intera organizzazione, che però dopo la morte di Osama Bin Laden si è frammentata nelle varie declinazioni regionali.

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    Al Qaeda nel mondo, mappa di altd.it

    L’Africa settentrionale.
    In Africa, nel frattempo, operano diversi gruppi estremisti legati al jihad, come il Mujao (Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale) che ha solide basi in Mali, in Algeria e in Mauritania. Il gruppo fa parte dell’organizzazione detta Al-Murabitun, che si propone di riunire tutti i gruppi jihadisti del mondo. Opera principalmente nell’Africa Settentrionale e ha rapporti con l’Al Qaeda di Al Zawahiri (Afghanistan) e i talebani del Mullah Omar.

    Secondo alcuni analisti, però, Al Murabitun sarebbe addirittura un competitor di Al Qaeda nel Maghreb, potendo contare di forti appoggi sul territorio che ne faciliterebbero le operazioni rispetto all’organizzazione mediorientale. L’influenza del movimento africano si estenderebbe dal sud della Libia al Ciad, fino ad arrivare al Niger (dove ci sono state violente proteste contro le vignette satiriche) e al Sahara occidentale.

    La Cecenia.
    Un’altra zona che preoccupa molto è la Cecenia. Sull’onda delle proteste contro Charlie Hebdo, migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza a Grozny, capitale della regione, due giorni fa, guidate dal leader ceceno Ramzan Kadyrov. Una enorme manifestazione che segue quella di domenica, decisamente più piccola, che ha portato in strada 20mila musulmani a Magas, capitale dell’Inguscezia.

    Il governo russo ha vietato le manifestazioni a Mosca ma le ha concesse nel Caucaso del Nord, per permettere alla turbolenta maggioranza musulmana di questa zona di avere una valvola di sfogo. Una situazione che preoccupa Putin perché il cosiddetto “Emirato del Caucaso” potrebbe trovare nuovi stimoli grazie all’avanzata dell’Isis. Diversi combattenti ceceni, infatti, si sarebbero arruolati tra le fila dello Stato islamico.

    Altre realtà.
    Esistono poi innumerevoli gruppi armati che operano dalla Siria (Al Nusrah) alla Palestina, dalla Somalia al Kenya (Al Shebab), e che approfittano dell’instabilità politica degli stati (come accade in Libia) per portare avanti le proprie operazioni. Dove manca lo Stato, c’è la lotta armata. Da non sottovalutare, infine, la storica énclave bosniaca occupata dai mujaheddin. Il Governo bosniaco stima che circa 100 di loro si siano arruolati nell’esercito dell’Isis.

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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