25 November 2017
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    Gian Maria Volonté: un film, un volto

    Gian Maria Volonté: un film, un volto è stato modificato: 2014-12-08 di Redazione

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    Ricorre oggi il ventennale della morte di uno dei più straordinari interpreti del cinema del dopoguerra, spentosi durante le riprese de “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos.

    Parlare di Gian Maria Volontè, delle sue capacità attoriali uniche, dell’apporto fondamentale che ha recato al cinema italiano (e non solo) nel corso della sua trentennale carriera, non è affare semplice. Anzi, è una faccenda molto complicata. Un caso unico di compenetrazione totale tra uomo, attore e personaggio, anche e soprattutto a livello politico, che tuttora ci fa rimanere a bocca a aperta per coerenza e genialità.

    Lasciamo, allora, che a parlare siano le sue magistrali interpretazioni e i ruoli che ha affrontato e che, visione dopo visione, si sono sedimentati nella memoria di chi scrive. Perché come tutti coloro che hanno apprezzato le sue performance davanti alla cinepresa, anch’io ho la mia personale wunderkammer. Una collezione di ritratti dominata dalle capacità d’invenzione e mimesi fuori dal comune alle quali Volontè ci ha abituati, cesellando, come il più abile degli orafi, personaggi completi, a tutto tondo, film dopo film. Ma sempre nuovi e diversi fra loro.

    Primo: el Indio, il bandito messicano che in Per qualche dollaro in più deve scontare la vendetta di Clint Eastwood/il Monco. A perseguitarlo la sua stessa crudeltà e il passato che non lo ha mai abbandonato, a renderlo differente dal solito villain amorale la spiccata intelligenza. Sguardo allucinato, barba incolta, esplosioni d’ira devastanti: Volontè ne esprime così i tormenti interiori e la follia.

    Secondo: Teofilatto dei Leonzi, il nobile bizantino fattosi prendere in ostaggio da Vittorio Gassman ne L’armata Brancaleone. Il Volontè che non ti aspetti: dopo tanti ruoli drammatici eccolo approdare ad un personaggio comico, del quale rende alla perfezione l’inedia di rampollo debosciato. Eloquio trascinato e sguardo annoiato: inadeguato alla vita, pigro e pauroso. Altro che eroe di imprese cavalleresche.

    Terzo: Pietro Cavallero, il gangster dalla parlata piemontese protagonista di Banditi a Milano. Confrontandosi con un personaggio reale, al centro di un sanguinoso fatto di cronaca, Volontè ne rende alla perfezione gli atteggiamenti sfrontati a uso e consumo dei media, in un ritratto in cui la spietatezza e la spacconeria lasciano intravvedere momenti di inattesa umanità.

    Quarto: l’anonimo dirigente di polizia di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. “Anonimo” è la parola chiave e Volontè lo sa: la mostruosa caricatura di colui che incarna il potere e la repressione (perché «Repressione è civiltà!», come ci tiene a precisare), viene esemplificata attraverso l’uomo qualunque, il burocrate, la rotella dell’ingranaggio. Chiunque potrebbe essere questa pedina dello Stato (e viceversa) ma solo Volontè riesce a trasmetterne in modo vigoroso, prossimo al parossismo, il servilismo e la crudeltà, l’autoritarismo che sfocia nel masochismo, il bisogno di ordine che lo conduce alla pazzia.

    Quinto: Lulù Massa, operaio cottimista ne La classe operaia va in paradiso. Negli occhi strabuzzati, nelle espressioni sgrammaticate («Io sono lombardo, praticamente Svizzera», «Un pezzo, un culo!»), nell’urlo lancinante che Massa caccia quando viene mutilato dalla macchina cui sta lavorando, c’è tutto il calvario esistenziale di un individuo schiacciato tra i meccanismi della fabbrica, le imposizioni del consumismo e la scoperta della contestazione. Una maschera grottesca e disumana, che definire amara è un puro eufemismo.

    E gli altri? Che dire di El Chuncho, il bislacco bandito di Quien sabe? O del misurato e dolente Bartolomeo Vanzetti di Sacco e Vanzetti?

    Meglio fermarsi qui: il rischio di trasformare quest’articolo in una lunga lista d’interpretazioni indimenticabili è dietro l’angolo. Perché sono questi i pericoli che si corrono quando si ha a che fare con un genio. Parola di Orson Welles e Ingmar Bergman.

    Marco Petrilli

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