21 July 2017
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    Hong Kong in rivolta, la Cina attende

    Hong Kong in rivolta, la Cina attende è stato modificato: 2016-01-26 di Alessandro Porro

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    Il popolo di Hong Kong scende in piazza contro le autorità. Il ritorno dell’ex colonia britannica al governo della Cina non sarà indolore.

    Rivoluzione, protesta, ribellione erano termini che in Cina non si sentivano dal 1989, da quando le immagini di un giovane sconosciuto che bloccava un carro armato in piazza Tienanmen rimbalzarono in ogni angolo del pianeta. Venticinque anni dopo il vento di protesta torna a soffiare sulla Cina, partendo questa volta da Hong Kong, l’ex colonia britannica restituita alla Cina nel 1997 e oggi regione amministrativa speciale.

    L’elezione del governatore.
    E proprio l’amministrazione della regione è il busillis della questione. All’origine dei mali cinesi di questi giorni, la decisione di Pechino di dare una significativa stretta alle prime elezioni a suffragio universale che si terranno nel 2017 per eleggere il governatore di Hong Kong. A scatenare le ire della popolazione è stata soprattutto l’introduzione di un vaglio preventivo dei candidati da parte di una commissione elettorale ad hoc, composta da 1.400 persone nominate dal Partito comunista che governa la Cina. Una mossa che gli hongkonghesi hanno subito preso come un’ingerenza pericolosa del governo centrale nelle velleità democratiche della regione.

    Josha Wong

    Joshua Wong

    Le proteste.
    I primi a scendere in piazza, oggi come nel 1989, sono stati gli studenti. E oggi come allora la protesta ha il volto (e in questo caso anche il nome) di un giovane ragazzo, Joshua Wong, un diciassettenne attivista politico co-fondatore del movimento Scholarism. Wong non è un neofita ed è ben noto ai vertici di Pechino; già due anni fa, ad appena 15 anni, fu il protagonista della protesta contro il programma di “Educazione nazionale” voluto dall’amministrazione centrale, visto dagli studenti come un tentativo di lavaggio del cervello.

    Questo ragazzo magro e occhialuto, con l’aria da genietto informatico, è l’autentica anima del movimento “Occupy Central” – il nome strizza l’occhio al movimento di contestazione degli eccessi di Wall Street e del capitalismo finanziario – che da oltre una settimana occupa la piazza centrale di Hong Kong. Alla protesta si sono via via unite altre categorie della popolazione, solidali e concordi con gli studenti. Unanime la richiesta della piazza: dimissioni del governatore Leung Chun Ying e suffragio universale alle elezioni.

    Repressione e attesa.
    Le autorità hanno scelto subito la via della repressione per cercare di spegnere sul nascere la rivolta. Ne sono nati violenti scontri e i manifestanti, subissati dai lacrimogeni, hanno risposto aprendo gli ombrelli, ormai vero e proprio simbolo della protesta che ha assunto il nome di “Rivoluzione degli ombrelli”. Preoccupazione e inviti alla moderazione sono stati espressi dalla Casa Bianca e dal governo britannico. Il vice-premier inglese Nick Clegg ha annunciato di volere convocare l’ambasciatore cinese per esprimere le proprie preoccupazioni circa la situazione. La Cina, per tutta risposta, ha invitato l’Occidente a non immischiarsi nelle questioni interne del paese.

    L’atteggiamento di Pechino è al momento tutto improntato all’attesa, da più parti regge la convinzione che si tratti di una protesta con i giorni contati e che ben presto i manifestanti abbandoneranno le proprie postazioni. Ecco perché il governo cinese, pur avendo annunciato appoggio alle autorità locali di Hong Kong, sembra non voler utilizzare la mano pesante contro i manifestanti.

    Gli interessi economici.
    Hong Kong è inoltre uno degli hub commerciali e finanziari più importanti dell’Oriente e una considerevole quota dei capitali cinesi transita proprio attraverso l’ex colonia inglese. Che peso avrebbe una reazione spropositata e violenta da parte di Pechino contro un movimento non violento?

    C’è infatti un doppio filo che lega il Partito ormai soltanto nominalmente comunista e il capitalismo finanziario sregolato che è legge ad Hong Kong. La nomenklatura del Partito e i magnati hongkonghesi vanno infatti a braccetto: il 60% del valore della borsa di Hong Kong è costituito da aziende cinesi. Consentire libere elezioni nella regione con la possibile vittoria di un candidato non eterodiretto da Pechino arrecherebbe un danno incalcolabile agli interessi delle due parti. Sull’altro versante, la popolazione sogna invece una liberaldemocrazia più attenta ai bisogni della gente e crede che continuare sulla strada finora battuta – quella del capitalismo sfrenato e della deregulation – possa portare ad una maggiore diseguaglianza sociale.

    Indipendentemente da come andrà a finire la sensazione è quella che la “Rivoluzione degli ombrelli” abbia gettato il proverbiale sasso nello stagno e che per il governo di Pechino non sarà sempre facile ed indolore affermare la propria volontà.

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    Alessandro Porro

    Giornalista dal 2007, laureato in giurisprudenza, ha collaborato per anni con un giornale torinese e con diverse testate online. Appassionato di Francia e questioni francesi in generale.

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