22 May 2017
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    I diritti umani non hanno colore

    I diritti umani non hanno colore è stato modificato: 2015-05-28 di Paolo Morelli

    Intervista con Peter Bouckaert, direttore per le emergenze presso Human Rights Watch, giunto a Torino per un incontro sui diritti umani.

    Human Rights Watch è un’organizzazione non governativa, che ha sede a New York, la quale si occupa di indagare sulle violazioni commesse dai governi rispetto alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, da cui prende il nome. Più in generale, vigila affinché le norme sui diritti umani riconosciute a livello internazionale vengano effettivamente applicate, soprattutto nei teatri di guerra, dove la sospensione dei diritti si verifica costantemente e incondizionatamente.

    Peter Bouckaert è il direttore degli stati di emergenza e delle crisi umanitarie di Human Rights Watch. Si occupa di coordinare le attività durante le situazioni critiche, che implicano gli scontri bellici ma soprattutto la gestione di profughi e rifugiati. Un ruolo, manco a dirlo, delicatissimo. Bouckaert ha raggiunto Torino il 22 maggio, in occasione dell’evento “Human Rights and Wars”, organizzato dalla Onlus L’ambulanza dal cuore forte e ospitato dal Circolo dei lettori. Con lui c’erano anche Lauren Wolfe, direttrice di Women Under Siege, e Medyan Dairieh, autore dell’inchiesta “The Islamic State” pubblicata da Vice News.

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    Peter Bouckaert.

    La Cultura tra i diritti umani.
    «Quando parliamo di violazioni dei diritti umani
    – ha spiegato Bouckaert – intendiamo anche le distruzioni che lo Stato islamico sta operando nei siti archeologici e nei musei. La cancellazione dell’eredità culturale di un popolo è la violazione di un diritto». Una distruzione sistematica che abbiamo già osservato in tempi tutto sommato recenti, durante l’ascesa del Nazismo in Germania, in un luogo decisamente vicino a noi. «L’Isis – ha aggiunto Bouckaert – ha emanato un editto nel quale giustifica le distruzioni dei monumenti». L’autoreferenzialità e l’autogiustificazione sono tipiche dei regimi, di ogni tipo di regime.

    Raccontare le violazioni.
    Il lavoro di Peter, però, va oltre l’analisi di ciò che accade. L’attività di Human Rights Watch consiste anche nel raccontare e quindi denunciare le violazioni commesse dai governi, anche quando si tratta dei “nostri”. «Il mio lavoro – ha raccontato – non è quello di inorridire le persone, ma di spiegare che cosa accade in determinati luoghi e che cosa possiamo fare per migliorare la situazione dei popoli in difficoltà. Andiamo a documentarci su quello che succede nelle zone di guerra ma non solo: ogni persona ha diritto di vivere la propria vita con dignità e rispetto».

    Non è semplice farsi capire così come non è semplice sfuggire alla retorica e dare la giusta dimensione alle cose. «Può essere davvero complicato – ha precisato Peter – farsi ascoltare. Spesso il pubblico non è in grado di capire la gravità di certe cose, come quando a commettere le violazioni dei diritti umani sono state le nazioni occidentali. Abbiamo indagato sul governo americano soprattutto in occasione dei fatti di Abu Ghraib. Diamo anche informazioni ai politici, perché non dicano “io non lo sapevo”».

    I diritti umani violati dai “nostri”.
    Il pubblico tende a giustificare i crimini commessi dagli “amici”, enfatizzando quelli dei “nemici”. «Sulla questione Isis, ad esempio – ha aggiunto Peter –, forse le persone si stanno radicalizzando. Gli USA, inoltre, hanno delle grosse responsabilità in tutto questo, perché lo Stato islamico affonda le radici nel disagio sociale creato dall’occupazione statunitense in Iraq. L’Isis non protegge nessuno, è uno stato barbarico». Non bisogna andare molto lontano per trovare altri esempi simili. «L’Europa sta vivendo una situazione di alto rischio per quanto riguarda i rifugiati – ha precisato Peter – e questo è dovuto anche alla mancanza di condivisione dei doveri tra gli stati membri dell’Unione Europea. La risposta alle crisi umanitarie internazionali non è l’isolamento, perché altrimenti nei Paesi in emergenza ci saranno conseguenze tremende». Un ruolo economico nella crisi mediorientale, secondo Peter Bouckaert, è giocato anche dall’Europa, che ora si trova in una condizione di immobilismo e non riesce ad affrontare la crisi umanitaria – con annessa immigrazione – in maniera omogenea e efficace.

    Il risultato è un “tutti contro tutti” che lascia spazio a una sistematica caccia allo straniero, cavalcata dal politico di turno a caccia di voti, che di fatto non risolve alcun problema, anzi, ne crea. «Un medico yemenita – ha racconatato Peter – è arrivato a Torino in questi giorni per una delicata operazione. Dopo averla eseguita, ha cercato di tornare nel suo Paese ma è stato bloccato a causa del visto. Non è possibile che un medico giunto qui per un motivo del genere venga fermato a causa di un documento. Non devono esistere esseri umani clandestini al mondo».

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    Giornalista, collabora da diversi anni con testate online e cartacee. Si è occupato, in passato, di televisione e radio. Segue l'evoluzione del giornalismo, soprattutto attraverso gli strumenti dati dal web. Lavora come addetto stampa per enti culturali.

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