23 June 2017
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    I tre gradi di giudizio: 3 is a magic number?

    I tre gradi di giudizio: 3 is a magic number? è stato modificato: 2015-03-11 di Ludovico Astengo

    Oggi la Cassazione ha assolto Silvio Berlusconi per il filone principale del processo Ruby. È sempre necessario arrivare al terzo grado di giudizio?

    Non colpevole finché non condannato con sentenza definitiva. Quante volte si è sentita pronunciare questa frase? Eppure il senso e il significato di queste parole risalgono molto indietro nel tempo, sono il frutto di secoli di teoria generale del diritto, e di un’impostazione che ha preso piede un po’ dappertutto: l’appellabilità di una sentenza è la risposta al timore, mai sopito, che un giudice, per quanto savio e sapiente, possa sbagliare. E quando ne va della libertà personale di un singolo, tale errore appare certo imperdonabile; meglio essere quindi proprio sicuri che di errori non ve ne siano.

    I princìpi.
    In particolare, quando si parla di esercizio della giurisdizione, due sono i princìpi tra i quali è bene trovare un equilibrio: quello di verità, che evidentemente (ma non ovunque) è il fine ultimo di un processo, e quello di certezza del diritto, che si traduce nella garanzia di non rimanere in balìa di un giudice, appello dopo appello, per un tempo infinito.

    In effetti vi sono anche luoghi (i cosiddetti sistemi di common law, di tradizione anglosassone, sviluppatisi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti) dove il processo è impostato in maniera diversa: la verità va ricercata, certo, e se si trova è anche meglio; ma qui il fine ultimo di un processo è di risolvere una controversia nel modo meno dispendioso e più efficiente possibile. Da cui, per fare un esempio, la conseguenza che è ben possibile ‘patteggiare’ una pena per i reati più odiosi (cosa che in Europa, e in Italia, non è possibile fare), proprio perché lo Stato incoraggia le parti a trovare al più presto una soluzione.

    Cosa succede in Italia.
    In Italia, evidentemente, non è così. Qui, come in altri paesi europei, essendo il fine ultimo quello di scoprire la verità, o almeno di avvicinarvisi il più possibile, l’impostazione è quella che permette di farlo tramite ‘trials and errors’, ossia per tentativi; e di tentativi devono ben esservene più di uno, altrimenti la scoperta della verità sarebbe mortificata.

    Ecco allora che, dopo il primo grado, un appello della sentenza è permesso più o meno a tutte le parti e per ogni tipo di sentenza (con il limite del dichiarato innocente con formula piena). Il processo di appello si svolge tendenzialmente più velocemente, essendo impostato sulla storia del primo grado, ma è comunque possibile aggiungere nuove prove, e persino riaprire il dibattimento in forma orale.

    Poi arriva la Cassazione. Qui è bene fare una precisazione: il terzo grado di giudizio è molto diverso, in Italia come altrove, dai due che lo precedono. Grado di legittimità, e non di merito: luogo per dibattere di eventuali violazioni di legge (il giudice che ha male interpretato la norma che punisce un determinato reato, o quella che prevede specifici termini per depositare un atto, per fare un esempio), e non per riaprire il merito del giudizio (i fatti accertati nei due gradi precedenti).

    Credits: legalita.rn.it

    Credits: legalita.rn.it

    Processi lunghissimi.
    Allora perché i nostri processi sono così lunghi? Non per forza per il numero di gradi previsti. La lentezza della nostra giustizia è cosa nota, ma molto meno chiare all’opinione pubblica sono le sue ragioni. Esse sono complesse e intrecciate, e non sono certo risolvibili a colpi di decreto legge, o di singole modifiche normative (come per decenni hanno invece tentato di fare i vari governi, tutti inevitabilmente fallendo). I tre gradi di giudizio sono comunque presenti in sistemi molto simili (quello francese, quello tedesco), nei quali la nostra lentezza cronica non è registrata.

    Forse tre gradi di giudizio sono troppi? Certo che no. Nessuno preferirebbe essere giudicato una volta sola, da un solo giudice, sulla base di un numero di prove dato e immodificabile; inoltre, la nostra Costituzione e le convenzioni internazionali cui l’Italia aderisce non permetterebbero tale riduzione in nome di una non meglio definita efficienza di giudizio, termine questo spesso confuso con ‘velocità’ e ‘speditezza’. Un processo è efficiente quando raggiunge il suo obiettivo (la verità, per l’appunto), nel minor tempo, e non certo quando semplicemente dura molto poco.

    L’esempio del caso Ruby.
    Del pari, tutti i processi necessitano davvero di tre gradi per essere definiti secondo giustizia? Anche qui la risposta è negativa. I processi di cui leggiamo sui giornali e ci informiamo, quelli più eclatanti non sono che una piccola parte dei circa 9 milioni di cui parlava l’ex Ministro della Giustizia Cancellieri nella sua relazione sullo stato della giustizia (il numero è quello dell’arretrato dal smaltire). Non ultimo il ‘Caso Ruby’, giunto per uno solo dei suoi filoni, quello principale, all’assoluzione dell’imputato Berlusconi; ancora agli inizi, invece, il procedimento per corruzione in atti giudiziari, Ruby-ter, legato a questo processo appena concluso. Pensare che tutti necessitino di tre gradi di giudizio per la loro definizione è insostenibile; pensare che a tutti debba comunque essere dato il diritto di poter ricorrere sia in Appello che in Cassazione lo è forse altrettanto.

    I ricorsi.
    Il business dei ricorsi, come alcuni lo chiamano, è, quello sì, una tendenza tutta italiana a ricorrere purchessia, appellarsi anche ai più piccoli cavilli, pur di cercare una falla nella sentenza, chiederne l’annullamento, ribaltare la decisione. Ciò può e deve essere limitato, nel rispetto dei più importanti principi costituzionali (diritto di difesa e presunzione di non colpevolezza in primis); tra i tanti temi insoluti relativi alla riforma della giustizia c’è proprio anche questo. Sarebbe il momento di metter mano e trovare finalmente una soluzione definitiva ed equilibrata, come sempre, tra certezza e verità.

    Foto: wikimedia.org

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    Ludovico Astengo

    Laureando in giurisprudenza presso l'Università di Torino; già Presidente del Consiglio degli Studenti dell'Università, ora rappresentante degli studenti in Senato Accademico. Appassionato di diritto, montagna e musica.

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