20 November 2017
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    Ian Cheng e l’evoluzione cognitiva attraverso l’arte

    Ian Cheng e l’evoluzione cognitiva attraverso l’arte è stato modificato: 2015-06-12 di Davide Gambaretto

    Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, fino all’11 ottobre, è di scena l’artista americano Ian Cheng, che propone al pubblico una serie di video, incentrati sulla storia dell’evoluzione cognitiva umana.

    Fino all’11 ottobre, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è possibile visitare la nuova mostra di Ian Cheng (Los Angeles, classe 1984), curata da Hans Ulrich Obrist: Emissary in the Squat of Gods. Interessato all’evoluzione delle capacità percettive, cognitive e comportamentali dell’uomo in relazione agli stimoli esterni, Cheng vede la tecnologia come un’estensione della natura umana. Per lui è proprio la tecnica ad avere il potere di modificare i nostri corpi e le nostre capacità percettive e, coerentemente, la utilizza per le sue opere video.

    Uno “studio” sull’evoluzione della coscienza.
    Ispirato ai controversi scritti dello psicologo americano Julian Jaynes (Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, 1976), Emissary in the Squat of Gods si basa sull’idea che gli antichi non possedessero una coscienza consapevole, sviluppata in un secondo momento e non prima di 3.000 anni fa. Durante i momenti di forte stress questi esseri pre-coscienti avrebbero sperimentato allucinazioni uditive, indotte dall’emisfero destro del cervello e riconducibili a figure autoritarie riconosciute – sacerdoti, genitori, capivillaggio – che li avrebbero spinti a reagire alle minacce. Il fallimento evoluzionistico di queste “voci” avrebbe portato alla nascita di un’altra forma decisionale: la coscienza. Il film, intitolato Once Out of Nature (primo episodio di una trilogia dedicata alla storia dell’evoluzione cognitiva) è diviso in due parti e mette in scena esperienze pre-coscienti – la simulazione di un’antica popolazione che affronta la minaccia di un vulcano – e il maturare di una coscienza in uno degli emissari di questo popolo. Due forme contraddittorie che abitano lo stesso paesaggio e rischiano di destabilizzarsi a vicenda.

    Una narrazione che si modifica da sola.
    Ogni personaggio che compare nei video è mosso da una semplice Intelligenza Artificiale che riesce a comunicare necessità e desideri agli altri soggetti, tramite algoritmi. Cheng ha dichiarato che, pur nella sua basicità, la realizzazione di questa I.A. ha richiesto il lavoro di ben sei programmatori. All’inizio della proiezione i personaggi si scontrano l’uno con l’altro, vagando casualmente in questo paesaggio distopico, graficamente primitivo ed essenziale, e dai colori saturi.

    In Emissary in the Squat of Gods non c’è una narrazione strutturata – un inizio o una fine -; la storia evolve e avanza attraverso semplici interazioni sviluppate dai vari personaggi. Nuovi elementi vengono introdotti incidentalmente e accidentalmente, rendendo la storia sempre più complessa mano a mano che il programma viene lasciato in funzione. Non solo, la narrazione sviluppa la capacità di modificarsi autonomamente. La speranza di Cheng è che comportamenti complessi possano emergere proprio dalle interazioni dei personaggi coinvolti. Inoltre, qui il computer diviene esso stesso metafora dell’organismo: i glitch e le imperfezioni che possiamo notare all’inizio della proiezione sono parte stessa della “genesi. La genesi di un programma, di un nuovo mondo che sta nascendo e si sta sviluppando: l’alba del mondo digitale creato da Cheng, dove linguaggi, tecnologie e comportamenti si stanno lentamente formando.

    Nel solco della Software Art (ramo della Generative Art), Emissary in the Squat of Gods diviene uno studio, a metà tra un videogame e un film, «in cui la coscienza si sviluppa per esigenze sociali, piuttosto che biologiche» come afferma Obrist. «Sono interessato allo studio dei comportamenti, così da riuscire a comprendere anche il non-umano. Può una coscienza esistere senza un corpo umano?» si domanda l’artista. Da questo punto di vista, il lavoro di Cheng può essere un modo per riflettere sui limiti e sulle possibilità dell’Uomo, oltre a diventare un tentativo di ridefinire modelli relazionali tra la mente umana e la realtà esterna.

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    Davide Gambaretto

    Storico dell’arte, curatore indipendente e scrittore. I suoi precedenti impieghi in ambito artistico includono Artissima Fair, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Attitudine Forma. Musicologo a tempo perso, è appassionato di letteratura, cinema, graphic novel e pallacanestro. Gestisce il blog musicale "La Lira di Orfeo" e realizza laboratori didattici di arte e scrittura per scuole elementari e medie.

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